Scozia, Indipendenza e i guai di David Cameron

David Cameron, premier britannico.
David Cameron, premier britannico.

Tutti noi sappiamo quanto il dibattito costituzionale abbia infuocato la Scozia lo scorso settembre. Come pure sappiamo come andò a finire: nonostante un’incredibile rimonta, il partito nazionalista scozzese (SNP) non riuscì a catalizzare il famoso 50%+1 (maggiori info qui)

Così, oggi, la politica britannica appare avvolta da una fastidiosa sensazione di déjà vu: ci avviamo verso le ennesime elezioni generali per eleggere un nuovo governo o confermare quello attualmente in carica mentre la Scozia rimane fermamente in mano inglese (o più politically correct: rimane parte dell’Unione).

In realtà la situazione è ben diversa. Cameron e il governo inglese sono nei guai. Grossi ed inevitabili guai.

Fino a poche settimane prima del voto, i fautori del ‘Meglio Insieme’ hanno puntato tutto sulla paura del ‘salto nel vuoto’ creando così l’effetto ‘uomo nero’ che le mamme creano nei bambini piccoli per distoglierli dalle malefatte. Senza Londra, la Scozia non sopravviverà – dicevano – e si andrà verso una catastrofe finanziaria e politica.

Ben presto però il fronte del No all’Indipendenza ha dovuto constatare il sostanziale fallimento di questa strategia, sottovalutando le intelligenze e la capacità di discernimento degli scozzesi.

Andamento dei sondaggi per il referendum scozzese
Andamento dei sondaggi per il referendum scozzese

I sondaggi della vigilia confermavano una sorprendente rimonta degli indipendentisti e governo e opposizione (Conservatori-Liberademocratici e Laburisti) hanno virato strategicamente verso promesse politiche ed economiche. Sempre per restare in tema di bambini, misero su quello che chiamiamo l’effetto caramella: se rimani con noi, ti diamo quello che brami di più.

A soli due giorni dal voto, per scongiurare un disastro politico di proporzioni storiche, Cameron si disse d’accordo con l’ex premier Gordon Brown a garantire un ulteriore incremento di devolution per la Scozia. Secondo molti analisti questo produsse un notevole effetto rassicurante sugli indecisi che votarono No alla troppo radicale indipendenza.

A distanza di sei mesi, il governo Cameron ha prodotto solo vaghi progetti di devoluzione tramite una commissione creata ad hoc – la Commissione Smith. Seppure la Commissione è formata da 10 membri provenienti da tutti i partiti scozzesi e inglesi (compreso lo SNP), le proposte scaturite non hanno trovato la soddisfazione della nuovissima lady Scotland Nicola Sturgeon: “Vorrei avere il potere nelle nostre mani per creare un sistema migliore per eliminare la povertà e far crescere la nostra economia. Questo è il tipo di parlamento che vorrei. Purtroppo non è quello che avremo.’

Nicola Sturgeon
Nicola Sturgeon

Lo SNP pretende di più. Quelle proposte dalla Commissione Smith sarebbero – a loro dire – piccole limature ad una devoluzione che il paese aveva già ottenuto con lo Scotland Act del 1998.
Gli elettori sembrano dare ragione alla Sturgeon e ai suoi: in pochissimi mesi lo SNP è passato dal 34% (1 ottobre 2014) al 47% (17 marzo 2015) ed è realistico che il prossimo maggio ci troveremo un governo monocolore ad Edinburgo. Che accadrà allora? La Sturgeon promuoverà un nuovo referendum o straccerà solo le proposte della Commissione?

In ogni caso il governo che uscirà dalle urne a maggio avrà davanti a se alcune delle più grosse sfide che il Regno Unito abbia mai affrontato dalla seconda guerra mondiale.

Gli stati costitutivi del Regno Unito.
Gli stati costitutivi del Regno Unito.

