Tra indipendenza e futuro: la Scozia dopo il referendum

Regno Unito ScoziaChe è successo alla Scozia dopo il referendum dello scorso settembre? Che fine ha fatto il principale promotore del voto indipendentista e il suo partito, lo Scottish National Party (SNP)? 

In effetti sia alla vigilia del voto sia, soprattutto, all’indomani, i quotidiani di mezzo mondo hanno parlato dei varii scenari politici e dei difficili equilibri tra Londra e Edinburgo. Poi il silenzio. Le poche cronache parlavano del romantico sconfitto ALex Salmond e del suo inappellabile fallimento. La Scozia rimane parte integrante del Regno Unito. I politici inglesi gongolano e Cameron (come, ci scommetto, anche la Regina) riprendono fiato dopo la corsa elettorale. D’altronde, chi per un motivo o chi per un altro, molti in Gran Bretagna hanno rischiato grosso.

Dunque Salmond e nazionalismo scozzese grandi sconfitti e Cameron magicamente migrato dalla inconsolabile posizione di depresso premieruccio di provincia a fiero eroe difensore del Regno.

La realtà è – ovviamente- molto più complessa di quello che non appaia.

E’ vero Alex Salmond si è dimesso, ed è innegabile che lo SNP e i suoi sostenitori abbiano versato lacrime amare all’indomani della debacle elettorale (comunque positiva per gli indipendentisti che fino al 2013 non raggiungevano neanche il 30% degli elettori).

La reazione politica dei nazionalisti non si è fatta comunque attendere. Evidentemente soddisfatti per come i propri rappresentanti avevano condotto la campagna elettorale, oltre 50,000 scozzesi si sono recati nelle sedi dello SNP a firmare la propria iscrizione al partito. Il partito è diventato quindi il terzo partito britannico per numero di iscritti. Un contraccolpo che neanche gli stessi nazionalisti avevano previsto. Non solo.
Nei sondaggi politici di questi giorni, lo Scottish National Party ha oltre il 40% dei voti validi in Scozia superando di gran lunga i laburisti, dati intorno al 25%. Giusto per offrire un termine di paragone, nelle elezioni 2010 (quelle in cui Cameron vinse, per intenderci), Salmond ottenne un 19,9% in Scozia e il Labour il 42%.
In effetti la Scozia è da sempre il feudo elettorale più fedele per il Labour che qui ha ottenuto percentuali bulgare. Non casualmente, infatti, erano laburisti i membri più ferventi della Campagna per il NO al referendum.

Nicola SturgeonUn altro fattore deve poi essere considerato, ed è quello che i locali chiamano “Nicola effect“. Le dimissioni di Salmond hanno spalancato le porte alla leonessa indipendentista dello SNP, ovvero Nicola Sturgeon. A novembre la Sturgeon diventerà non solo leader indiscussa dei nazionalisti, ma anche la prima donna a ricoprire la carica di First Minister of Scotland.
E la novità comincia già a dare i suoi frutti: la popolarità della Sturgeon supera il 54%, più che doppiando il primo ministro Cameron e il suo oppositore Ed Miliband. È molto probabile che il suo partito farà il pieno alle prossime elezioni locali.

Le cose sono quindi molto complicate per i partiti unionisti. Certo la possibilità di una dolorosa scissione è momentaneamente allontanata, ma il pericolo resta dietro l’angolo. Soprattutto considerato che, secondo la maggior parte degli analisti politici, il fronte del No ha vinto di misura proprio grazie a quelle discusse promesse fatte alla vigilia del voto. Se Cameron e tutti i partiti unionisti (compreso Labour e i Libdems) non riusciranno a trovare un accordo atto a soddisfare le promesse di trasferimento di maggiori poteri  da Londra ad Edinburgo, beh, allora potremmo davvero dire addio all’Unione.

