Elezioni Irlanda del Nord 2016: risultati definitivi e analisi del voto

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Parlamento nordirlandese di Stormont

Con la lenta e snervante assegnazione dei 108 seggi nordirlandesi al parlamento devoluto di Stormont si conclude questa eccitante tornata elettorale. In 3 giorni si sono susseguite conferme, crisi e successi personali dei partiti britannici.

In Scozia gli indipendentisti dello Scottish National Party hanno sfiorato la soglia del 50% di consensi. Forti di un consenso senza precedenti, si avviano non solo a governare lo stato più a nord del Regno Unito, ma, probabilmente, anche ad indire un secondo referendum sull’indipendenza.

In Galles il Labour arretra notevolmente e perde la maggioranza parlamentare. Gli indipendentisti del Plaid Cymru, pur non emulando il successo dei fratelli scozzesi, riescono comunque a registrare notevoli avanzamenti.

Gli occhi erano puntati ieri sui risultati provenienti dalle sei contee dell’Irlanda ancora parte del Regno Unito e, come tali, elettori in quest’ultimo appuntamento elettorale.

La storia turbolenta dell’Irlanda del Nord ha portato, come sappiamo, alla stipula di diversi trattati alla fine degli anni 90′ per garantire la pace e il cosiddetto power-sharing (condivisione del potere) tra i maggiori partiti locali.
Pertanto le elezioni politiche sono fondamentali per conoscere non chi governerà (perché governeranno più o meno tutti i partiti nordirlandesi) ma in quale quota. 

Dall’anno della prima formazione del governo, l’ufficio del First Minister è sempre stato occupato da un esponente unionista (chi vuole la conservazione dello status quo con il Regno Unito), mentre quello del vice da un nazionalista (che, invece,  vorrebbe la riunificazione con l’Eire). Questo è dovuto, essenzialmente, al fatto che le posizioni di premier e vice vengono assegnate al primo e secondo partito a livello nazionale.
Gli altri ministeri vengono distribuiti in quota a seconda delle performance elettorali degli altri partiti.

Ecco perché in Nord Irlanda è importante sì vincere (per esprimere il primo ministro) ma è ancora più importante incrementare i propri consensi e i seggi al parlamento di Stormont.

Dal 2007 ad oggi il partito unionista radicale DUP domina le scene politiche ed esprime il primo ministro. Il 5 maggio il popolo ha confermato la sua fiducia nel partito creando una truppa di ben 36 seggi e un consenso assoluto del 29,2%. Arlene Foster potrà quindi tranquillamente occupare la carica più alta del Nord Irlanda per i prossimi anni.

In realtà la performance del Democratic Unionist Party non è stata particolarmente birllante: 36 seggi aveva e 36 ne ha confermati e, in termini di consensi, ha perso uno 0,8%. Ma questo grigio risultato è bastato.

Il maggiore avversario del DUP e più grande partito nazionalista è lo Sinn Fèin. Favorendo per decenni la lotta armata dell’IRA per la liberazione dell’isola dal giogo britannico era relegato a percentuali ininfluenti. Con il processo di pace, il partito è diventato invece un fondamentale punto di riferimento non solo per i nazionalisti più radicale (i repubblicani) ma anche per chi non si riconosce certamente nelle politiche unioniste e neppure in quelle timide nazionaliste dello SDLP.

Lo Sinn Féin, inoltre, negli ultimi anni sta vertiginosamente accrescendo i propri consensi anche oltre il confine. Proprio quest’anno si è confermato terzo partito in Eire.

Allo Sinn Féin, però, non è andata molto bene in Irlanda del Nord: ha perso 1 seggio (ora ne ha 28) e ben il 2,9% dei consensi rispetto al 2011. Un dato che non sarebbe particolarmente drammatico se non fosse che alle scorse elezioni europee si era imposto come primo partito alimentando dunque le aspettative sulle elezioni dello scorso 5 maggio. Il famoso esponente dell’IRA Martin McGuinness sarà di nuovo Deputy First Minister e con la sua riconferma si ribadirà lo status quo nel governo tra unionisti e nazionalisti.

Negativi anche i trend degli altri 2 maggiori partiti nordirlandesi: l’unionista moderato UUP riconferma 16 seggi ma perde l’0,6% dei consensi e i nazionalisti dello SDPL possono contare solo su 12 seggi (ne avevano 14) e perdono il 2,2%.