Il panorama politico è ancora più compromesso dal malcontento che serpeggia negli altri stati dell’Unione: gli indipendentisti dello Sinn Fèin (ex braccio armato dell’IRA) potrebbero diventare primo partito in Irlanda del Nord e rivendicare un referendum per le sei contee irlandesi ancora in mano britannica; perfino in Galles si sta discutendo di una nuova e più decentrata forma di autogoverno.
In tutto ciò, l’Inghilterra e gli inglesi non stanno a guardare e chiedono a gran voce la risoluzione della questione West Lothian: perché i parlamentari inglesi non hanno diritto di voto nelle questioni nazionali scozzesi, ma i parlamentari scozzesi (eletti a Westminster) possono ancora votare le questioni inglesi?

Molto probabilmente ci troveremo ben presto con 4 parlamenti devoluti che votano le questioni interne e una Camera dei Comuni svuotata completamente dei propri poteri legislativi. Con buona pace delle Regina Elisabetta che spera di non dover mai assistere impotente alla dissoluzione della Sua Unione.

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Referendum per l’indipendenza scozzese: i risultati in dettaglio

Scotland Referendum

Il referendum è andato. Archiviato come uno dei tanti capitoli politici che hanno costellato la centenaria storia del Regno Unito. I nazionalisti non l’hanno spuntata. Nonostante un’eccitante rincorsa, Alex Salmond e la Yes Campaign non sono riusciti a raggiungere il 51% dei voti pur registrando un notevole 45%.
Certamente la Scozia, come pure la coesione politica degli stati che formano il Regno Unito, non sarà più la stessa. I già precari equilibri politici tra Inghilterra, Scozia, Galles e soprattutto Irlanda del Nord stanno andando verso la rottura. La bocciatura di questo referendum rappresenta, a mio di vedere, solamente uno stop di riflessione per tutti coloro che cercano l’autodeterminazione all’interno delle isole britanniche. Ci sarà comunque molto tempo per giudicare, magari con un po’ più di freddezza, il risultato delle consultazioni. Per adesso, limitiamoci a riportare i numeri e le percentuali dettagliate del voto e soprattutto cerchiamo di capire cosa succederà ai protagonisti di questa tornata (per le conseguenze politiche del voto clicca qui).

L’affluenza al voto (il cosidetto turnout) ha sfiorato l’85% degli aventi diritto, annoverando il referendum del 18 settembre scorso come la tornata elettorale più partecipata nella storia del Regno Unito.
Il precedente record in Scozia risaliva addirittura alle elezioni politiche generali del 1951 quando Winston Churchill riuscì a tornare al potere dopo la breve parentesi dei governi laburisti di Clement Attlee.

In alcune zone della Scozia l’affluenza ha perfino toccato punte del 90% e oltre (praticamente 9 persone su 10 hanno espresso la loro preferenza). Le zone più solerti alle urne sono state East Dunbartonshire, con il 91%, e Stirling con un incredibile 90.1%. Tra l’altro la città di Stirling non è del tutto nuova alle cronache perchè nelle sue vicinanze si combattè la celeberrima battaglia del 1297 tra gli inglesi e gli scozzesi guidati da William Wallace.

Le aree con meno affluenza sono state, non sorprendentemente, Glasgow e Dundee (rispettivamente 75% e 78,8%). Si deve considerare, tuttavia, che queste due città registrano solitamente una misera media di affluenza tra il 40 ed il 50%.

Tra le 32 circoscrizioni scozzesi, il SI all’indipendenza ha vinto solo in 4: Dundee City (con oltre il 57%), West Dunbartonshire (con il 54%), la città di Glasgow (con il 53,4%) e infine North Lanarkshire (dove il Si ottiene poco più del 51%). Con il 49,92% sfiora la maggioranza nell’Inverclyde, contea fisicamente separata da Glasgow, ma che in un certo senso ne fa parte.

Le aree decisamente contrarie all’indipendenza sono state le isole Shetland(63% dei No) , Dumfries (65%) e gli Scottish Borders (oltre il 66% dei No). Ma la regione che vince il primato dell’unionismo scozzese sono le Isole Orcadi dove l’indipendenza da Londra è stata rifiutata con oltre il 67,20% dei voti contro un disperato 32,80% di Si.

