Elezioni in Scozia 2016: verso il trionfo degli indipendentisti

Alle prime ore del mattino del 5 maggio 2016, le urne apriranno in tutte le circoscrizioni britanniche. A Londra e in altre importanti città inglesi si voterà per eleggere il nuovo sindaco.

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L’appuntamento più elettrizzante resta comunque la tornata elettorale nei tre stati che, assieme all’Inghilterra, compongono il Regno Unito: Galles, Irlanda del Nord e Scozia rinnoveranno tutti i membri dei loro parlamenti ‘devoluti’ che avranno poi il compito di eleggere il nuovo governo locale.

Ovviamente non si tratta di una semplice consultazione politica: in gioco c’è il futuro stesso dell’Unione. Infatti, se i partiti indipendentisti locali riusciranno a formare un governo di maggioranza potrebbero spingere per staccarsi dal Regno in modo del tutto legale e democratico. Un rischio che né la Corona né  tantomeno il governo Cameron è disposto a correre.

Il caso più scottante per la coesione dell’Unione resta ancora una volta la Scozia. Cameron si sbagliava di grosso se pensava di aver archiviato la questione indipendenza scozzese con la vittoria del No al referendum del 2014. 
Il partito indipendentista, SNP (Scottish National Party), ha accettato la sconfitta ed eletto la nuova leader Nicola Sturgeon. In poche settimane gli iscritti sono triplicati e il supporto è cresciuto a dismisura fino ad ottenere, per la prima volta nella storia, la maggioranza quasi totale dei seggi scozzesi a Westminster (vedi qua).

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Forte di questo rinnovato consenso, la Sturgeon si è detta pronta a traghettare la Scozia verso un nuovo referendum che potrebbe mettere davvero nei guai Cameron.

Le elezioni locali del 5 maggio prossimo saranno dunque per la Scozia non solo l’importante appuntamento per confermare o meno il governo devoluto nazionalista (lo SNP governa nel paese con alterne vicende sin dal 2007), ma soprattutto si rivelerà un’occasione per spingere l’acceleratore verso l’indipendenza.

L’ultimo sondaggio di marzo effettuato da Survation (in linea con i precedenti) prevede senza particolari tentennamenti un governo a maggioranza assoluta nazionalista. Pensate che gli indipendentisti avrebbero un vantaggio di oltre 34 punti percentuali sul secondo partito (il Labour scozzese, fermo al 20%).

Insomma per lo SNP si preannuncia un plebiscito di proporzioni epiche. Cameron è avvisato.

 

 

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La Scozia, Alex Salmond e gli ostacoli all’indipendenza.

Il mio più vivo desiderio è vedere le nazioni di Scozia e Inghilterra stare vicini alla pari. C’è una differenza tra la partnership e la subordinazione. La prima incoraggia il mutuo rispetto. La seconda alimenta risentimento.

Alex Salmond, Primo Ministro Scozzese, Maggio 2011.

Abbiamo già parlato di Salmond in altre occasioni. Sicuramente, il segretario del Partito Nazionale Scozzese (SNP) è stato e continua ad essere uno dei protagonisti indiscussi della politica scozzese e britannica in generale. Il suo partito, radicato nel socialismo europeo, ha raggiunto tra mille difficoltà e pregiudizi politici, la maggioranza relativa dei seggi al parlamento devoluto scozzese (detto Holyrood).

Già forte di una vittoria elettorale nel 2007, lo SNP è riuscito ad occupare ben 69 dei 129 seggi in palio, mettendo così in tumulto le coscienze dei britannici. Sui giornali britannici, una gigantesca macchia ocra colorava la grande maggioranza delle circoscrizioni elettorali scozzesi nelle cartine tematiche all’indomani dello spoglio dei voti (vedi foto a sx).

Un risultato eclatante che rischia però di arenare il partito ed il futuro di tutta l’Unione su posizioni indipendentistiche difficilmente attuabili senza una strategia vincente.

Inutile negarlo, Salmond e i suoi vogliono veder nascere una repubblica scozzese totalmente indipendente e libera dal controllo di Londra. Teoricamente, dunque, per raggiungere l’ambito scopo, basterebbe l’indizione di un referendum costituzionale e la vittoria con il 50%+1 dei voti validi, traghettando così il paese verso la separazione e la dissoluzione de facto del Regno Unito.
Le scissioni, siano esse consensuali (come quelle della Cecoslovacchia nel 93′), costituzionali (come quelle del Sudan del Sud dello scorso 9 luglio) o militari (sulla riga dell’indipendenza condizionata ottenuta dall’Irlanda nel 1922), non sono mai un affare facile da gestire. Sia per la fiera opposizione degli unionisti (che in Scozia rappresentano ancora una forte componente) sia per problemi interpretativi alla lotta politica che dovrebbe portare all’emancipazione totale del sistema.