Castello scozzese

Annunci

Referendum per l’indipendenza scozzese: i risultati in dettaglio

Scotland Referendum

Il referendum è andato. Archiviato come uno dei tanti capitoli politici che hanno costellato la centenaria storia del Regno Unito. I nazionalisti non l’hanno spuntata. Nonostante un’eccitante rincorsa, Alex Salmond e la Yes Campaign non sono riusciti a raggiungere il 51% dei voti pur registrando un notevole 45%.
Certamente la Scozia, come pure la coesione politica degli stati che formano il Regno Unito, non sarà più la stessa. I già precari equilibri politici tra Inghilterra, Scozia, Galles e soprattutto Irlanda del Nord stanno andando verso la rottura. La bocciatura di questo referendum rappresenta, a mio di vedere, solamente uno stop di riflessione per tutti coloro che cercano l’autodeterminazione all’interno delle isole britanniche. Ci sarà comunque molto tempo per giudicare, magari con un po’ più di freddezza, il risultato delle consultazioni. Per adesso, limitiamoci a riportare i numeri e le percentuali dettagliate del voto e soprattutto cerchiamo di capire cosa succederà ai protagonisti di questa tornata (per le conseguenze politiche del voto clicca qui).

L’affluenza al voto (il cosidetto turnout) ha sfiorato l’85% degli aventi diritto, annoverando il referendum del 18 settembre scorso come la tornata elettorale più partecipata nella storia del Regno Unito.
Il precedente record in Scozia risaliva addirittura alle elezioni politiche generali del 1951 quando Winston Churchill riuscì a tornare al potere dopo la breve parentesi dei governi laburisti di Clement Attlee.

In alcune zone della Scozia l’affluenza ha perfino toccato punte del 90% e oltre (praticamente 9 persone su 10 hanno espresso la loro preferenza). Le zone più solerti alle urne sono state East Dunbartonshire, con il 91%, e Stirling con un incredibile 90.1%. Tra l’altro la città di Stirling non è del tutto nuova alle cronache perchè nelle sue vicinanze si combattè la celeberrima battaglia del 1297 tra gli inglesi e gli scozzesi guidati da William Wallace.

Le aree con meno affluenza sono state, non sorprendentemente, Glasgow e Dundee (rispettivamente 75% e 78,8%). Si deve considerare, tuttavia, che queste due città registrano solitamente una misera media di affluenza tra il 40 ed il 50%.

Tra le 32 circoscrizioni scozzesi, il SI all’indipendenza ha vinto solo in 4: Dundee City (con oltre il 57%), West Dunbartonshire (con il 54%), la città di Glasgow (con il 53,4%) e infine North Lanarkshire (dove il Si ottiene poco più del 51%). Con il 49,92% sfiora la maggioranza nell’Inverclyde, contea fisicamente separata da Glasgow, ma che in un certo senso ne fa parte.

Le aree decisamente contrarie all’indipendenza sono state le isole Shetland(63% dei No) , Dumfries (65%) e gli Scottish Borders (oltre il 66% dei No). Ma la regione che vince il primato dell’unionismo scozzese sono le Isole Orcadi dove l’indipendenza da Londra è stata rifiutata con oltre il 67,20% dei voti contro un disperato 32,80% di Si.

La posizione delle Isole Orcadi (più a sud) e Shetlands
La posizione delle Isole Orcadi (più a sud) e Shetlands

I residenti delle isole settentrionali, d’altronde, votarono massicciamente anche contro la devoluzione scozzese nel 1979 che avrebbe poi istituito il parlamento decentrato di Edinburgo. Addirittura, alla vigilia del voto, le isole e i suoi rappresentanti hanno minacciato un ulteriore referendum locale per decidere se restare nell’ambito scozzese, riunirsi ad un Regno Unito mutilato della Scozia o raggiungere uno status particolare di auto-governo (in stile Isola di Man).

Gli analisti politici mal spiegano la tradizionale avversione delle remote isole scozzesi verso l’indipendenza. In effetti, le poche decine di migliaia di abitanti  considerano il loro retaggio culturale “vichingo” o tuttalpiù “nordico” piuttosto che scozzese/gaelico (fino al XV secolo, le isole erano parte della Norvegia). Senza contare che le isole rappresentano un fiore all’occhiello nel campo dell’autonomia finanziaria e di benessere sociale (grazie alle numerose piattaforme petrolifere e alla pesca d’altura). Per un interessante approfondimento sul Guardian circa la politica delle isole Orcadi e Shetlands clicca qui).

