Referendum britannico sull’uscita dall’Europa (BREXIT): ultimissimi sondaggi

Domani milioni di elettori britannici giocheranno una partita importantissima per i destini del loro paese. Non solo. L’esito del voto porterà con sé ripercussioni gigantesche sulla politica comunitaria e nazionale e avrà conseguenze imprevedibili sui mercati di tutto il mondo.

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Una simpatica vignetta da Voxeurop.eu

A differenza degli stereotipi sulla temperatura oltremanica, il clima è rovente in Gran Bretagna. Il barbaro assassinio della deputata laburista Jo Cox ha rivelato candidamente fin dove si può spingere la rabbia e la frustrazione popolare arrivando perfino a fomentare folli idee criminali.

La crisi economica e sociale degli ultimi anni ha foraggiato i partiti euroscettici che individuano nell’Unione Europea il nemico pubblico numero 1. Farage e l’UKIP, membri di prima linea di questo vasto movimento di opinione, descrivono le decisioni europee (prima fra tutte la sacrosanta difesa dell’individuo e il rispetto dei diritti umani) come diktat ai governi locali e minacce alla sovranità nazionale.

Domani i britannici non decideranno solo se rimanere parte dell’Unione o lasciare il tavolo da gioco. La crepa potrebbe allargarsi ad altri paesi ‘titubanti’ (gli episodi austriaci e francesi ne sono un mero assaggio) e i rampanti leader nazionali delle destre euroscettiche potrebbero trovare conforto in un possibile successo in Gran Bretagna.

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Facsimile della scheda elettorale per il referendum di domani.

Anche Londra comunque trema. Una magra consolazione per noi europei, ma il successo della Brexit potrebbe aiutare gli indipendentisti scozzesi, gallesi e nord irlandesi e accelerare dunque il processo disgregativo del Regno Unito.

Dai sondaggi sembra infatti palese che soltanto l’Inghilterra voterà massicciamente per l’uscita dall’Unione, allargando così il divario politico tra i quattro diversi stati governati da Sua Maestà.

Potrebbe davvero essere un sassolino che da inizio ad una frana di proporzioni epiche.

Domani sera (23 giugno 2016) la risposta arriverà. Nel frattempo riportiamo qua sotto gli ultimi 3 sondaggi di oggi (22 giugno) che sanciscono una sostanziale parità tra chi vorrebbe restare e chi, invece, vorrebbe andare per la propria strada. Decideranno, come spesso accade, gli indecisi.

Committente: Number Cruncher Politics
Tipologia: Sondaggio online e telefonico a campionature
A favore della permanenza nell’Unione: 45%
A favore dell’uscita dall’Unione: 43%
Indecisi:
12%

Committente: Financial Times
Tipologia: Media degli ultimi 5 sondaggi nazionali
A favore della permanenza nell’Unione: 44%
A favore dell’uscita dall’Unione: 45%
Indecisi: 11%

Committente: The Telegraph
Tipologia: Media degli ultimi sei sondaggi, esclusi gli indecisi
A favore della permanenza nell’Unione: 51%
A favore dell’uscita dall’Unione: 49%

 

 

Il Regno Unito verso le elezioni 2015: aggiornamenti e previsioni di governo.

Partiti britannici

Il 55° parlamento britannico vedrà la sua naturale scadenza il 30 marzo 2015. Ancora non è stata fissata una data certa per le elezioni politiche britanniche, anche se i quotidiani oltremanica indicano il 7 maggio come plausibile polling day per i quasi 50 milioni di elettori. I membri della Camera dei Comuni di Londra che dovranno essere eletti saranno 650, come da tradizione nonostante i numerosi tentativi del governo Cameron di portarli a soli (si fa per dire) 600.

In altre occasioni abbiamo già parlato della corsa verso la soglia magica dei 326 deputati necessari per avere la maggioranza e spazzare via la paura di un nuovo hung parliament come quello degli ultimi 5 anni. Ad oggi la partita è più aperta che mai: il sondaggio di Populus eseguito tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio su un significativo campione di oltre 2000 persone ha evidenziato un margine di vantaggio per il Labour sempre più risicato (+3%) sui conservatori di Cameron.