Chi ha guadagnato quindi da queste elezioni?

In pratica tutti i consensi persi dai partiti tradizionali sono finiti nel computo totale dei verdi, di un indipendente ma soprattutto di un relativamente nuovo movimento chiamato People Before Profit.

PBP è un esperimento molto originale per l’Irlanda definito ‘a leadership collettiva’ ovvero senza una struttura partitica ben definita e chiaramente ispirato a idee marxiste. Un movimento di sinistra radicale insomma.

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Un felicissimo Carroll (PBP)

In queste elezioni è riuscito a bissare il successo ottenuto nella Repubblica conquistando ben 2 seggi e consensi oltre il 2% (si presentava solo in poche circoscrizioni). Risultato eccezionale ottenuto grazie e soprattutto alla vittoria a sorpresa di Gerry Carroll, primo nelle preferenze di West Belfast storico feudo dello Sinn Fèin.

 

QUA SOTTO I RISULTATI DEFINITIVI DELLE ELEZIONI 2016 IN IRLANDA DEL NORD

108 SEGGI TOTALI

Democratic Unionist Party (DUP) 38 seggi (=)

Sinn Fèin 28 seggi (-1)

Ulster Unionist Party (UUP) 16 seggi (=)

Social Democratic Labour Party (SDLP) 12 seggi (-2)

Alliance Party (APNI) 8 seggi (=)

Green 2 seggi (+1)

People Before Profit (PBP) 2 seggi (+2)

Traditional Unionist Party (TUV) 1 seggio (=)

Percentuali di voto in termini di consenso (prima preferenza elettorale):

Democratic Unionist Party (DUP) 29,2% (-0,8%)

Sinn Fèin 28 seggi 24% (-2,9%)

Ulster Unionist Party (UUP) 12,6% (-0,6%)

Social Democratic Labour Party (SDLP) 12% (-2,2%)

Alliance Party (APNI) 7% (-0,7%)

Green 2,7% (+1,8%)

People Before Profit (PBP) 2% (+1,2%)

Traditional Unionist Party 3,4% (+1%)

Elezioni in Irlanda 2016: i risultati definitivi

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Ci crediate o no, i 158 seggi del parlamento irlandese non sono ancora stati assegnati. Certamente i bilanci delle elezioni politiche 2016 sono già ampiamente emersi, ma lo spoglio e il riconteggio delle schede elettorali è ancora in corso a diversi giorni dall’election day.

I risultati, come da copione ultimamente, hanno sconfessato incredibilmente i sondaggi della vigilia e apriranno inediti scenari. Prima di leggerli, tuttavia, qualche informazione e qualche numero sono d’uopo per capire la politica irlandese.

Com’è noto l’isola di Irlanda è divisa in due: le sei contee del Nord fanno ancora parte del Regno Unito e non sono ovviamente state interessate da questa tornata elettorale e le 26 contee del Sud (Eire).

La popolazione irlandese si aggira intorno ai 4 milioni e 600 mila cittadini di cui solo poco più di 3 milioni e mezzo gode del suffragio. Nelle elezioni generali della scorsa settimana si è registrata una delle affluenze al voto più basse di sempre: solo il 65% degli aventi diritto è andato a votare il 26 febbraio. Dal dopoguerra ad oggi è andata peggio solo nel 2002 quando votò uno sparuto 62%.

I seggi in palio al XXXII° Dáil Éireann (il parlamento irlandese) erano 158 distribuiti su 40 circoscrizioni elettorali. Per formare un governo sarebbero appunto bastati 79 TD’s (Teachta Dála: una sorta di titolo onorifico per i parlamentari irlandesi): una quota non raggiunta per queste elezioni.

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Ecco i risultati definitivi:

Fine Gael 25,52% 49 seggi

Fianna Fail 24,35% 44 seggi

Labour 6,61% 6 seggi

Sinn Fèin 13,85% 23 seggi

Indipendenti 17,83% 23 seggi

AAA-PBP 3,95% 6 seggi

Verdi 2,72% 2 seggi

Socialdemocratici 3% 3 seggi

Emergono dunque dati importanti da cifre e percentuali:

1 Il governo targato Fine Gael – Labour è arrivato al capolinea. Enda Kenny molto probabilmente non sarà riconfermato Taoiseach (premier) e si dovrà optare per una grande coalizione alla tedesca o per nuove elezioni. Tutto questo in barba ai sondaggi della vigilia che davano si il Fine Gael in affanno, ma comunque vicino alla maggioranza assoluta.