A parte Dundee e Glasgow, le altre città scozzesi si sono dichiarate contrarie all’indipendenza. Per concludere, ecco alcuni dati (vi e mi risparmio le cifre decimali):

Aberdeen: 58% vs 41%

Edimburgo: 61% vs 39%

Stirling: 60% vs 40%

Falkirk: 53% vs 47%

“Fidatevi di voi stessi, fidatevi gli uni degli altri”: la lettera finale di Alex Salmond per l’indipendenza scozzese

Alex Salmond, primo ministro scozzese, leader del SNP e protagonista della campagna per il SI.
Alex Salmond, primo ministro scozzese, leader del SNP e protagonista della campagna per il SI.

Questa è la lettera che il primo ministro di Scozia, Alex Salmond, ha rivolto ai suoi coincittadini per spronarli a votare SI, domani, davanti alla scheda elettorale. I sondaggi danno un probabile testa-testa, per cui, da ambo le parti, si tenta il tutto per tutto.

In queste ore finali di questa storica campagna, vorrei parlare direttamente ad ogni persona di questo paese che sta riconsiderando gli argomenti di cui si è molto parlato.

Non ho nessun dubbio che il popolo scozzese guarderà oltre gli argomenti sempre più allarmistici e assurdi che quotidianamente arrivano da Downing Street.

Tutto ciò non trova posto in dibattito assennato.

Dunque in questi ultimi giorni della più grande campagna che la Scozia abbia mai visto, vorrei chiedervi di fare un passo indietro dai discorsi dei politici e dalla tempesta di statistiche.

Per ogni tecnico da una parte, ce n’è sempre un altro dall’altra.

Per ogni strategia di paura, c’è un messaggio di speranza, opportunità e possibilità.

L’opportunità per il nostro Parlamento di avere davvero il potere di creare posti di lavoro, l’abilità di proteggere il nostro prezioso servizio sanitario e di costruire rinnovati rapporti di rispetto ed uguaglianza con i nostri amici e vicini nel resto di queste isole.

Ma per tutto ciò, il dibattito è quasi finito.

Le campagne hanno avuto il loro ruolo.

Quello che è rimasto siamo solo noi stessi – gente che vive e lavora qui.

Sole persone con un voto. Persone che contano.

Le persone che, grazie a poche preziose ore della giornata elettorale, hanno nelle loro mani la sovranità, il potere e l’autorità.

E’ il più grande e solenne momento che abbiamo mai avuto.

Il futuro della Scozia – il nostro paese – nelle nostre mani.

Cosa fare? Solo ciascuno di noi lo sa.

Da parte mia, vi chiedo solo questo.

Fate la vostra decisione con lucidità e secondo coscienza.

Sapere che votando ‘SI’ quello che prendiamo nelle nostre mani è la responsabilità come nessun altro – la responsabilità di lavorare assieme per fare della Scozia la nazione che può essere.

Questo richiederà maturità, giudizio, impegno e energia- e tutto ciò arriverà non dai soliti partiti e politici ma da voi – il popolo che ha trasformato questo momento da essere uno dei soliti dibattiti politici ad essere una magnifica celebrazione del potere popolare.

I paesi sovrano fanno mai degli errori? Si.

Ci saranno delle sfide da superare per la Scozia? Senza dubbio.

Ma la mia domanda è questa – chi meglio di noi stessi può andare incontro a queste sfide a nome della nostra stessa nazione?

Dobbiamo fidarci di noi stessi.

Fidatevi gli uni degli altri.

Alex Salmond – 17/09/2014

La Scozia al voto per l’indipendenza: le conseguenze economiche (Parte II)

Come abbiamo già avuto modo di specificare modalità e tempistiche qui, la Scozia sarà presto chiamata al voto per decidere il suo futuro. Ma quali sono le eventuali conseguenze sull’economia locale e su quella britannica in generale?

Sterlina che vai, Sterlina che trovi

Ovviamente i miasmi nazionalisti sono importanti per il popolo scozzese, ma non quanto la paura di non essere economicamente all’altezza del proprio passato fatto di benessere, crescita e welfare.
Un interessantissimo intervento di Douglas Fraser, editor BBC per la Scozia, ha messo in evidenza quanto il tema economico incida sulla scelta degli elettori. La prima preoccupazione per gli scozzesi (e non solo) rimane quindi quella economica.