Lo stesso sondaggio ha ribadito il totale annichilimento dei Liberaldemocratici di Nick Clegg, partner dei conservatori nel governo uscente, che si attestano intorno ad un deludente 7%. Il sistema tipicamente britannico, ironicamente definito dall’Economist ‘dei due partiti e mezzo’, sembra essere al tramonto. Dal 1922 gli elettori britannici hanno, alternativamente, premiato come primo partito Conservatori o Laburisti con dietro, sempre in terza posizione, l’eterno partito liberaldemocratico. Il crollo di consensi di Clegg nei sondaggi e soprattutto l’irresistibile ascesa dell’arcinoto UKIP (secondo Populus intorno al 14%) mettere fine dopo quasi un secolo a questo monotono sistema politico.

Giusto per darvi un’idea di quanto sia liquida la situazione elettorale: i Libdems di Clegg avevano ottenuto il 23% nelle elezioni del 2010 rischiando addirittura di diventare il secondo partito britannico, mentre l’UKIP raggranellava un misero 3,1% non riuscendo ad eleggere parlamentari.

Lo SNP in Scozia.
Partiti maggioritari nelle circoscrizioni scozzesi. Il giallo è l’SNP.

Se si parla del collasso del ‘sistema a due partiti e mezzo’ non si può non citare la crescente importanza dei Verdi (dati tra il 5 e l’8%), ma soprattutto del dominio incontrastato dello Scottish National Party a nord del confine inglese. Lo SNP della nuovissima prima ministra scozzese, Nicola Sturgeon, vola oltre il 50% nei sondaggi e, nonostante l’ormai nota sconfitta al referendum per l’indipendenza, ha oltre 20 punti in più del secondo partito in Scozia (i laburisti).

Sembra, comunque, dato per scontato da tutti gli analisti che ci ritroveremo nuovamente di fronte ad un hung parliament, dove però l’assenza di un cospicuo gruppo di libdems potrebbe costringere un rieletto Cameron a venire a patti con l’UKIP. Malelingue, invece, mormorano che ci sia già una bozza di accordo orale per una ‘grande coalizione’ tra Laburisti e conservatori in caso di hung parliament.

Elezioni nel 2015: Podemos & UKIP alla riscossa

Il 2014 è già quasi alle spalle. Difficile prevedere cosa accadrà il prossimo anno. Molti sono gli appuntamenti politici/elettorali del 2015.

Regno Unito General Elections 2015

Abbiamo già analizzato alcuni sondaggi per le elezioni in Gran Bretagna del 2015. Gli ultimissimi trend vedono un leggero vantaggio del Labour di Miliband (+4%, secondo il sondaggio del The Sun del 22 dicembre) e alcune increspature del supporto popolare di Cameron (comunque alla rincorsa dei laburisti).

Nigel FarageLa grande novità sarà molto probabilmente l’UKIP di Nigel Farage (nel frattempo eletto britannico dell’anno dal magazine Times).

L’UKIP è attestato tra il 15 ed il 20%, un dato che-se confermato- potrà costringere David Cameron a venire a patti per formare un nuovo governo di coalizione.

Gli attuali alleati di Cameron, i Liberaldemocratici di Nick Clegg, sono praticamente inesistenti (6%) e si avviano verso una disfatta senza precedenti. Nelle scorse elezioni europee, i libdems sono riusciti a perdere dieci degli undici seggi che avevano all’Europarlamento.

Nick Clegg (LibDems) in crisi
Nick Clegg (LibDems) in crisi

La leadership di Clegg è stanca e fortemente compromessa con il governo Cameron. Clegg si era presentato nel 2010 come l’innovatore liberale raccogliendo moltissimi consensi soprattutto tra studenti e intellettuali per poi ricoprire solo il ruolo di cane da guardia di Cameron (molti ringhi, ma nessun morso). A meno di una strepitosa rimonta (che comunque sarà improbabile se verrà confermato Clegg alla guida del partito), i voti liberaldemocratici saranno di ben poco aiuto ai Conservatori.

Sicuramente di ben più facile lettura il dato scozzese. Il referendum sull’indipendenza ha fatto letteralmente scoppiare il consenso del partito nazionalista (SNP) che nei sondaggi è saldamente il primo partito in Scozia con oltre il 40% dei voti (alle scorse elezioni europee il partito raccolse il 29%). Secondo in Scozia rimane il Partito Laburista che ha recentemente eletto il nuovo segretario, Jim Murphy.

galles politicaMolto noioso, invece, le proiezioni politiche in Galles. L’unica ‘mosca bianca’ rimane il Partito indipendentista gallese Plaid Cymru. Difficilmente, secondo i sondaggi, il PC potrà superare il 12-13% uscendo così dal trend negativo che lo ha caratterizzato negli ultimi anni. Non c’è stato l’effetto referendum Scozia. Il Galles sembra piuttosto scettico a riguardo, confermando un 36%, un 23% ai Conservatori e un ottimo 18% per Farage e i suoi.