La posizione delle Isole Orcadi (più a sud) e Shetlands
La posizione delle Isole Orcadi (più a sud) e Shetlands

I residenti delle isole settentrionali, d’altronde, votarono massicciamente anche contro la devoluzione scozzese nel 1979 che avrebbe poi istituito il parlamento decentrato di Edinburgo. Addirittura, alla vigilia del voto, le isole e i suoi rappresentanti hanno minacciato un ulteriore referendum locale per decidere se restare nell’ambito scozzese, riunirsi ad un Regno Unito mutilato della Scozia o raggiungere uno status particolare di auto-governo (in stile Isola di Man).

Gli analisti politici mal spiegano la tradizionale avversione delle remote isole scozzesi verso l’indipendenza. In effetti, le poche decine di migliaia di abitanti  considerano il loro retaggio culturale “vichingo” o tuttalpiù “nordico” piuttosto che scozzese/gaelico (fino al XV secolo, le isole erano parte della Norvegia). Senza contare che le isole rappresentano un fiore all’occhiello nel campo dell’autonomia finanziaria e di benessere sociale (grazie alle numerose piattaforme petrolifere e alla pesca d’altura). Per un interessante approfondimento sul Guardian circa la politica delle isole Orcadi e Shetlands clicca qui).

A parte Dundee e Glasgow, le altre città scozzesi si sono dichiarate contrarie all’indipendenza. Per concludere, ecco alcuni dati (vi e mi risparmio le cifre decimali):

Aberdeen: 58% vs 41%

Edimburgo: 61% vs 39%

Stirling: 60% vs 40%

Falkirk: 53% vs 47%

“Fidatevi di voi stessi, fidatevi gli uni degli altri”: la lettera finale di Alex Salmond per l’indipendenza scozzese

Alex Salmond, primo ministro scozzese, leader del SNP e protagonista della campagna per il SI.
Alex Salmond, primo ministro scozzese, leader del SNP e protagonista della campagna per il SI.

Questa è la lettera che il primo ministro di Scozia, Alex Salmond, ha rivolto ai suoi coincittadini per spronarli a votare SI, domani, davanti alla scheda elettorale. I sondaggi danno un probabile testa-testa, per cui, da ambo le parti, si tenta il tutto per tutto.

In queste ore finali di questa storica campagna, vorrei parlare direttamente ad ogni persona di questo paese che sta riconsiderando gli argomenti di cui si è molto parlato.

Non ho nessun dubbio che il popolo scozzese guarderà oltre gli argomenti sempre più allarmistici e assurdi che quotidianamente arrivano da Downing Street.

Tutto ciò non trova posto in dibattito assennato.

Dunque in questi ultimi giorni della più grande campagna che la Scozia abbia mai visto, vorrei chiedervi di fare un passo indietro dai discorsi dei politici e dalla tempesta di statistiche.

Per ogni tecnico da una parte, ce n’è sempre un altro dall’altra.

Per ogni strategia di paura, c’è un messaggio di speranza, opportunità e possibilità.

L’opportunità per il nostro Parlamento di avere davvero il potere di creare posti di lavoro, l’abilità di proteggere il nostro prezioso servizio sanitario e di costruire rinnovati rapporti di rispetto ed uguaglianza con i nostri amici e vicini nel resto di queste isole.

Ma per tutto ciò, il dibattito è quasi finito.

Le campagne hanno avuto il loro ruolo.

Quello che è rimasto siamo solo noi stessi – gente che vive e lavora qui.

Sole persone con un voto. Persone che contano.

Le persone che, grazie a poche preziose ore della giornata elettorale, hanno nelle loro mani la sovranità, il potere e l’autorità.

E’ il più grande e solenne momento che abbiamo mai avuto.

Il futuro della Scozia – il nostro paese – nelle nostre mani.

Cosa fare? Solo ciascuno di noi lo sa.

Da parte mia, vi chiedo solo questo.

Fate la vostra decisione con lucidità e secondo coscienza.