Sterlina Scozzese
Sterlina Scozzese emessa dalla RBS

 

 

 

 
Un’ipotetica indipendenza porterebbe sicuramente con se il cambio della valuta. Come si sa, la Scozia utilizza il British Pound anche se Edinburgo stampa delle versioni ‘locali’ della sterlina, al pari del Nord Irlanda. La sterlina scozzese è, attualmente, accettata in tutto il Regno Unito anche se ci sono stati alcuni casi nel passato in cui questo non è successo.
Ad onor del vero, la Scozia batte moneta in tre diverse tipologie: attraverso la Banca di Scozia, la Clydesdale e la più famosa RBS.
Sembra piuttosto sicuro che una Scozia indipendente dovrebbe necessariamente continuare ad usare la sterlina, almeno in un primo momento. Una volta riorganizzate le zecche, tuttavia, ci saranno tre opzioni praticabili per il nuovissimo governo: continuare ad usare la sterlina emessa da banca centrale, adottare una nuova valuta oppure l’opzione più papabile: ovvero unire il proprio paese all’area Euro (nonostante i tempi non siano dei più benevoli).
Ufficialmente il partito nazionale scozzese si è espresso a favore di un (ulteriore) referendum per decidere il futuro della moneta scozzese, ma il tema sembra caduto nell’ombra negli ultimi tempi, forse in attesa di tempi migliori. Sul Guardian, comunque, per chi volesse approfondire ci sono tutte le possibili conseguenze di un’importante scelta come quella valutaria riassunte da Katie Allen.

Petrolio scozzese

E' petrolio scozzese!
E’ petrolio scozzese!

Un altro fondamentale argomento riguarda il famoso petrolio del Mare del Nord, già protagonista della massiccia campagna di propaganda lanciata dallo SNP negli anni 70′ (chiamata It’s Scotland’s oil). Le rivendicazioni federalistiche degli scozzesi portarono, non solo a incamerare i guadagni del North Sea Oil, ma anche fecero dello SNP il primo partito scozzese (fino ad arrivare al celeberrimo 30% del 74).

I nuovi nazionalisti ribadiscono che il petrolio scozzese, in caso di indipendenza, rimarebbe senza dubbio scozzese e verrebbero eliminate quelle odiose tasse centrali dovute alla produzione di greggio.
Winnie Ewing, navigata politica nazionalista, si è spinta a dire che gli inglesi dovrebbero pagare ben 30 miliardi di sterline per ‘rinfondere’ la Scozia delle tasse applicate ingiustamente sulle produzioni scozzesi (vedi qui).  I nazionalisti però tendono a non considerare che una buona porzione di petrolio proviene dai mari di Orcadi e Shetlands che potrebbero in un secondo momento diventare indipendenti od unirsi al regno norvegese dimezzando così gli introiti produttivi scozzesi. Si tratta di ipotesi ancora lontane, ma certo Salmond dovrà tenere conto dei possibili scenari che si apriranno nel dopo voto.

Debito pubblico britannico

Ma c’è un ultimo e forse più importante punto da analizzare in seno ad un ipotetica economia scozzese orfana dell’Unione: il debito pubblico. Ovviamente Edinburgo non potrà voltare le spalle a Londra senza ereditare parte di quel debito che ha contribuito ad accrescere. Questo è sicuramente il deterrente più forte per gli indipendentisti.

Grafico del debito nazionale britannico (wiki)
Grafico del debito nazionale britannico (wiki)

Il debito nazionale britannico non è paragonabile a quello italiano, ma è certamente motivo di apprensione economica. Quali sarebbero dunque le soluzioni post-indipendenza avanzate per la spartizione di questo gigantesco fardello?
Non ce ne sono, in effetti. E’ molto probabile che il debito si divida per il numero degli abitanti, ma ancora la discussione tra i Si ed i No sono in alto mare.
Rimangono, oltre alla questione debito, molti interrogativi.
Recentemente sulle tv britanniche va’ molto di moda agitare lo spauracchio dei prestiti nazionali alle banche scozzesi (i cosiddetti bailout) che, in caso di indipendenza, dovrebbero essere restituiti a Londra. Si aprirebbe una lotta fratricida che non promette niente di buono.