Per l’Irlanda del Nord non ci sono obiettivamente dati precisi e affidabili. Molto probabilmente il DUP, il maggiore partito unionista, confermerà il primo posto e lo Sinn Fèin (ex braccio politico dell’IRA) arriverà immediatamente dietro. Buone prospettive ci sono per il partito inter-comunitario di Alliance. I risultati del 7 maggio poco cambieranno il panorama politico nordirlandese. L’unica sfida interessante da seguire sarà quella per il seggio di East Belfast: tradizionalmente feudo unionista che Alliance strappò nel 2010 addirittura al primo ministro nord irlandese Peter Robinson.

Spagna alle elezioni politiche. I sondaggi.

Di tutt’altro tipo l’aria che si respira in Spagna. Il governo conservatore di Mariano Rajoy che aveva vinto nel 2011 con il 44.6% è oggi attestato solo al 26,5%. In pratica il suo governo è riuscito a dimezzare i propri consensi elettorali.
Gli avversari tradizionali, i socialisti, non si sono ancora ripresi dalla sconfitta di Zapatero-Sànchez e riscuotono un timidissimo supporto nei sondaggi (18-20%).

Gli spagnoli condannano così sia il governo conservatore, sia l’opposizione socialista.

Che sta succedendo?

Abbiamo delineato sopra la situazione politica emersa dai sondaggi in Gran Bretagna: partito governativo (Conservatives) vs partito d’opposizione (Labour) con il pericolo dell’outsider (UKIP). Questa situazione tripartita la ritroviamo ingigantita in Spagna, probabilmente per colpa del crisi economica che qui ha battuto con più virulenza che in Inghilterra.

Il grande vincitore (per adesso solo nei sondaggi) è Podemos, partito populista di sinistra recentemente costituito. Secondo i nuovi sondaggi, rilasciati a dicembre, non solo Podemos potrebbe mettere in difficoltà i partiti tradizionali, ma rischierebbe perfino di diventare primo partito di Spagna.

podemos

Molto simile per costituzione associativa, ma molto diverso per contenuti, Podemos può essere messo a confronto con il Movimento 5 Stelle italiano. In realtà questo nuovo movimento si connota decisamente come un partito di sinistra (tant’è che i 5 eurodeputati siedono con l’eurogruppo di Sinistra Unitaria Europea), ma eredita la lotta contro la casta tipica dei grillini nostrani.

Le elezioni spagnole sono fissate per il 20 dicembre, ma secondo molti commentatori si potrebbe arrivare velocemente alle elezioni anticipate.

Media dei sondaggi in Spagna
Media dei sondaggi in Spagna: blu conservatori, rosso socialisti, viola Podemos.

Podemos sta erodendo molti consensi anche ai partiti catalani. Nella sola Catalunya (Catalogna) Podemos è attestata intorno al 20%. Se confermato il dato, si tratterebbe della prima forza politica entro i confini catalani. A risentirne maggiormente sono Convergència i Unió (Convergenza e Unione) che comunque mantiene un 18,8% ca e Esquerra Republicana de Catalunya che cala notevolemente al 17,5% (a settembre i sondaggi la accreditavano al 21%).

Importante notare che entrambi i partiti più colpiti dall’ascesa elettorale di Podemos sono partiti nazionalisti, a favore dell’indipendenza catalana dalla nazione spagnola. La posizione del nuovo movimento nei confronti dell’indipendentismo catalano è calcolatamente ambigua: da una parte si afferma il diritto all’auto-determinazione del popolo catalano, dall’altra si fa appello all’unità nazionale (molto interessante, l’articolo di Shea Baird sulla questione Podemos/indipendentismo).

C’è tempo per recuperare o per consolidare. Quel che resta sicuro è che andremmo verso una notevole alterazione degli equilibri politici in Regno Unito e in Spagna.

Un appendice sul voto anticipato in Grecia qui.