Il primo, fondamentale ostacolo è appunto la raccolta del consenso necessario. Un’indagine condotta dal Professor James Mitchell, della Strathclyde University, ha smentito che la dirigenza del partito nazionale abbia una veduta comune sul destino della Scozia. Secondo il Professore, inoltre, solo l’87 per cento di oltre 7000 membri dello SNP interpellati sull’argomento, sarebberodeterminati a rinnegare l’Unione. La percentuale degli indipendentisti diventa così ancora più sottile se consideriamo che lo SNP ha ottenuto nel 2011 il 45% dei voti scozzesi, da cui appunto andrebbero tolti il 13%, secondo Mitchell.
Eppure, il pessimismo di Mitchell per una Scozia indipendente, è stato messo in dubbio da un recente sondaggio (settembre 2011) condotto da TNS-BMR, dove per la prima volta la fazione a favore dell’indipendenza risulta avere la meglio, in termini di consensi assoluti (legati quindi all’intero corpo elettorale scozzese, non soltanto agli indipendentisti dello SNP).Il 39% degli intervistati si è dichiarato disponibile a votare per l’indipendenza, mentre solo il 38% è deciso a restare ancorato all’unionismo britannico. Tutti gli altri sono indecisi o si sono appellati al diritto di non rispondere.
Si potrebbe discutere sull’abbordabilità o meno dell’agognato 50%+1 di Salmond, tuttavia, sembra chiaro che sempre più scozzesi stiano pendendo dalla parte dell’autodeterminazione. Inoltre, lo stesso survey, ha mostrato una netta soddisfazione per l’operato dell’attuale First Minister of Scotland, Alex Salmond.

Un secondo, importante, problema che angustia Salmond ed i suoi è l’assenza di coesione  politica all’interno delle sue fila. Similmente a quanto accadeva e continua ad accadere nell’Irlanda nazionalista, anche in Scozia si discute animatamente della futura forma di governo di un paese che ancora non ha ottenuto l’indipendenza.
Il profilo dell’independista medio è sicuramente repubblicano e socialista: il gruppo più numeroso, infatti, vorrebbe vedere nel periodo post unitario una repubblica dal forte sapore egualitario (una posizione, questa, condivisa dagli omologhi irlandesi dello Sinn Fein).
Lo SNP si è oculatamente astenuto dal dare giudizi definitivi sulla questione, lasciando la linea ufficiale del partito in balia del famoso ‘Independence First‘, una sorta di ‘movimento ombrello’ entro il quale raccogliere tutti gli indipendentisti. Le posizioni interne a questo variegato gruppo sono molte e differenti, sempre pronte ad esplodere con virulenza: si va dal classico repubblicano socialista, al liberale, all’indipendentista ‘morbido’ (che vorrebbe una Scozia indipendente nell’ambito del Commonwealth), al monarchico che propone una sorta di paese indipendente che condivida il trono con la vicina Inghilterra (qualcosa di simile era accaduto tre secoli fa: 2 paesi indipendenti sotto la stessa corona).
La soluzione, momentanea e opportunistica, non sembra, per ora, creare particolari problemi alla fazione dei nazionalisti, ma potrebbe rappresentare un serissimo problema già prima di un eventuale fatidico voto.

E proprio il referendum rappresenta il terzo e più pericoloso ostacolo al progetto di Salmond e degli indipendentisti. Immaginiamo che il parlamento riesca a far passare l’istituzione del referendum costituzionale, e ammettiamo che la maggioranza degli scozzesi si sia espresso in favore dell’indipendenza. Il 50%+1 potrebbe, infatti, non essere sufficiente per vedere Edinburgo capitale di una nazione autodeterminatasi in modo democratico. Il referendum, secondo la consuetudine costituzionale britannica, ha il solo ‘potere’ consultivo e non è vincolante per il parlamento di Londra, cui spetta l’ultima decisione. Insomma, apparentemente, gli scozzesi non possono decidere autonomamente del proprio destino, ma devono affidarlo agli unionisti che siedono alla House of Commons. Mettendo in dubbio il principio dell’autodeterminazione dei popoli, Londra potrebbe decidere, con un rischiosissimo colpo di mano, di non ratificare l’avvenuto distacco e incatenare la Scozia alla sedia della regina ancora per molti anni. Ma certamente le conseguenze sulla società civile e sull’opinione pubblica internazionale non sarebbero trascurabili.

Alcuni siti utili:

Westminster has no answer to the Alex Salmond effect. Articolo dall’Indipendent, ottobre 2011 .

Sito ufficiale dell’Independence First Movement

Sito ufficiale dello SNP