La Scozia al voto per l’indipendenza (Parte I)

“La campagna per il Si è centrata su una visione positiva della Scozia. E’ radicata nell’inclusività, nell’uguaglianza e nel fondamentale valore democratico che le genti scozzesi siano i migliori custodi del loro stesso futuro.”  
Sean Connery, attore scozzese pro indipendenza

Ormai è fatta. La data è fissata. Il conto alla rovescia è partito già da alcuni giorni. Nell’autunno del 2014, il popolo scozzese sarà chiamato alle urne per democraticamente decidere il proprio futuro. L’Unione con Inghilterra e Galles potrebbe finire nel giro di 24 ore se gli elettori del ‘Si’ all’indipendenza supereranno la fatidica soglia del 50%.

 Bandiera Scozzese

Tra meno di due anni si concluderà, in un verso o nell’altro, la lunga strada che ha portato la Scozia dall’Atto di Unione ad oggi. Fino a pochi anni fa tutto ciò era fantascienza; poi la vittoria elettorale del partito nazionalista (SNP) ha bruscamente svegliato i comunque numerosi lealisti che si oppongono all’emancipazione politica giurando fedeltà vita natural durante alla corona inglese. Nel 2007 Alex Salmond ha portato lo SNP a formare un governo in cui era ancora minoranza, poi nel 2011 la vittoria che ha segnato il futuro della Scozia.

Proprio grazie allo stesso SNP, la Scozia aveva ottenuto durante i governi Blair la celeberrima devolution comportando l’istituzione di Holyrood, il parlamento devoluto scozzese. Sicuri che la concessione avrebbe tarpato le ali ad eventuali altre rivendicazioni nazionaliste, i parlamentari e i governi britannici hanno liquidato la questione come mero capriccio di un gruppetto di nostalgici di Re Giacomo.
Oggi, dunque, Cameron ed i suoi si trovano a dover affrontare la spinosa questione costituzionale in un periodo, come sappiamo bene, di difficile congiuntura economica.

Alex Salmond (First Minister scozzese) e David Cameron (Prime Minister)

Sembra ormai siglato anche l’accordo tra Westminster e Holyrood per i quesiti del referendum. L’elettore scozzese si troverà a decidere il futuro del proprio paese barrando il SI o il NO. Il quesito suonerà qualcosa come ‘Sei d’accordo che la Scozia debba diventare una nazione indipendente?’.
Sembra invece caduta l’ipotesi di una seconda domanda, se vogliamo più edulcorata della YES-NO question, che prevesse un incremento della devolution
scozzese rispetto al parlamento di Londra (chiamata devo plus o devo max). I profili di questa ‘via di mezzo’ tra devolution odierna e indipendenza erano comunque ancora tutti da chiarire.
Ancora da sciogliere il nodo su chi potrà votare al referendum scozzese: mentre il governo devoluto vorrebbe ammettere al voto anche i sedicenni e i diciassettenni, i ministri ed il governo tutto britannico si oppone strenuamente all’ipotesi.
Non si tratta di una semplice questione ideologica: la maggiorparte degli adolescenti in odore di voto sembrerebbe, infatti, propenso a votare per l’indipendenza.

Ancora da decidere il giorno preciso della consultazione. Ci si è accordati su Autunno 2014 come dicevamo, comunque ottobre resta il mese più papabile. I conservatori britannici hanno accusato Salmond di voler ritardare il referendum per guadagnare tempo prezioso in una battaglia all’ultimo voto. Ci sono state perfino voci che i nazionalisti vogliano far coincidere il voto con il 700esimo anniversario della battaglia di Bannockburn (1314), dove le truppe di Robert Bruce travolsero quelle inglesi di Edoardo II nella prima guerra di indipendenza.

Ultima questione che intendiamo affrontare in questa prima parte dedicata al referendum scozzese riguarda la cosiddetta ‘eligibility’ ovvero chi può accedere al voto.
Elaine Murray, deputata del Labour alla Camera dei Comuni, ha sollevato l’ipotesi che gli scozzesi che abbiano la residenza all’estero possano comunque esprimere la propria preferenza (circa 700 mila nella sola Inghilterra). Si sta ancora discutendo, ma probabilmente nel 2014 potranno votare solo:

– i cittadini britannici residenti in Scozia,
– i cittadini del commowealth residenti in Scozia,
– i cittadini europei residenti in Scozia,
– Lords residenti in Scozia,
– personale della corona e membri dell’esercito occupati in missioni all’estero ma accreditati per il voto in Scozia.

