Il Regno Unito verso il referendum sull’Europa: la posizione dei partiti britannici. PARTE 2

uk bandiera

Il 2016 si è aperto, come da copione, con i politici nostrani che rivendicano il superamento della crisi economica che imperversa sull’Europa ormai da anni. Se anche così fosse, gli strascichi si faranno sentire ancora per molto.

La situazione italiana è comunque ben diversa da quella britannica. Se a casa nostra arginare la crisi economica è ancora la priorità più immediata, oltre Manica sono i terremoti politici a preoccupare di più.

Nella parte 1 abbiamo evidenziato il percorso storico e politico che ha portato la Gran Bretagna e, nello specifico, il governo Cameron ha promettere un referendum popolare sull’Europa.

La vertiginosa crescita dei movimenti euroscettici e una crescente sfiducia nelle istituzioni europee ha concretizzato il pericolo della cosiddetta Brexit: ovvero la temuta uscita del Regno Unito dall’Unione.

Qui vedremo la posizione ufficiale dei partiti britannici in vista del referendum.

Cominciamo dai tre partiti principali del Regno.

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Logo dei Tories Britannici

Se David Cameron è riuscito a mantenere il suo Partito Conservatore (20/73 membri del Parlamento Europeo) al governo per un’altra legislatura, è altrettanto vero che i Tories sono profondamente divisi sul comportamento da tenere sull’Europa.

Tra i membri più autorevoli del Partito favorevoli all’Europa si sono fatti avanti perfino l’ex premier John Major e l’ex Segretario di Stato e leader dei conservatori William Hague che, in un appassionato articolo sul Telegraph, si è esposto in prima persona contro l’uscita.
Crescenti, d’altra parte, sono le voci che si alzano a favore della Brexit: tra loro Nigel Lawson, famoso ministro dell’era Thatcher ed ex Cancelliere dello Scacchiere, Liam Fox, ex ministro della difesa, e l’astro nascente del conservatorismo britannico Daniel Hannan.

Ovviamente esistono anche posizioni intermedie all’interno del Partito Conservatore. Tra i ‘pontieri’ per adesso c’è anche il popolare sindaco di Londra e probabile futuro leader Tory Boris Johnson.

I conservatori si presenteranno così divisi al referendum del 2016 e Cameron ha deciso che il partito lascerà ufficialmente libertà di coscienza ai propri elettori e che non farà campagna elettorale per nessuna delle due posizioni.

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Logo dei laburisti britannici.

Anche il Partito Laburista (20/73 MPE) di Jeremy Corbyn non se la passa meglio. Da sempre i laburisti hanno un rapporto contraddittorio nei confronti dell’Europa: Tony Blair promosse il Social Chapter del 97′, mentre il suo successore Gordon Brown si disse profondamente contrario alla moneta unica in Gran Bretagna.

La storica parlamentare laburista Kate Hoey e Austin Mitchell si sono già detti pronti a sostenere la campagna a favore della Brexit. E’ molto probabile che il numero dei detrattori dell’Europa in seno al Labour crescerà nei prossimi mesi; tuttavia il partito è riuscito a trovare una sintesi (almeno apparente) e ha messo a disposizione l’esperienza di Alan Johnson, ex ministro dei governi Blair e Brown, per condurre la campagna a favore dell’Europa.

Sulla posizione dell’UKIP (22/73 MPE), il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito di Nigel Farage, non sembrano esserci molti dubbi. I suoi consensi sono vertiginosamente cresciuti negli ultimi anni proprio cavalcando la posizione scettica dei britannici nei confronti delle politiche europee (soprattutto economiche e in materia di immigrazione).
Farage va urlando da anni che il Regno Unito dovrebbe immediatamente lasciare i vincoli europei per fare posto ad un più flessibile trattato di libero commercio e cooperazione sulla falsa riga di quelli esistenti tra Unione Europea e Svizzera e Norvegia.