Sapere che votando ‘SI’ quello che prendiamo nelle nostre mani è la responsabilità come nessun altro – la responsabilità di lavorare assieme per fare della Scozia la nazione che può essere.

Questo richiederà maturità, giudizio, impegno e energia- e tutto ciò arriverà non dai soliti partiti e politici ma da voi – il popolo che ha trasformato questo momento da essere uno dei soliti dibattiti politici ad essere una magnifica celebrazione del potere popolare.

I paesi sovrano fanno mai degli errori? Si.

Ci saranno delle sfide da superare per la Scozia? Senza dubbio.

Ma la mia domanda è questa – chi meglio di noi stessi può andare incontro a queste sfide a nome della nostra stessa nazione?

Dobbiamo fidarci di noi stessi.

Fidatevi gli uni degli altri.

Alex Salmond – 17/09/2014

‘SCOTTISH REFERENDUM’. TERREMOTO IN SCOZIA, TSUNAMI IN IRLANDA DEL NORD

stati regno unito

In che modo il referendum di domani cambierà il futuro irlandese

di Flavio Bacci

In queste ore si stanno consumando commenti, opinioni e sondaggi sull’avvenimento politico del secolo. Come biasimare d’altronde cronisti e politici d’oltremanica che danno libero sfogo alla loro radicata paura (o alla loro smisurata eccitazione) di stracciare l’Unione attraverso una croce su un’anonima scheda elettorale.

Nata in sordina e condannata all’oblio, la campagna per l’indipendenza scozzese è riuscita a ribaltare una situazione che pareva disperata. Con oltre venti punti di distacco nei sondaggi, Salmond e i suoi non avevano grandi aspettative. Oggi, alla vigilia del voto più importante per la Scozia, non solo i nazionalisti stanno mettendo paura alla loro controparte unionista, ma rischiano perfino di vincere e traghettare i loro paese fuori dal Regno Unito. Detto in altre parole, domani il Sì potrebbe decretare il requiem per un’unione nata secoli fa e che ha suscitato nel popolo scozzese tanto odio quanta ammirazione.

Continua a leggere su Thefivedemands.org cliccando qui

Il Referendum Costituzionale in Scozia

Come ampiamente già affrontato (qui e qui), la Scozia sarà presto chiamata al voto per decidere il suo futuro costituzionale. I giornali europei ed internazionali tacciono sull’argomento, ma settembre 2014 sarà un mese cruciale non solo per Edimburgo, ma per tutta l’Europa politica.
Se gli scozzesi diranno SI all’indipendenza del loro millenario paese, il Regno Unito cesserà di fatto di esistere. Senza contare le molto probabili ripercussioni nella turbolenta Irlanda del Nord, dove il maggiore partito nazionalista (Sinn Fèin) si approccia a diventare prima forza politica del paese.

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L’Union Jack senza la croce scozzese di Sant’Andrea

Comunque vada dalle urne uscirà un Unione più debole. La regina ed il governo Cameron non sono riusciti a procrastinare il difficile appuntamento. Facendo appello ai soli interessi economici di una Scozia all’interno del Regno Unito, non hanno fatto leva sulla componente emotiva che, nelle genti scozzesi, vi assicuro, è molto forte.
Il primo ministro scozzese Alex Salmond (Scottish First Minister, da non confondere con il Prime Minister che è invece il premier dell’intera UK) e il suo Scottish National Party si giocano tutte le penne a questo giro. Da circa 80 anni si appella ad un referendum per determinare il futuro politico della Scozia e, alla formazione di un governo di maggioranza, ha ribadito con più veemenza la richiesta.
Dall’alto dei suoi 65 deputati al parlamento scozzese (sui 129 di Holyrood) e del suo 33% in termini di voti locali, lo SNP è deciso ad andare fino in fondo. O indipendenza o morte. Politica si intende. E sarà, probabilmente, quello che accadrà in caso di sconfitta al referendum di settembre.
Il partito ha puntato tutto, fin dalla sua fondazione negli anni 30′, all’autodeterminazione dei 5 milioni e mezzo di scozzesi e alla valorizzazione dei tratti distintivi degli Scots dagli inglesi, su tutti l’esaltazione del gaeilico scozzese (Gàidhlig) come lingua ufficiale.
In caso di sconfitta, dunque, il partito e il suo segretario non avrebbero più motivo di esistere.