Tra indipendenza e futuro: la Scozia dopo il referendum

Regno Unito ScoziaChe è successo alla Scozia dopo il referendum dello scorso settembre? Che fine ha fatto il principale promotore del voto indipendentista e il suo partito, lo Scottish National Party (SNP)? 

In effetti sia alla vigilia del voto sia, soprattutto, all’indomani, i quotidiani di mezzo mondo hanno parlato dei varii scenari politici e dei difficili equilibri tra Londra e Edinburgo. Poi il silenzio. Le poche cronache parlavano del romantico sconfitto ALex Salmond e del suo inappellabile fallimento. La Scozia rimane parte integrante del Regno Unito. I politici inglesi gongolano e Cameron (come, ci scommetto, anche la Regina) riprendono fiato dopo la corsa elettorale. D’altronde, chi per un motivo o chi per un altro, molti in Gran Bretagna hanno rischiato grosso.

Dunque Salmond e nazionalismo scozzese grandi sconfitti e Cameron magicamente migrato dalla inconsolabile posizione di depresso premieruccio di provincia a fiero eroe difensore del Regno.

La realtà è – ovviamente- molto più complessa di quello che non appaia.

E’ vero Alex Salmond si è dimesso, ed è innegabile che lo SNP e i suoi sostenitori abbiano versato lacrime amare all’indomani della debacle elettorale (comunque positiva per gli indipendentisti che fino al 2013 non raggiungevano neanche il 30% degli elettori).

La reazione politica dei nazionalisti non si è fatta comunque attendere. Evidentemente soddisfatti per come i propri rappresentanti avevano condotto la campagna elettorale, oltre 50,000 scozzesi si sono recati nelle sedi dello SNP a firmare la propria iscrizione al partito. Il partito è diventato quindi il terzo partito britannico per numero di iscritti. Un contraccolpo che neanche gli stessi nazionalisti avevano previsto. Non solo.
Nei sondaggi politici di questi giorni, lo Scottish National Party ha oltre il 40% dei voti validi in Scozia superando di gran lunga i laburisti, dati intorno al 25%. Giusto per offrire un termine di paragone, nelle elezioni 2010 (quelle in cui Cameron vinse, per intenderci), Salmond ottenne un 19,9% in Scozia e il Labour il 42%.
In effetti la Scozia è da sempre il feudo elettorale più fedele per il Labour che qui ha ottenuto percentuali bulgare. Non casualmente, infatti, erano laburisti i membri più ferventi della Campagna per il NO al referendum.

Nicola SturgeonUn altro fattore deve poi essere considerato, ed è quello che i locali chiamano “Nicola effect“. Le dimissioni di Salmond hanno spalancato le porte alla leonessa indipendentista dello SNP, ovvero Nicola Sturgeon. A novembre la Sturgeon diventerà non solo leader indiscussa dei nazionalisti, ma anche la prima donna a ricoprire la carica di First Minister of Scotland.
E la novità comincia già a dare i suoi frutti: la popolarità della Sturgeon supera il 54%, più che doppiando il primo ministro Cameron e il suo oppositore Ed Miliband. È molto probabile che il suo partito farà il pieno alle prossime elezioni locali.

Le cose sono quindi molto complicate per i partiti unionisti. Certo la possibilità di una dolorosa scissione è momentaneamente allontanata, ma il pericolo resta dietro l’angolo. Soprattutto considerato che, secondo la maggior parte degli analisti politici, il fronte del No ha vinto di misura proprio grazie a quelle discusse promesse fatte alla vigilia del voto. Se Cameron e tutti i partiti unionisti (compreso Labour e i Libdems) non riusciranno a trovare un accordo atto a soddisfare le promesse di trasferimento di maggiori poteri  da Londra ad Edinburgo, beh, allora potremmo davvero dire addio all’Unione.