Se questi tre partiti si spartiscono la stragrande maggioranza dei seggi (e dei consensi) britannici al Parlamento Europeo, è pur vero che anche i piccoli partiti potranno avere un discreto ascendente su un voto che si preannuncia imprevedibile.

I liberaldemocratici sono da sempre catalogati come il più europeista dei partiti britannici e il nuovo leader del Partito, Tim Farron, ha confermato la tradizionale linea invitando i propri elettori a votare contro un’ipotetica Brexit.

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I tre leader indipendentisti: da sx l’irlandese Gerry Adams (Sinn Fèin), la scozzese Nicola Sturgeon (SNP) e la gallese Leanne Wood (Plaid Cymru).

Infine i movimenti indipendentisti locali di Scozia, Galles e Irlanda del Nord si sono tutti dichiarati a favore dell’Europa pur non condividendone molti aspetti.
Lo Sinn Fèin irlandese di Gerry Adams fece una campagna spietata contro il Trattato di Lisbona, ma si è sempre dichiarato a favore dell’integrazione europea.
Il Plaid Cymru del Galles invoca riforme europee per limare gli aspetti più contraddittori dell’Unione, ma voterà compatto al referendum.
Infine lo Scottish National Party, rivelazione elettorale dell’anno appena passato, aveva addirittura proposto l’adozione dell’euro in Scozia in caso di vittoria indipendentista al referendum del 2015. Com’è noto ciò non si è verificato, ma gli indipendentisti scozzesi hanno tutta l’intenzione di battagliare per l’Europa nel 2016.

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Elezioni UK 2015: analisi del voto & conseguenze.

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I sondaggisti britannici si stanno cospargendo il capo di cenere. Se i media britannici terranno il solito, ammirabile atteggiamento del ‘chi sbaglia paga’, molte teste rotoleranno nelle prossime ore.
Centinaia di sondaggi commissionati ed effettuati finanche alla vigilia del voto puntavano sostanzialmente su un pareggio  tra le due maggiori forze politiche britanniche,  prospettando così lo spettro del parlamento appeso.

Gli exit poll, in serata, già correggevano il tiro e viravano verso la riedizione del governo di coalizione Conservatori – Libdem. Non c’è la maggioranza assoluta, Cameron dovrà rispolverare Nick Clegg come vice.
Infine lo tsunami dei risultati veri e propri: i Tories sfondano la quota 325 seggi, necessaria per governare senza obblighi di coalizione. Scongiurato il rischio di parlamento balcanizzato.

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Dal 1992 i Conservatori non vedevano una maggioranza così solida (anche se poi, di fatto, i seggi in ‘più’ sono soltanto una manciata). Si rievocano vecchie figure e i governi d’acciaio del passato: Margaret Thatcher, John Major.

I liberaldemocratici crollano invece sotto il peso schiacciante del tradimento politico. Alle elezioni del 2010, il partito si era proposto come alternativo al tradizionale bipolarismo britannico, raccogliendo un numero gigantesco di consensi  (più del 20%), soprattutto tra universitari e delusi del ciclo laburista. Clegg e i suoi sono però poi finiti a soccorrere la maggioranza zoppa di Cameron, votando leggi che il giovane elettorato dei liberali non hanno evidentemente digerito (su tutte l’aumento vertiginoso delle tasse universitarie).

Un Nick Clegg dimissionario raccoglie oggi i frutti di quella che oltremanica è stata definita ‘political prostitution’. Tanto più che durante la campagna elettorale 2015, Clegg  rassicurante strizzava l’occhio ai vecchi partner di governo senza però escludere di poter far da stampella ad un eventuale maggioranza relativa laburista.

Quasi il 14% dei voti popolari e la bellezza di 48 seggi sono stati smarriti dai liberaldemocratici. Difficile dire dove siano andati: tra i giovani universitari sono andati molto bene i Verdi (+2,8%) ma è plausibile che molti abbiano abbandonato i Libdem per tornare a votare laburista.