D’altro canto, comunque, l’establishment britannico sembra mostrare un po’ di nervosismo. Tutti i partiti sono decisamente allineati a fronteggiare la minaccia dell’indipendenza scozzese. Ognuno con le proprie strategie, i leader dei tre maggiori partiti politici stanno cercando di far naufragare Alex Salmond e la sua barca di nazionalisti.

Abbiamo David Cameron, prime minister conservatore, che (nonostante abbia rifiutato un confronto/dibattito pubblico con Salmond) oggi attacca con decisione il referendum e gli indipendentisti con l’argomento di una ‘Scozia più forte all’interno dell’Unione’. Nick Clegg, i cui LibDems hanno tradizionalmente un fortissimo e radicato bacino elettorale in Scozia, è più cauto. Pur schieratosi per il NO, Nick Clegg non vuole assolutamente associare il suo NO a quello dei Conservatori, dopo aver visto i suoi consensi calare vertiginosamente all’indomani dell’accordo di governo con i conservatori.
Infine i laburisti britannici. Milliband e i suoi hanno il coltello della parte del manico. I sondaggi li danno vincitori alle prossime europee (che saranno una cartina tornasole per indipendentisti e lealisti) e il Labour non può permettersi errori. Considerando che i Tories hanno proprio nell’Inghilterra la loro roccaforte, perdere per strada la Scozia significherebbe un eterno governo conservatore a Downing Street.

Pensate che nelle elezioni generali del 2010 (l’anno della vittoria di Cameron), i Conservatori erano solo il quarto partito della Scozia (vedi foto di destra sotto), con solo il 16%, contro il 40 % ottenuto nella sola Inghilterra (foto a sinistra).

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Tutti uniti contro l’indipendenza dunque.

Davvero difficile prevedere l’esito delle urne. Ecco, comunque, alcuni sondaggi recenti (2014) in vista del referendum, pressochè tutti nella stessa direzione (da wikipedia):

Data Commissione Si No Ind. Diff.
29 Gen–6 Feb Panelbase/Sunday Times 1,012  37% 49% 14% 12%
3–5 Feb YouGov/Sun 1,047  34% 52% 14% 18%
29–31 Gen Survation/Mail on Sunday 1,010  32% 52% 16% 20%
21–27 Gen YouGov 1,192  33% 52% 15% 19%
21–24 Gen ICM/Scotland on Sunday 1,004  37% 44% 19% 7%
14–20 Gen TNS BMRB 1,054  29% 42% 29% 13%

La Scozia al voto per l’indipendenza (Parte I)

“La campagna per il Si è centrata su una visione positiva della Scozia. E’ radicata nell’inclusività, nell’uguaglianza e nel fondamentale valore democratico che le genti scozzesi siano i migliori custodi del loro stesso futuro.”  
Sean Connery, attore scozzese pro indipendenza

Ormai è fatta. La data è fissata. Il conto alla rovescia è partito già da alcuni giorni. Nell’autunno del 2014, il popolo scozzese sarà chiamato alle urne per democraticamente decidere il proprio futuro. L’Unione con Inghilterra e Galles potrebbe finire nel giro di 24 ore se gli elettori del ‘Si’ all’indipendenza supereranno la fatidica soglia del 50%.

 Bandiera Scozzese

Tra meno di due anni si concluderà, in un verso o nell’altro, la lunga strada che ha portato la Scozia dall’Atto di Unione ad oggi. Fino a pochi anni fa tutto ciò era fantascienza; poi la vittoria elettorale del partito nazionalista (SNP) ha bruscamente svegliato i comunque numerosi lealisti che si oppongono all’emancipazione politica giurando fedeltà vita natural durante alla corona inglese. Nel 2007 Alex Salmond ha portato lo SNP a formare un governo in cui era ancora minoranza, poi nel 2011 la vittoria che ha segnato il futuro della Scozia.