2 Se il grande sconfitto rimane il partito di governo Fine Gael, ancora peggio è andata ai suoi partner laburisti che in 5 anni hanno perso 27 seggi e quasi il 13% in termini assoluti di consenso elettorale. Perfino la leader del Labour, Joan Burton, ha rischiato di non essere rieletta al Dáil Éireann. Una storia molto simile a quello che è capitato ai libdems britannici cui gli elettori non perdonarono all’alleanza con i Tories.

3 Se i consensi per il governo è crollato non è certo per merito dell’opposizione. Il maggiore sfidante di Kenny, il Fianna Fáil di Micheal Martin, ha guadagnato solo il 6,9% contro più del 23% perso dai partiti governativi. Dove sono andati tutti questi voti?

4 Grandi attese erano su Gerry Adams e lo Sinn Féin. Ad inizio 2015, il partito nazionalista ex braccio politico dell’IRA, era quotato al secondo posto e insidiava addirittura il primo. Si parlava già di rivoluzione nazionalista. Ma i risultati, seppur sicuramente positivi per un partito che fino ad otto anni fa aveva il 6%, si sono rivelati ben sotto le aspettative. Lo Sinn Féin ha in effetti guadagnato solo il 4% e una truppa di 9 seggi al Dáil.

5 I veri vincitori sono in effetti gli indipendenti: ovvero candidati non allineati con nessun partito che hanno raccolto la quota necessaria per essere eletti. Pensate che se tutti gli indipendenti si riunissero sotto una sola sigla sarebbero il terzo partito di Irlanda con oltre il 17% dei consensi elettorali.

Cosa succederà adesso?

Anche nel caso di una grande coalizione è poco probabile che Enda Kenny venga rieletto premier. Più realisticamente verrà identificata una figura meno invisa al Fianna Fail e che possa mettere insieme più consensi.
La grande coalizione eviterebbe un nuovo, rischioso appuntamento elettorale ma l’immobilismo che ne deriverebbe potrebbe consegnare il prossimo governo (vicino o lontano) allo Sinn Fèin.

Entrambi i partiti, comunque, per adesso giurano e spergiurano di non voler formare una grande coalizione. Ma per discussioni e compromessi è ancora presto: l’urna elettorale è ancora calda.

 

‘SCOTTISH REFERENDUM’. TERREMOTO IN SCOZIA, TSUNAMI IN IRLANDA DEL NORD

stati regno unito

In che modo il referendum di domani cambierà il futuro irlandese

di Flavio Bacci

In queste ore si stanno consumando commenti, opinioni e sondaggi sull’avvenimento politico del secolo. Come biasimare d’altronde cronisti e politici d’oltremanica che danno libero sfogo alla loro radicata paura (o alla loro smisurata eccitazione) di stracciare l’Unione attraverso una croce su un’anonima scheda elettorale.

Nata in sordina e condannata all’oblio, la campagna per l’indipendenza scozzese è riuscita a ribaltare una situazione che pareva disperata. Con oltre venti punti di distacco nei sondaggi, Salmond e i suoi non avevano grandi aspettative. Oggi, alla vigilia del voto più importante per la Scozia, non solo i nazionalisti stanno mettendo paura alla loro controparte unionista, ma rischiano perfino di vincere e traghettare i loro paese fuori dal Regno Unito. Detto in altre parole, domani il Sì potrebbe decretare il requiem per un’unione nata secoli fa e che ha suscitato nel popolo scozzese tanto odio quanta ammirazione.

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Immagini dal Nord: la guerra elettorale

Le elezioni del 6 maggio sono vicine. Il nord Irlanda si allinea a tutta la Gran Bretagna e i partiti si dichiarano guerra a vicenda. Nonostante l-esposizione dei cartelli elettorali sia molto piu ordinata di quella italiana, non si risparmiano colpi. Ecco alcune foto della campagna elettorale per Westminster 2010 dal Nord Irlanda.

Jimmy Spratt/DUP per il seggio di South Belfast

Gerry Adams/ Sinn Fein per il seggio di West Belfast

Alex Attwood per il seggio di West Belfast con il SDLP


Paula Bradshaw, UUP/Conservatives, per il seggio di South Belfast

Immagini e testo riproducibili solo dietro citazione della fonte.