Castello scozzese

Referendum per l’indipendenza scozzese: i risultati in dettaglio

Scotland Referendum

Il referendum è andato. Archiviato come uno dei tanti capitoli politici che hanno costellato la centenaria storia del Regno Unito. I nazionalisti non l’hanno spuntata. Nonostante un’eccitante rincorsa, Alex Salmond e la Yes Campaign non sono riusciti a raggiungere il 51% dei voti pur registrando un notevole 45%.
Certamente la Scozia, come pure la coesione politica degli stati che formano il Regno Unito, non sarà più la stessa. I già precari equilibri politici tra Inghilterra, Scozia, Galles e soprattutto Irlanda del Nord stanno andando verso la rottura. La bocciatura di questo referendum rappresenta, a mio di vedere, solamente uno stop di riflessione per tutti coloro che cercano l’autodeterminazione all’interno delle isole britanniche. Ci sarà comunque molto tempo per giudicare, magari con un po’ più di freddezza, il risultato delle consultazioni. Per adesso, limitiamoci a riportare i numeri e le percentuali dettagliate del voto e soprattutto cerchiamo di capire cosa succederà ai protagonisti di questa tornata (per le conseguenze politiche del voto clicca qui).

L’affluenza al voto (il cosidetto turnout) ha sfiorato l’85% degli aventi diritto, annoverando il referendum del 18 settembre scorso come la tornata elettorale più partecipata nella storia del Regno Unito.
Il precedente record in Scozia risaliva addirittura alle elezioni politiche generali del 1951 quando Winston Churchill riuscì a tornare al potere dopo la breve parentesi dei governi laburisti di Clement Attlee.

In alcune zone della Scozia l’affluenza ha perfino toccato punte del 90% e oltre (praticamente 9 persone su 10 hanno espresso la loro preferenza). Le zone più solerti alle urne sono state East Dunbartonshire, con il 91%, e Stirling con un incredibile 90.1%. Tra l’altro la città di Stirling non è del tutto nuova alle cronache perchè nelle sue vicinanze si combattè la celeberrima battaglia del 1297 tra gli inglesi e gli scozzesi guidati da William Wallace.

Le aree con meno affluenza sono state, non sorprendentemente, Glasgow e Dundee (rispettivamente 75% e 78,8%). Si deve considerare, tuttavia, che queste due città registrano solitamente una misera media di affluenza tra il 40 ed il 50%.

Tra le 32 circoscrizioni scozzesi, il SI all’indipendenza ha vinto solo in 4: Dundee City (con oltre il 57%), West Dunbartonshire (con il 54%), la città di Glasgow (con il 53,4%) e infine North Lanarkshire (dove il Si ottiene poco più del 51%). Con il 49,92% sfiora la maggioranza nell’Inverclyde, contea fisicamente separata da Glasgow, ma che in un certo senso ne fa parte.

Le aree decisamente contrarie all’indipendenza sono state le isole Shetland(63% dei No) , Dumfries (65%) e gli Scottish Borders (oltre il 66% dei No). Ma la regione che vince il primato dell’unionismo scozzese sono le Isole Orcadi dove l’indipendenza da Londra è stata rifiutata con oltre il 67,20% dei voti contro un disperato 32,80% di Si.

La posizione delle Isole Orcadi (più a sud) e Shetlands
La posizione delle Isole Orcadi (più a sud) e Shetlands

I residenti delle isole settentrionali, d’altronde, votarono massicciamente anche contro la devoluzione scozzese nel 1979 che avrebbe poi istituito il parlamento decentrato di Edinburgo. Addirittura, alla vigilia del voto, le isole e i suoi rappresentanti hanno minacciato un ulteriore referendum locale per decidere se restare nell’ambito scozzese, riunirsi ad un Regno Unito mutilato della Scozia o raggiungere uno status particolare di auto-governo (in stile Isola di Man).

Gli analisti politici mal spiegano la tradizionale avversione delle remote isole scozzesi verso l’indipendenza. In effetti, le poche decine di migliaia di abitanti  considerano il loro retaggio culturale “vichingo” o tuttalpiù “nordico” piuttosto che scozzese/gaelico (fino al XV secolo, le isole erano parte della Norvegia). Senza contare che le isole rappresentano un fiore all’occhiello nel campo dell’autonomia finanziaria e di benessere sociale (grazie alle numerose piattaforme petrolifere e alla pesca d’altura). Per un interessante approfondimento sul Guardian circa la politica delle isole Orcadi e Shetlands clicca qui).

A parte Dundee e Glasgow, le altre città scozzesi si sono dichiarate contrarie all’indipendenza. Per concludere, ecco alcuni dati (vi e mi risparmio le cifre decimali):

Aberdeen: 58% vs 41%

Edimburgo: 61% vs 39%

Stirling: 60% vs 40%

Falkirk: 53% vs 47%

“Fidatevi di voi stessi, fidatevi gli uni degli altri”: la lettera finale di Alex Salmond per l’indipendenza scozzese

Alex Salmond, primo ministro scozzese, leader del SNP e protagonista della campagna per il SI.
Alex Salmond, primo ministro scozzese, leader del SNP e protagonista della campagna per il SI.