 

La Scozia al voto per l’indipendenza (Parte I)

“La campagna per il Si è centrata su una visione positiva della Scozia. E’ radicata nell’inclusività, nell’uguaglianza e nel fondamentale valore democratico che le genti scozzesi siano i migliori custodi del loro stesso futuro.”  
Sean Connery, attore scozzese pro indipendenza

Ormai è fatta. La data è fissata. Il conto alla rovescia è partito già da alcuni giorni. Nell’autunno del 2014, il popolo scozzese sarà chiamato alle urne per democraticamente decidere il proprio futuro. L’Unione con Inghilterra e Galles potrebbe finire nel giro di 24 ore se gli elettori del ‘Si’ all’indipendenza supereranno la fatidica soglia del 50%.

 Bandiera Scozzese

Tra meno di due anni si concluderà, in un verso o nell’altro, la lunga strada che ha portato la Scozia dall’Atto di Unione ad oggi. Fino a pochi anni fa tutto ciò era fantascienza; poi la vittoria elettorale del partito nazionalista (SNP) ha bruscamente svegliato i comunque numerosi lealisti che si oppongono all’emancipazione politica giurando fedeltà vita natural durante alla corona inglese. Nel 2007 Alex Salmond ha portato lo SNP a formare un governo in cui era ancora minoranza, poi nel 2011 la vittoria che ha segnato il futuro della Scozia.

Proprio grazie allo stesso SNP, la Scozia aveva ottenuto durante i governi Blair la celeberrima devolution comportando l’istituzione di Holyrood, il parlamento devoluto scozzese. Sicuri che la concessione avrebbe tarpato le ali ad eventuali altre rivendicazioni nazionaliste, i parlamentari e i governi britannici hanno liquidato la questione come mero capriccio di un gruppetto di nostalgici di Re Giacomo.
Oggi, dunque, Cameron ed i suoi si trovano a dover affrontare la spinosa questione costituzionale in un periodo, come sappiamo bene, di difficile congiuntura economica.

Alex Salmond (First Minister scozzese) e David Cameron (Prime Minister)

Sembra ormai siglato anche l’accordo tra Westminster e Holyrood per i quesiti del referendum. L’elettore scozzese si troverà a decidere il futuro del proprio paese barrando il SI o il NO. Il quesito suonerà qualcosa come ‘Sei d’accordo che la Scozia debba diventare una nazione indipendente?’.
Sembra invece caduta l’ipotesi di una seconda domanda, se vogliamo più edulcorata della YES-NO question, che prevesse un incremento della devolution
scozzese rispetto al parlamento di Londra (chiamata devo plus o devo max). I profili di questa ‘via di mezzo’ tra devolution odierna e indipendenza erano comunque ancora tutti da chiarire.
Ancora da sciogliere il nodo su chi potrà votare al referendum scozzese: mentre il governo devoluto vorrebbe ammettere al voto anche i sedicenni e i diciassettenni, i ministri ed il governo tutto britannico si oppone strenuamente all’ipotesi.
Non si tratta di una semplice questione ideologica: la maggiorparte degli adolescenti in odore di voto sembrerebbe, infatti, propenso a votare per l’indipendenza.

Ancora da decidere il giorno preciso della consultazione. Ci si è accordati su Autunno 2014 come dicevamo, comunque ottobre resta il mese più papabile. I conservatori britannici hanno accusato Salmond di voler ritardare il referendum per guadagnare tempo prezioso in una battaglia all’ultimo voto. Ci sono state perfino voci che i nazionalisti vogliano far coincidere il voto con il 700esimo anniversario della battaglia di Bannockburn (1314), dove le truppe di Robert Bruce travolsero quelle inglesi di Edoardo II nella prima guerra di indipendenza.