Un’Irlanda Unita?

Fino ad oggi l’isola d’Irlanda, com’è noto, è divisa tra le 26 contee della repubblica indipendente (Eire) e le sei contee del nord (Northern Ireland). Eppure qualcosa non torna. Il Nord dell’Irlanda è un mix di due religioni e (soprattutto) due backgrounds politici ben diversi: nazionalisti / repubblicani (non necessariamente, ma prevalentemente cattolici) e unionisti / lealisti (non necessariamente, ma prevalentemente protestanti). Come già ampiamente ribadito qui e altrove, la religione è un aspetto assolutamente contingente e secondario alla lotta di indipendenza irlandese. Prendiamo l’eroe repubblicano Theobald Wolfe Tone, protestante anche lui!
Ad ogni modo, ad oggi la situazione sembra essersi calmata (nonostante i dissidenti repubblicani come RIRA e CIRA si siano ringalluzziti negli ultimi anni), dunque si comincia, come per la Scozia di Alex Salmond (Scottish National Party), a parlare di un possibile referendum sulla riunificazione e di possibili esiti di questo. Mi sono imbattuto in questi sondaggi, di cui posterò la fonte, che non sono certamente incoraggianti per la comunità nazionalista dell’Irlanda.Essi, in primo luogo, denotano le forti divisioni che ancora perdurano all’interno delle due comunità:

In questo primo sondaggio, si chiedeva alla popolazione nordirlandese di definirsi dal punto di vista del background; ovvero se il campione si considerava cattolico o protestante. Non sorprende il fatto che il 71% dei protestanti si voglia definire britannico, quel che colpisce è quello sparuto, seppur significativo, 8% cattolico che non ha problemi a etichettarsi come britannico. Ciò conferma quel che dicevamo sulla complessità della situazione che non deve mai essere dicotomizzata. D’altronde anche un 4% protestante si sente profondamente irlandese, lo stesso Ian Paisley, ex leader del DUP, il maggiore dei partiti unionisti, si definì “un uomo irlandese”.  Entrambe le comunità non danno molto spazio, invece, alla classificazione di “nordirlandese”: un concetto che, effettivamente, stenta ad avere un passato ed un futuro.

Sorprendentemente, questo secondo prospetto mette d’accordo le due comunità: sia la protestante, sia quella cattolica reputa molto importante o importante la questione della nazionalità. Un dato che per noi italiani (e non solo) risulta incomprensibile; ma non troppo visti gli ultimi, preoccupanti, sviluppi. Cosa significa però essere irlandesi o sentirsi britannici? Certamente la definizione non si esaurisce esibendo bandiere britanniche durante le parate o tricolori irlandesi durante San Patrizio. E’ senza dubbio una questione più profonda. Gli irlandesi si riconoscono nella loro lingua originaria, il gaelige (italiano reso con gaelico, termine alquanto generico) anche se la maggior parte di loro non sono capaci di parlarlo fluentemente. In genere, i repubblicani più convinti lo usano come prima lingua.  Un famoso modo di dire repubblicano è “The biggest compliment you can give to your enemy is to speak their language.”, come appunto per dire che non sentono l’inglese come la loro lingua di elezione. L’uso dell’irlandese è stato fortemente impedito in passato e ancora oggi non sembra essere ben visto dalle autorità unioniste e britanniche. Un altro punto di forte personalità irlandese è la religione cattolica. Sebbene non sia una discriminante (un protestante può benissimo sentirsi un irlandese a tutti gli effetti), è comunque una componente fortemente radicata; sebbene vada ripetendo da anni che la religione ha un’influenza minima sulla questione irlandese che è prettamente una lotta POLITICA.
E’ stato inoltre chiesto agli intervistati  come voterebbero in un ipotetico referendum sulla riunficazione dell’Irlanda del Nord con quella del Sud a formare un paese a 32 contee. Il risultato è sorprendente (si deve contare che sono stati interpellati solo 1020 adulti, un campione piuttosto basso): solamente il 69% tra i cattolici sarebbero favorevoli alla riunificazione come pure un misero 6% tra i protestanti. Probabilmente i molti cattolici recalcitranti (26% i cattolici contrari) temono possibili ripercussioni negative in campo economico. D’altronde, negli ultimi anni, l’Irlanda del nord è stata interessata da investimenti a pioggia, generosamente elargiti dai governi Blair e Brown per “cementificare” la pace.  Infine 85% dei protestanti si dichiarano contrari alla riunificazione, che il vicepremier repubblicano dello Sinn Fèin, Martin Mc Guinness, ha auspicato per il 2016.
L’ultimo importante quesito posto alla popolazione nordirlandese riguarda le loro aspettative istituzionali. La domanda era: “L’Irlanda del nord è stata istituita nel 1921, quale pensi sarà il suo status nel 2021?”. Una forte componente è indecisa (19% tra i protestanti e 8% tra i cattolici), ma molti non sembrano avere dubbi: il Nord Irlanda resterà parte del Regno Unito per il 57%  dei protestanti e per un 28% di sfiduciati cattolici.
Mentre il 64% dei cattolici e il 24% dei protestanti vede un’ Irlanda unita nel 2021. Solo un quarto dei protestanti, dunque, si aspetta la riunificazione.