Deludente pure il risultato complessivo del fenomeno politico britannico degli ultimi anni, soprattutto alla luce della straordinaria performance delle elezioni europee dello scorso anno. Anche se i sondaggi avevano preannunciato un forte ridimensionamento dell’UKIP, certo non ci si aspettava una resa elettorale così bassa (un solo seggio in tutto il paese).

Il dato sull’UKIP da non sottovalutare resta comunque la ragguardevole soglia raggiunta in termini di voti assoluti: il 12,64% dei britannici (quasi 4 milioni di elettori) hanno dato la loro preferenza al Partito per l’Indipendenza Britannica. Il sistema elettorale, uninominale maggioritario a turno unico, ha pesantemente limitato il numero di seggi dell’UKIP a favore invece di quelli conservatori.

Un partito che certamente non è stato penalizzato nell’assegnazione di seggi è stato certamente lo Scottish National Party (SNP). Caso politico di straordinaria importanza, lo SNP ha risollevato la testa dopo la sconfitta al referendum costituzionale dello scorso settembre. La Scozia sarà pure rimasta parte integrante del Regno Unito, ma il partito indipendentista ha cumulato un numero impressionante di seggi nazionali: 56 dei 59 seggi scozzesi della House of Commons appartengono oggi allo SNP con solo il 4,7% nazionale.

La carismatica vittoria del partito di Nicola Sturgeon eclissa paradossalmente quella di David Cameron. Mai era successo che un partito indipendentista locale diventasse maggioranza assoluta in uno dei 4 paesi costitutivi del Regno Unito. Se lo SNP ha raggiunto più del 50% dei consensi popolari in Scozia, l’omonimo gallese, l’indipendentista Plaid Cymru, è rimasto ancorato al 12% in Galles (3 seggi).

E poi c’è lui. Il grande sconfitto. Ed Miliband. C’è chi lo accusa di non essere stato incisivo, chi invece critica l’Ed pensiero, quasi ai limiti del socialismo reale. Se si può concedere al Labour l’onore delle armi per quel 30% raggiunto nei consensi popolari, il numero di seggi resta davvero troppo esiguo per poter mettere in serio pericolo il governo che si sta formando in queste ore.

Cameron ha vinto. C’è chi scommette, tuttavia, che il suo governo sarà l’ultimo del Regno Unito prima della dissoluzione. Se è vero che l’appoggio dell’indipendenza non coincide con il consenso dello SNP, è pure vero che la straordinaria vittoria degli indipendentisti avrà ripercussioni gigantesche sull’equilibrio politico del paese tutto.

Il nuovo-vecchio Prime Minister ha già promesso di implementare la devoluzione scozzese per calmare gli animi più irriducibili al di là del Vallo: un mantra che va ripetendo da qualche anno, ma che ancora non trova realizzazione.

La Scozia non sarà l’unico problema di Cameron. Per saccheggiare i voti più moderati (si fa per dire) dell’UKIP, ha promesso un referendum sull’adesione del Regno Unito alla Comunità Europea. I media stanno già diffondendo il pericolo della Brexit (Britain Exit) e si dovrà far coincidere gli interessi della Scozia (filo europeista) con quelli dell’Inghilterra (euroscettica).

Certamente non è incoraggiante per Cameron il pensiero di avere quattro diversi partiti politici (Conservatori, SNP, Laburisti e DUP) maggioranza nelle quattro nazioni costitutive del Regno Unito (rispettivamente Inghilterra, Scozia, Galles e Nord Irlanda).

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Per risultati e analisi del voto in Irlanda del Nord clicca qui.

Elezioni Europee 2014: la situazione in Gran Bretagna

Siamo certi che le prossime elezioni europee sconvolgeranno gli equilibri istituzionali del Vecchio Continente. Resta da misurare l’altezza dell’onda che si abbatterà entro poche settimane.
La situazione italiana è ben conosciuta: un PD che cercherà di emergere con le unghie e con i denti, Berlusconi che invece cercherà di non affondare del tutto e un M5S la cui performance elettorale andrà, sicuramente, oltre le aspettative.
In Francia, il Fronte Nazionale macina consensi giorno dopo giorno e Marine Le Pen sembra avviarsi verso una vittoria che sconvolgerebbe i tradizionalisti francesi.