Ultima questione che intendiamo affrontare in questa prima parte dedicata al referendum scozzese riguarda la cosiddetta ‘eligibility’ ovvero chi può accedere al voto.
Elaine Murray, deputata del Labour alla Camera dei Comuni, ha sollevato l’ipotesi che gli scozzesi che abbiano la residenza all’estero possano comunque esprimere la propria preferenza (circa 700 mila nella sola Inghilterra). Si sta ancora discutendo, ma probabilmente nel 2014 potranno votare solo:

– i cittadini britannici residenti in Scozia,
– i cittadini del commowealth residenti in Scozia,
– i cittadini europei residenti in Scozia,
– Lords residenti in Scozia,
– personale della corona e membri dell’esercito occupati in missioni all’estero ma accreditati per il voto in Scozia.

Da sottolineare che nella prima categoria rientrano anche i 366 mila inglesi residenti in Scozia che potrebbero fare la differenza per il rigetto dell’indipendenza.
Recenti sondaggi sulle tendenze dell’elettorato non ne sono stati fatti, gli ultimi risalgono ad ottobre 2012 e sicuramente non arridono agli indipendentisti (solo il 30% si è detto convinto del SI all’indipendenza).

La verità è che il futuro della Scozia, il nostro futuro e quello delle nostre famiglie sarà economicamente, politicamente e socialmente più forte come partner nel Regno Unito.”
Alistair Darling, ex cancelliere del Governo Brown, per il No al referendum

Qui una dettagliata raccolta targata BBC sul ‘futuro della Scozia’

La Scozia verso l’indipendenza, o no?

Abbiamo già parlato delle passate elezioni locali in Gran Bretagna, dell’ottima rimonta dei laburisti, del collasso della coalizione di governo ToriesLibDems e della inaspettata (ma cercata) rielezione di Boris Johnson alla carica di sindaco di Londra.
Uno degli argomenti che questo blog segue con crescente interesse è il processo di devoluzione scozzese e il tanto ventilato referendum per l’indipendenza della nazione di William Wallace da Westminster.
E’ sicuramente difficile riassumere e soprattutto comprendere la difficile situazione politica d’oltremanica, soprattutto per gli stranieri. Purtroppo, quindi, è indispensabile una piccola introduzione al panorama politico scozzese prima di affrontare i risultati emersi nel 2012 a nord del Vallo di Adriano.

Negli ultimi anni, sotto la spinta del partito nazionalista scozzese (lo SNP di Alex Salmond), i consensi per un’ipotetica indipendenza si sono moltiplicati. E’ recente, infatti, la notizia del lancio della campagna ‘Yes Scotland’, ovvero la gigantesca operazione messa in atto da Salmond e i suoi per portare Edinburgo verso l’indipendenza.
Ovviamente, la vittoria del si non è scontata. Come in Irlanda, la comunità unionista scozzese è numerosa e farà tutto il possibile per allontanare lo spettro della fine del Regno Unito.

Si discute su tutto. Sondaggi a parte (che smentiscono oggi quello che affermavano ieri), i fatti sembrano suggerire che il popolo scozzese non sia ancora totalmente convinto dall’indipendenza. Salmond ed il partito nazionalista tutto spingono, infatti, per posticipare il referendum costituzionale verso autunno 2014; mentre i movimenti unionisti lo vorrebbero indire immediatamente. Probabilmente, questi ultimi (e i conservatori britannici) sono sicuri, al momento, di poter conservare la maggioranza di ‘No’ e archiviare così l’umiliante pagina indipendenza.

L’incertezza in cui versano i nazionalisti sembrerebbe confermata anche dalle loro pressanti richieste di inserire nella scheda elettorale una terza opzione equidistante dal si e dal no all’indipendenza. Potrebbe infatti presentarsi per gli elettori la possibilità di scegliere anche una devoluzione portata agli estremi, come alternativa all’indipendenza.
Questo escamotage ha tutto il sapore della paura di una sonora sconfitta per i repubblicani che potrebbe dilaniare il movimento una volta per tutte.