Fonte

N.B: Nessuna riproduzione permessa, se non citata la fonte

Guerra a Belfast

L’estate irlandese non sembra poi molto estate.

Verso l’imbrunire avevo la strana impressione di trovarmi in una trincea della Grande Guerra. In uno di quei rari momenti di tregua, corrosi dall’incertezza. Belfast era diventata una città al fronte.

Ironico, pensavo, come la città venga venduta ai turisti. La città del Titanic veniva chiamata, come se secoli di lotta non fossero mai esistiti. Lì, davanti a me, la vera Belfast, quella che si rivela solo a pochi prediletti.

Mi trovavo a quel bivio senza sapere davvero cosa aspettarmi dalla parata orangista. Tra un misto di curiosità e paura saltellavo con lo sguardo di volto in volto per decifrare i pensieri dei presenti. Indescrivibile la trepidante attesa. I giornalisti più lungimiranti occupavano i posti migliori per la solita routine di violenza e scontri. Era il mio primo giorno di scuola.

Decine di camionette blindate della polizia scaricavano agenti in tuta antisommossa. L’effetto era quello di trovarsi in qualche avvicente film holliwoodiano.

A coronare il quadro, crocchi di adolescenti e ragazzi che sfidano, per adesso solo con occhiate rapaci, la polizia.

Un epifania. La pace, tanto ostentata dalla politica, poteva essere infranta per qualche ora e ricostituita nell’indifferenza generale. Lì, su quel campo di battaglia, notai per la prima volta i veri umori del popolo nordirlandese. Un mantice che soffia su brace apparentemente spenta.

La mia disorientata attenzione venne attirata dalle persone situate sui tetti piatti dei negozi, immediatamente affacciati sulla strada. Pensai, ingenuamente, fossero manifestanti. Facevano, in realtà, parte del siparietto della politica, che cercava in tutti i modi di non perdere la faccia.

Mi tornò a mente l’immagine della guerra, incalzata dall’avvicinarsi di flauti con melodie inintelligibili. Non parevano comunque musiche annunciatrici di sventure.

L’atmosfera cambia. Si smette di parlare l’un con l’altro. Mi sale un brivido per la schiena. Dentro me la presuntuosa sensazione di vivere la storia.

Le fazioni consolidano le posizioni. Da una parte i repubblicani irlandesi separati dalla polizia solo da qualche metro. Qualche ragazzetto spezza lo statuus quo avvicinandosi pericolosamente a quelle macchine di repressione. Si cerca di mantenere la calma più a lungo possibile, forse per coglierne meglio il trapasso.

Nel frattempo i flauti degli orangisti si fanno comprensibili ai più. “Suonano la sash, i bastardi” tuonò un vecchietto che si teneva in disparte; forse ansioso di protestare, ma troppo vecchio per farlo.

Stavo letteralmente fremendo, e la mia eccitazione salì ancora di più riconoscendo tra gli altri, il giornalista della BBC che tante volte avevo seguito.

A sorpresa comparì ai lati del bivio un terzo ospite inatteso. Un fiume di lealisti, avvisati della protesta, si riversano per sostenere la parata e difenderla eventualmente a son di pugni.

Solo ora mi rendo conto della presenza tra i repubblicani di facce conosciute come Gerry Kelly, parlamentare dello Sinn Fein, storico partito irlandese.