Da sottolineare che nella prima categoria rientrano anche i 366 mila inglesi residenti in Scozia che potrebbero fare la differenza per il rigetto dell’indipendenza.
Recenti sondaggi sulle tendenze dell’elettorato non ne sono stati fatti, gli ultimi risalgono ad ottobre 2012 e sicuramente non arridono agli indipendentisti (solo il 30% si è detto convinto del SI all’indipendenza).

La verità è che il futuro della Scozia, il nostro futuro e quello delle nostre famiglie sarà economicamente, politicamente e socialmente più forte come partner nel Regno Unito.”
Alistair Darling, ex cancelliere del Governo Brown, per il No al referendum

Qui una dettagliata raccolta targata BBC sul ‘futuro della Scozia’

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Il nazionalismo scozzese

“It had 1.000 years as an independent nation before the union”

Alex Salmond, leader dello Scottish National Party

Se per molti, i nazionalismi cosidetti celtici, sono nati e morti con Braveheart e Brian Boru; per altri, fortunatamente, rappresentano uno spunto di riflessione fondamentale. La scuola politica britannica pare indifferente all’onda pan-nazionalista che da Belfast ha invaso Scozia, Isola di Man e, in misura minore il Galles. Parlare della Provisional Ira, dell’INLA e soprattutto della sua ala politica, lo Sinn Fein, è, in questa sede, sicuramente scoraggiante. Un argomento troppo vasto che rischierebbe di essere malamente compresso. Basti sapere, come credo di averlo già fatto notare in altri post, che il partito di Gerry Adams (segretario nazionalista dello Sinn Fein), con il 25.5%, è diventato primo partito in Irlanda del Nord e l’idea di un primo ministro repubblicano non è troppo lontana (e perchè no, magari Martin McGuinness, ex uomo di punta dell’IRA vecchio stile, ministro dell’Educazione ed oggi vice primoministro del governo Robinson).

La situazione nei dintorni di Belfast si presenta, dunque, estremamente difficile da poter leggere e interpretare. Più fluida è sicuramente il nazionalismo scozzese, rappresentato in toto (o quasi) dal SNP (Scottish National Party) di Alex Salmond.
Lo Scottish National Party ha ottenuto, nelle ultime elezioni generali di maggio, il 19,9% in Scozia dimostrando così un incremento di più di due punti percentuali rispetto alle legislative del 2005. Dunque, quasi mezzo milione di voti per i nazionalisti scozzesi. Ma cosa propone davvero lo SNP?

  • La priorità assoluta per il partito di Salmond e del suo governo di minoranza sarà tenere, al più presto, il referendum istituzionale per dare agli scozzesi il potere di decidere la forma di governo. Le opzioni saranno, a quanto pare, la totale indipendenza (che significherebbe il tramonto del Regno Unito), lo status quo costituzionale oppure una maggiore autonomia da Westminster. La data prevista, secondo il programma di governo, il 2010. Ma lo scetticismo aumenta nell’opinione pubblica.
  • Lo SNP ha promosso, durante l’ultima campagna elettorale, una vasta filippica contro i tagli alla spesa pubblica britannica. Questo, secondo i politici nazionalisti, graverebbe troppo sulla Scozia già duramente provata economicamente. Nel tentativo di rafforzamento regionale, rientra il piano di ottenere il pieno controllo del proprio sistema fiscale. In altre parole, le tasse scozzesi devono rimanere in Scozia.
  • In materia di politica estera, lo SNP si colloca accanto ai movimenti pacifisti. Da sempre contraria alle guerre in Iraq e Afghanistan, promuove una revisione della strategia americano-britannica nei teatri di guerra, senza escludere l’opzione del ritiro.
    Lo SNP è, inoltre, un partito convintamente europeista e auspica la membership di una, ipotetica, Scozia indipendente all’interno dell’Unione Europea.
  • Il partito nazionalista scozzese supporta le unioni civili e crede fermamente nel miglioramento dell’assistenza all’infanzia, della sicurezza sociale etc; tutto ciò ottenibile grazie ad un’attenta devolution.
  • Infine, il partito è molto attivo nei temi ambientali. Ha proposto, infatti, un fondo per aumentare gli investimenti in fonti rinnovabili in Scozia e per creare ben 60.000 posti di lavoro nel settore energetico verde. Inoltre, si oppongono all’espansione della rete nucleare britannica.