Proprio grazie allo stesso SNP, la Scozia aveva ottenuto durante i governi Blair la celeberrima devolution comportando l’istituzione di Holyrood, il parlamento devoluto scozzese. Sicuri che la concessione avrebbe tarpato le ali ad eventuali altre rivendicazioni nazionaliste, i parlamentari e i governi britannici hanno liquidato la questione come mero capriccio di un gruppetto di nostalgici di Re Giacomo.
Oggi, dunque, Cameron ed i suoi si trovano a dover affrontare la spinosa questione costituzionale in un periodo, come sappiamo bene, di difficile congiuntura economica.

Alex Salmond (First Minister scozzese) e David Cameron (Prime Minister)

Sembra ormai siglato anche l’accordo tra Westminster e Holyrood per i quesiti del referendum. L’elettore scozzese si troverà a decidere il futuro del proprio paese barrando il SI o il NO. Il quesito suonerà qualcosa come ‘Sei d’accordo che la Scozia debba diventare una nazione indipendente?’.
Sembra invece caduta l’ipotesi di una seconda domanda, se vogliamo più edulcorata della YES-NO question, che prevesse un incremento della devolution
scozzese rispetto al parlamento di Londra (chiamata devo plus o devo max). I profili di questa ‘via di mezzo’ tra devolution odierna e indipendenza erano comunque ancora tutti da chiarire.
Ancora da sciogliere il nodo su chi potrà votare al referendum scozzese: mentre il governo devoluto vorrebbe ammettere al voto anche i sedicenni e i diciassettenni, i ministri ed il governo tutto britannico si oppone strenuamente all’ipotesi.
Non si tratta di una semplice questione ideologica: la maggiorparte degli adolescenti in odore di voto sembrerebbe, infatti, propenso a votare per l’indipendenza.

Ancora da decidere il giorno preciso della consultazione. Ci si è accordati su Autunno 2014 come dicevamo, comunque ottobre resta il mese più papabile. I conservatori britannici hanno accusato Salmond di voler ritardare il referendum per guadagnare tempo prezioso in una battaglia all’ultimo voto. Ci sono state perfino voci che i nazionalisti vogliano far coincidere il voto con il 700esimo anniversario della battaglia di Bannockburn (1314), dove le truppe di Robert Bruce travolsero quelle inglesi di Edoardo II nella prima guerra di indipendenza.

Ultima questione che intendiamo affrontare in questa prima parte dedicata al referendum scozzese riguarda la cosiddetta ‘eligibility’ ovvero chi può accedere al voto.
Elaine Murray, deputata del Labour alla Camera dei Comuni, ha sollevato l’ipotesi che gli scozzesi che abbiano la residenza all’estero possano comunque esprimere la propria preferenza (circa 700 mila nella sola Inghilterra). Si sta ancora discutendo, ma probabilmente nel 2014 potranno votare solo:

– i cittadini britannici residenti in Scozia,
– i cittadini del commowealth residenti in Scozia,
– i cittadini europei residenti in Scozia,
– Lords residenti in Scozia,
– personale della corona e membri dell’esercito occupati in missioni all’estero ma accreditati per il voto in Scozia.

Da sottolineare che nella prima categoria rientrano anche i 366 mila inglesi residenti in Scozia che potrebbero fare la differenza per il rigetto dell’indipendenza.
Recenti sondaggi sulle tendenze dell’elettorato non ne sono stati fatti, gli ultimi risalgono ad ottobre 2012 e sicuramente non arridono agli indipendentisti (solo il 30% si è detto convinto del SI all’indipendenza).

La verità è che il futuro della Scozia, il nostro futuro e quello delle nostre famiglie sarà economicamente, politicamente e socialmente più forte come partner nel Regno Unito.”
Alistair Darling, ex cancelliere del Governo Brown, per il No al referendum

Qui una dettagliata raccolta targata BBC sul ‘futuro della Scozia’

La Scozia verso l’indipendenza, o no?