E in Gran Bretagna cosa sta succedendo?

David Cameron, PM e leader conservatore
David Cameron, PM e leader conservatore

Il consenso popolare per il governo Cameron sta affondando. Secondo la maggioranza dei sondaggi, il premier resta distante dalle richieste della gente e non riesce quindi ad interpretarne i bisogni più elementari. Addirittura molti istituti di ricerca relegano il Partito Conservatore ad un imbarazzante terzo posto. C’è già chi parla di dimissioni anticipate del governo Cameron o della sua sostituzione con il cancelliere dello scacchiere Osborne o con il popolare sindaco di Londra Boris Johnson. Al prime minister viene rinfacciata una politica troppo ‘liberale’ in materia di immigrazione e soprattutto diritti civili.

I laburisti, d’altra parte, non stanno approfittando dello spazio lasciato vuoto dai Tories. Secondo gli analisti, il partito il Miliband oscillerebbe tra l’essere primo in UK per pochissimi decimi percentuali e fermarsi al secondo posto. “Red Ed” Miliband è spesso apparso troppo appiattito sulle posizioni conservatrici, tanto che su molti temi i due paiono andare piuttosto d’accordo.

Se i Tories sprofondano e i laburisti non sfondano, c’è chi sta messo peggio. I Lib dems di Nick Clegg sono quotati ad un miserrimo 7%. Come ampiamente previsto già anni fa, l’elettorato liberale non ha perdonato ai suoi leaders il patto con il diavolo, ovvero l’allenza di governo con i conservatori. Delusi da questo “compromesso storico”, i consensi dei liberals si sono dimezzati rispetto alle scorse elezioni europee (fermo restando che i sondaggi vengano poi confermati dagli effettivi risultati elettorali).

Chi conduce allora la gara?

Un partito semisconosciuto ai più, l’UKIP (United Kingdom Independence Party) che dovrebbe accaparrarsi oltre il 25% dei voti. Non è chiaro se l’UKIP di Nigel Farage riuscirà ad espugnare il primo posto o se si fermerà dietro ai laburisti; ma è sicuro che una percentuale superiore al 20% risulterebbe davvero altisonante per un partito che, pensate, alle scorse politiche 2010 aveva ottenuto un silenzioso 3,1.

Farage, leader UKIP
Farage, leader UKIP

L’UKIP d’altra parte non è nuovo ad exploit elettorali per le elezioni europee, visto che nel 2009 riuscì ad arrivare secondo con oltre il 16% di consensi.
Forti di un generale scontento del popolo britannico nei confronti dell’Unione Europea, l’UKIP ha puntato tutto sull’uscita immediata dall’area europea e su una legislazione draconiana nei confronti dell’immigrazione. Come già in Francia, sarà l’estrema destra a giocare il ruolo del protagonista nelle prossime elezioni.

In Inghilterra tutti parlano di ‘protest votes’ contro il governo e contro le forze politiche tradizionali (un po’ come sta avvenendo in Italia attraverso il movimento di Grillo). In realtà, però, l’onda elettorale dell’UKIP (se ci sarà) verrà trasformata in tsunami dalla gigantesca massa di astensionisti che, ad oggi, sono misurati oltre il 60%. All’indomani del voto, prima di trarre un bilancio, si dovrà guardare ai voti ottenuti dall’UKIP in termini assoluti piuttosto che alle vuote percentuali.

Interessante, a tal proposito, un’indagine dell’Observer sull’elettorato dell’UKIP: ‘Quando viene chiesto di spiegare le ragioni di un appoggio elettorale all’UKIP, la maggior parte degli intervistati rispondono di voler ‘mandare un messaggio’ a Westminster, la classica risposta  di un elettore arrabbiato”