Questa è la lettera che il primo ministro di Scozia, Alex Salmond, ha rivolto ai suoi coincittadini per spronarli a votare SI, domani, davanti alla scheda elettorale. I sondaggi danno un probabile testa-testa, per cui, da ambo le parti, si tenta il tutto per tutto.

In queste ore finali di questa storica campagna, vorrei parlare direttamente ad ogni persona di questo paese che sta riconsiderando gli argomenti di cui si è molto parlato.

Non ho nessun dubbio che il popolo scozzese guarderà oltre gli argomenti sempre più allarmistici e assurdi che quotidianamente arrivano da Downing Street.

Tutto ciò non trova posto in dibattito assennato.

Dunque in questi ultimi giorni della più grande campagna che la Scozia abbia mai visto, vorrei chiedervi di fare un passo indietro dai discorsi dei politici e dalla tempesta di statistiche.

Per ogni tecnico da una parte, ce n’è sempre un altro dall’altra.

Per ogni strategia di paura, c’è un messaggio di speranza, opportunità e possibilità.

L’opportunità per il nostro Parlamento di avere davvero il potere di creare posti di lavoro, l’abilità di proteggere il nostro prezioso servizio sanitario e di costruire rinnovati rapporti di rispetto ed uguaglianza con i nostri amici e vicini nel resto di queste isole.

Ma per tutto ciò, il dibattito è quasi finito.

Le campagne hanno avuto il loro ruolo.

Quello che è rimasto siamo solo noi stessi – gente che vive e lavora qui.

Sole persone con un voto. Persone che contano.

Le persone che, grazie a poche preziose ore della giornata elettorale, hanno nelle loro mani la sovranità, il potere e l’autorità.

E’ il più grande e solenne momento che abbiamo mai avuto.

Il futuro della Scozia – il nostro paese – nelle nostre mani.

Cosa fare? Solo ciascuno di noi lo sa.

Da parte mia, vi chiedo solo questo.

Fate la vostra decisione con lucidità e secondo coscienza.

Sapere che votando ‘SI’ quello che prendiamo nelle nostre mani è la responsabilità come nessun altro – la responsabilità di lavorare assieme per fare della Scozia la nazione che può essere.

Questo richiederà maturità, giudizio, impegno e energia- e tutto ciò arriverà non dai soliti partiti e politici ma da voi – il popolo che ha trasformato questo momento da essere uno dei soliti dibattiti politici ad essere una magnifica celebrazione del potere popolare.

I paesi sovrano fanno mai degli errori? Si.

Ci saranno delle sfide da superare per la Scozia? Senza dubbio.

Ma la mia domanda è questa – chi meglio di noi stessi può andare incontro a queste sfide a nome della nostra stessa nazione?

Dobbiamo fidarci di noi stessi.

Fidatevi gli uni degli altri.

Alex Salmond – 17/09/2014

‘SCOTTISH REFERENDUM’. TERREMOTO IN SCOZIA, TSUNAMI IN IRLANDA DEL NORD

stati regno unito

In che modo il referendum di domani cambierà il futuro irlandese

di Flavio Bacci

In queste ore si stanno consumando commenti, opinioni e sondaggi sull’avvenimento politico del secolo. Come biasimare d’altronde cronisti e politici d’oltremanica che danno libero sfogo alla loro radicata paura (o alla loro smisurata eccitazione) di stracciare l’Unione attraverso una croce su un’anonima scheda elettorale.

Nata in sordina e condannata all’oblio, la campagna per l’indipendenza scozzese è riuscita a ribaltare una situazione che pareva disperata. Con oltre venti punti di distacco nei sondaggi, Salmond e i suoi non avevano grandi aspettative. Oggi, alla vigilia del voto più importante per la Scozia, non solo i nazionalisti stanno mettendo paura alla loro controparte unionista, ma rischiano perfino di vincere e traghettare i loro paese fuori dal Regno Unito. Detto in altre parole, domani il Sì potrebbe decretare il requiem per un’unione nata secoli fa e che ha suscitato nel popolo scozzese tanto odio quanta ammirazione.

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