Abbiamo già parlato delle passate elezioni locali in Gran Bretagna, dell’ottima rimonta dei laburisti, del collasso della coalizione di governo ToriesLibDems e della inaspettata (ma cercata) rielezione di Boris Johnson alla carica di sindaco di Londra.
Uno degli argomenti che questo blog segue con crescente interesse è il processo di devoluzione scozzese e il tanto ventilato referendum per l’indipendenza della nazione di William Wallace da Westminster.
E’ sicuramente difficile riassumere e soprattutto comprendere la difficile situazione politica d’oltremanica, soprattutto per gli stranieri. Purtroppo, quindi, è indispensabile una piccola introduzione al panorama politico scozzese prima di affrontare i risultati emersi nel 2012 a nord del Vallo di Adriano.

Negli ultimi anni, sotto la spinta del partito nazionalista scozzese (lo SNP di Alex Salmond), i consensi per un’ipotetica indipendenza si sono moltiplicati. E’ recente, infatti, la notizia del lancio della campagna ‘Yes Scotland’, ovvero la gigantesca operazione messa in atto da Salmond e i suoi per portare Edinburgo verso l’indipendenza.
Ovviamente, la vittoria del si non è scontata. Come in Irlanda, la comunità unionista scozzese è numerosa e farà tutto il possibile per allontanare lo spettro della fine del Regno Unito.

Si discute su tutto. Sondaggi a parte (che smentiscono oggi quello che affermavano ieri), i fatti sembrano suggerire che il popolo scozzese non sia ancora totalmente convinto dall’indipendenza. Salmond ed il partito nazionalista tutto spingono, infatti, per posticipare il referendum costituzionale verso autunno 2014; mentre i movimenti unionisti lo vorrebbero indire immediatamente. Probabilmente, questi ultimi (e i conservatori britannici) sono sicuri, al momento, di poter conservare la maggioranza di ‘No’ e archiviare così l’umiliante pagina indipendenza.

L’incertezza in cui versano i nazionalisti sembrerebbe confermata anche dalle loro pressanti richieste di inserire nella scheda elettorale una terza opzione equidistante dal si e dal no all’indipendenza. Potrebbe infatti presentarsi per gli elettori la possibilità di scegliere anche una devoluzione portata agli estremi, come alternativa all’indipendenza.
Questo escamotage ha tutto il sapore della paura di una sonora sconfitta per i repubblicani che potrebbe dilaniare il movimento una volta per tutte.

Sorgono poi una serie di questioni che mettono in dubbio i reali vantaggi di una scissione scozzese. D’altronde i due paesi sono legati dall’Atto di Unione da oltre tre secoli e non sarà facile per il Salmond di turno ottenere oltre che l’indipendenza geografica e politica, quella psicologica.
Che fine farà ad esempio l’unione monetaria? Quale conio adotterà una Scozia indipendente, se non avrà più la sterlina?
Sicuramente molti scozzesi adotterebbero l’euro come moneta corrente nel loro paese. Il momento economico non sembra tuttavia essere particolarmente propizio per un avvicinamento economico all’Unione Europea che versa in condizioni disastrose. Plausibilmente, dunque, la Scozia indipendente userebbe per un certo periodo di tempo il pound britannico per poi smarcarsene in periodi meno burrascosi.

Questa e molte altre domande (ad esempio a quale paese andranno i diritti di estrazione petrolifera nel Mare del Nord) assillano le menti dei politicanti e di chi dovrà dichiararsi a breve per il salto nel buio o per la continuità con la monarchia. Una cosa è sicura: se la Scozia è stata parte dell’Unione per così tanto tempo, è certo che gli unionisti, il governo britannico e soprattutto la famiglia reale tutta faranno salti mortali per evitare o far fallire il referendum costituzionale.

Non sarà facile per gli eredi di Wallace ottenere la tanto sospirata libertà.

Per approfondire:

La Scozia, Alex Salmond e gli ostacoli all’indipendenza

Il nazionalismo scozzese