Sorgono poi una serie di questioni che mettono in dubbio i reali vantaggi di una scissione scozzese. D’altronde i due paesi sono legati dall’Atto di Unione da oltre tre secoli e non sarà facile per il Salmond di turno ottenere oltre che l’indipendenza geografica e politica, quella psicologica.
Che fine farà ad esempio l’unione monetaria? Quale conio adotterà una Scozia indipendente, se non avrà più la sterlina?
Sicuramente molti scozzesi adotterebbero l’euro come moneta corrente nel loro paese. Il momento economico non sembra tuttavia essere particolarmente propizio per un avvicinamento economico all’Unione Europea che versa in condizioni disastrose. Plausibilmente, dunque, la Scozia indipendente userebbe per un certo periodo di tempo il pound britannico per poi smarcarsene in periodi meno burrascosi.

Questa e molte altre domande (ad esempio a quale paese andranno i diritti di estrazione petrolifera nel Mare del Nord) assillano le menti dei politicanti e di chi dovrà dichiararsi a breve per il salto nel buio o per la continuità con la monarchia. Una cosa è sicura: se la Scozia è stata parte dell’Unione per così tanto tempo, è certo che gli unionisti, il governo britannico e soprattutto la famiglia reale tutta faranno salti mortali per evitare o far fallire il referendum costituzionale.

Non sarà facile per gli eredi di Wallace ottenere la tanto sospirata libertà.

Per approfondire:

La Scozia, Alex Salmond e gli ostacoli all’indipendenza

Il nazionalismo scozzese

 

Il discorso di fine anno di Alex Salmond

Il primo ministro scozzese, Alex Salmond

Alex Salmond, leader dello Scottish National Party (vedi qui e qui per più info) si è rivolto alla nazione scozzese, come di consueto, per la fine dell’anno. Riportiamo la versione parziale da BBC News (per originale, clicca qui) e relativa traduzione in italiano.

ENGLISH

First Minister Alex Salmond called on Scots to live up to their country’s international reputation as a land of technological and scientific innovation and take control of their own destiny, in his New Year message.

But he said the country needed “the political and economic power to make the most of these strengths and resources”.

“The Scottish people have shown a hunger for more powers in order to secure a fairer, as well as a more prosperous future, and I believe optimism has been chosen over pessimism,” he said.

“My priority as First Minister as we go into 2012 is to ensure all Scots have the security and fulfilment that comes from the opportunity to work.

“That’s why we are investing in a range of capital projects to create jobs, guaranteeing an education or training place for every 16-19 year old and delivering 25,000 modern apprenticeships a year.

“With greater powers we could do so much more and we would be much less at risk from the UK’s counterproductive obsession with austerity at all costs.

“Next year will mark a further shift in the debate on Scotland’s future as we move towards a referendum on independence in the second half of the parliament.

“I am confident that Scotland will decide to take full control of our own destiny and join the international community in our own right.”

ITALIANO

Il primo ministro Alex Salmond ha invitato gli scozzesi, nel messaggio per l’anno nuovo, ad essere all’altezza della reputazione internazionale del loro paese, come terra di innovazione tecnologica e scientifica e a prendere il controllo del loro stesso destino

Ma ha anche riferito che il paese ha bisogno del “potere politico ed economico per avere il massimo da queste forze e risorse”

“Il popolo scozzese ha mostrato fame per maggiori poteri al fine di assicurarsi un più giusto, così come più prosperoso, futuro, e, credo, che l’ottimismo abbia prevalso sul pessimismo”, ha detto.

“La mia priorità come Primo Ministro entrando nel 2012 è di assicurare che tutti gli scozzesi abbiano la sicurezza e l’appagamento che viene dall’opportunità del lavoro.

“Ecco perchè stiamo investendo in un gamma di importanti progetti per creare posti di lavoro, garantendo un educazione o un luogo di formazione per ogni 16-19enne e consegnando 25,000 moderni apprendistati all’anno.

“Con maggiori poteri potremmo fare molto di più e potremmo essere molto meno a rischio per la controproduttiva ossessione della UK per l’austerità ad ogni costo.

“Il prossimo anno segneremo un ulteriore passo nel dibattito sul futuro della Scozia mentre ci muoviamo verso il referendum sull’independenza nella seconda metà della legislatura.

“Sono fiducioso che la Scozia deciderà di prendere il totale controllo del proprio destino e si unirà alla comunità internazionale nel nostro stesso diritto.”