Insomma, il partito nazionalista scozzese, o Pàrtaidh Nàiseanta na h-Alba che dir si voglia, ha le carte in regola (ed i voti) per poter traghettare la Scozia verso l’indipendenza; senza neppure una sola pallottola sparata.
Le circoscrizioni vinte dal SNP nel maggio scorso sono solamente sei: Dundee East, Western Isles, Moray, Angus, Perth e North Pertshire ed infine Banff e Buchan.
Salmond ha così applaudito alla migliore vittoria dagli anni settanta, forse dimenticandosi che il suo stesso partito aveva ottenuto, alle elezioni locali, più del 27% permettendo la formazione di un governo nazionalista.

Infine, un dato che viene spesso ritenuto dagli analisti britannici “troppo ovvio”, ma che, a mio modo di vedere le cose, ha un suo peso politico è la pressochè endemica assenza dei conservatori in terra scozzese. Non solo il partito di Cameron non sfonda oltre il vallo di Adriano (un solo seggio e poco più del 16%) ma, probabilmente, si gioca la tanto invocata maggioranza assoluta proprio per colpa degli eredi di William Wallace.

Clicca qui per il sito istituzionale dello SNP.

Immagini dal Nord: la guerra elettorale

Le elezioni del 6 maggio sono vicine. Il nord Irlanda si allinea a tutta la Gran Bretagna e i partiti si dichiarano guerra a vicenda. Nonostante l-esposizione dei cartelli elettorali sia molto piu ordinata di quella italiana, non si risparmiano colpi. Ecco alcune foto della campagna elettorale per Westminster 2010 dal Nord Irlanda.

Jimmy Spratt/DUP per il seggio di South Belfast

Gerry Adams/ Sinn Fein per il seggio di West Belfast

Alex Attwood per il seggio di West Belfast con il SDLP


Paula Bradshaw, UUP/Conservatives, per il seggio di South Belfast

Immagini e testo riproducibili solo dietro citazione della fonte.

Elezioni politiche in UK, maggio 2010

Il prossimo 6 maggio, com’è noto, si voterà in tutta la Gran Bretagna per rinnovare l’House of Commons. La gigantesca macchina elettorale britannica si è messa in moto e, al contrario di quella miserrima italiana, aggiorna quotidianamente l’elettore con dibattiti, sondaggi e prospetti. Data l’importanza di questo fondamentale appuntamento, vogliamo approfondire la questione anche qui. Nonostante si profili all’orizzonte una netta vittoria dei Tories di Cameron, una trappola potrebbe derivare dall’exploit dei liberal e da una possibile rimonta del Labour di Gordon Brown. Fino a pochi mesi fa, il partito dell’ex cancelliere dello scacchiere di Blair era un cavallo esanime alla fine di una corsa durata 13 anni. Ricordiamoci, infatti, come Tony Blair vinse nel 1997, inaugurando il nuovo corso del New Labour, con ben 179 seggi. Alle amministrative del 2008, però, Gordon Brown non riscosse molto successo portando il Labour a diventare addirittura il terzo partito dell’UK, dopo Conservatori e Liberali.

Oggi i sondaggi ufficiali danno i Tories al 38%, il Labour al 30% e i Liberals al 21%. Un quadro abbastanza netto che però potrebbe celare alcune sorprese.

Fenomeno da non sottovalutare potrebbe essere sicuramente il BNP, partito xenofobo e nazionalista di Nick Griffin, che, nonostante abbia negato di essere un nazista, ne possiede molte delle caratteristiche.
Come già detto, i Lib Dems di Nick Clegg, che tanto piacciono agli studenti inglesi e alle persone più progressiste. Spesso i Libs sono considerati più “a sinistra” del Labour, anzi del New Labour che ha imboccato la via centrista da molti anni.

Negli ultimi anni ha pesato la difficile eredità lasciata da Blair, offritosi nel 1997 per creare una società più equa, ma caduto nell’odiosa guerra in Iraq dalla quale la GB non riesce ancora ad uscirne. Ogni soldato morto in Afghanistan e Iraq è un pugno di voti in meno per il Labour. Nel 2009 un altro calo di consensi è arrivato a causa di rimborsi spese gonfiati dei parlamentari. Nonostante fosse un fenomeno che interessò quasi tutti i partiti britannici, Cameron fu abile nel dipingere il problema come una questione esclusiva del Labour. L’opinione pubblica ha reagito sensibilmente e i sondaggi lo dimostrano.