All’inizio della breve discesa spuntano pian piano i primi orangisti. In poco tempo la folla accoglie la parata musicale con pietre e bottiglie di ogni tipo. Un nugolo di oggetti da far impallidire i più coraggiosi. Diversi orangisti vengono colpiti. Un uomo sanguina vistosamente. Non c’è pietà che regga. La parata avanza e la musica non cessa. E’ una gara di orgoglio. La polizia preme sulla folla. I lealisti sul lato opposto si limitano a gridare slogan ingiuriosi contro i repubblicani. Riesco perfino a superare le difficoltà dell’accento di Belfast per capirli. I fotografi, in preda ad un cinismo antico, corrono per catturare la notizia. Io vengo colto da una paura mai provata. Poche scaramucce contro la polizia concludono la parata. In pochi minuti tutto sembrava finito.

Tutti tornano a casa, paradossalmente in ordine, come appena usciti dallo stadio.

Bilancio della giornata: “solo” qualche ferito.

Le violenze non si limitarono al giorno della parata. Per tutta la settimana si susseguirono i cosiddetti “riots”, rivolte urbane con incendi d’auto.

Le solite, quotidiane quattro chiacchiere al pub fugarono i miei dubbi.

L’accordo del Venerdì Santo aveva dato, per la prima volta, una tangibile nota di normalità ad un popolo martoriato da decenni di guerra civile. All’apparenza erano stati abbattuti muri secolari tra le comunità unioniste e quelle nazionaliste, sotto lo scettico sguardo del governo britannico negli anni di Tony Blair.

Quel giorno di luglio, undici anni dopo lo storico accordo, quell’immagine idilliaca si era lentamente incrinata.

Avevo visto bene. Esisteva una parte d’Irlanda che ancora lottava per la riunificazione e i diritti civili. Profondamente delusa dal processo di pace, aveva messo le basi per i recenti successi della nuova IRA.

I recenti attacchi in marzo a Massereene e Craigavon hanno dimostrato che RIRA e CIRA non sono semplicemente slogan nostalgici. Nel giro di quarantotto ore sono riusciti a freddare due soldati della corona ed un poliziotto.

Un momento di grave imbarazzo per la leadership dello Sinn Fein, costretto a sconfessare un passato scomodo fatto di bombe e attentati proprio come quelli dei nuovi gruppi paramilitari.

Un risultato eclatante che ha riportato l’IRA, o meglio la nuova IRA, alla ribalta internazionale.

“Sono solo traditori dell’isola d’Irlanda”, queste le parole all’indomani degli attacchi del numero due dello Sinn Fein.

Perfino gli omicidi settari non si sono placati. Ed è forse l’aspetto che più sconvolge. Lo scorso maggio, un quarantanovenne è stato picchiato a morte da una gang di lealisti. Un duro colpo per la società civile nordirlandese che si è vista privata di un padre di famiglia, colpevole solo di essere cattolico.

Il quadro non è dei più ottimisti.

Ma d’altronde lo stesso Gerry Adams, in veste di massimo artefice del processo di pace ammise “ Ho scoperto che costruire la pace è molto più difficile che fare la guerra”.Nulla di più vero. Le sei contee del Nord hanno ancora molta strada da fare.

Risultati alle elezioni europee di Italia, Uk e Irlanda

parlamento europeoNon so perchè ho impiegato secoli a trovare i risultati ufficiali delle scorse elezioni europee. Le posto qui, magari agevolando il lavoro di qualcuno. Ovviamente solo per gli stati di cui mi interesso. Per gli altri, dovrete accontentarvi di un link:

Italia:

PDL: 35.26%

PD: 26.13%

Lega: 10.2%

IDV: 8%

UDC: 6.51%

Lista Anticapitalista: 3.38%

Sin & Lib: 3.12

Tutti gli altri partiti sotto il 3%. Il quorum per entrare al parlamento europeo era comunque del 4%.

Irlanda

Fine Gael: 29.13%

Fianna Fail: 24.08%

Labour: 13.92%

Sinn Fein: 11.24%

Tutti gli altri sotto il 5%.

Regno Unito

Tory: 27%

Labour: 16.09%

Liberaldemocratici: 15.31%

Verdi: 13.36%

B. National Party: 8.38%

Scottish National Party: 6.04%

Irlanda del Nord:

Sinn Fein: 26.04%

DUP: 18.23%

UUP: 17.11%

SDLP: 16.2%

TUV: 13.66%

Per ulteriori dati:  http://www.europarl.europa.eu/parliament/archive/elections2009/