La Scozia al voto per l’indipendenza: le conseguenze economiche (Parte II)

Come abbiamo già avuto modo di specificare modalità e tempistiche qui, la Scozia sarà presto chiamata al voto per decidere il suo futuro. Ma quali sono le eventuali conseguenze sull’economia locale e su quella britannica in generale?

Sterlina che vai, Sterlina che trovi

Ovviamente i miasmi nazionalisti sono importanti per il popolo scozzese, ma non quanto la paura di non essere economicamente all’altezza del proprio passato fatto di benessere, crescita e welfare.
Un interessantissimo intervento di Douglas Fraser, editor BBC per la Scozia, ha messo in evidenza quanto il tema economico incida sulla scelta degli elettori. La prima preoccupazione per gli scozzesi (e non solo) rimane quindi quella economica.

Sterlina Scozzese
Sterlina Scozzese emessa dalla RBS

 

 

 

 
Un’ipotetica indipendenza porterebbe sicuramente con se il cambio della valuta. Come si sa, la Scozia utilizza il British Pound anche se Edinburgo stampa delle versioni ‘locali’ della sterlina, al pari del Nord Irlanda. La sterlina scozzese è, attualmente, accettata in tutto il Regno Unito anche se ci sono stati alcuni casi nel passato in cui questo non è successo.
Ad onor del vero, la Scozia batte moneta in tre diverse tipologie: attraverso la Banca di Scozia, la Clydesdale e la più famosa RBS.
Sembra piuttosto sicuro che una Scozia indipendente dovrebbe necessariamente continuare ad usare la sterlina, almeno in un primo momento. Una volta riorganizzate le zecche, tuttavia, ci saranno tre opzioni praticabili per il nuovissimo governo: continuare ad usare la sterlina emessa da banca centrale, adottare una nuova valuta oppure l’opzione più papabile: ovvero unire il proprio paese all’area Euro (nonostante i tempi non siano dei più benevoli).
Ufficialmente il partito nazionale scozzese si è espresso a favore di un (ulteriore) referendum per decidere il futuro della moneta scozzese, ma il tema sembra caduto nell’ombra negli ultimi tempi, forse in attesa di tempi migliori. Sul Guardian, comunque, per chi volesse approfondire ci sono tutte le possibili conseguenze di un’importante scelta come quella valutaria riassunte da Katie Allen.

Petrolio scozzese

E' petrolio scozzese!
E’ petrolio scozzese!

Un altro fondamentale argomento riguarda il famoso petrolio del Mare del Nord, già protagonista della massiccia campagna di propaganda lanciata dallo SNP negli anni 70′ (chiamata It’s Scotland’s oil). Le rivendicazioni federalistiche degli scozzesi portarono, non solo a incamerare i guadagni del North Sea Oil, ma anche fecero dello SNP il primo partito scozzese (fino ad arrivare al celeberrimo 30% del 74).

I nuovi nazionalisti ribadiscono che il petrolio scozzese, in caso di indipendenza, rimarebbe senza dubbio scozzese e verrebbero eliminate quelle odiose tasse centrali dovute alla produzione di greggio.
Winnie Ewing, navigata politica nazionalista, si è spinta a dire che gli inglesi dovrebbero pagare ben 30 miliardi di sterline per ‘rinfondere’ la Scozia delle tasse applicate ingiustamente sulle produzioni scozzesi (vedi qui).  I nazionalisti però tendono a non considerare che una buona porzione di petrolio proviene dai mari di Orcadi e Shetlands che potrebbero in un secondo momento diventare indipendenti od unirsi al regno norvegese dimezzando così gli introiti produttivi scozzesi. Si tratta di ipotesi ancora lontane, ma certo Salmond dovrà tenere conto dei possibili scenari che si apriranno nel dopo voto.

Debito pubblico britannico

Ma c’è un ultimo e forse più importante punto da analizzare in seno ad un ipotetica economia scozzese orfana dell’Unione: il debito pubblico. Ovviamente Edinburgo non potrà voltare le spalle a Londra senza ereditare parte di quel debito che ha contribuito ad accrescere. Questo è sicuramente il deterrente più forte per gli indipendentisti.

Grafico del debito nazionale britannico (wiki)
Grafico del debito nazionale britannico (wiki)

Il debito nazionale britannico non è paragonabile a quello italiano, ma è certamente motivo di apprensione economica. Quali sarebbero dunque le soluzioni post-indipendenza avanzate per la spartizione di questo gigantesco fardello?
Non ce ne sono, in effetti. E’ molto probabile che il debito si divida per il numero degli abitanti, ma ancora la discussione tra i Si ed i No sono in alto mare.
Rimangono, oltre alla questione debito, molti interrogativi.
Recentemente sulle tv britanniche va’ molto di moda agitare lo spauracchio dei prestiti nazionali alle banche scozzesi (i cosiddetti bailout) che, in caso di indipendenza, dovrebbero essere restituiti a Londra. Si aprirebbe una lotta fratricida che non promette niente di buono.

 

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IL TRIONFO DELLA SCOZIA NAZIONALISTA

I nazionalisti scozzesi ricorderanno per sempre la data odierna. Dal 1999, per la prima volta, Salmond ed i suoi sono riusciti a sconfiggere la Gran Bretagna. Gli scozzesi hanno votato per lo Scottish National Party che già era riuscito ad ottenere la maggioranza relativa nelle passate elezioni.
E’ stata più di una vittoria. E’ stato un terremoto politico. L’unione vacilla e Cameron già prende le misure contro la dissoluzione imminente. Alex Salmond sarà sicuramente prudente, ma con i famosi 129 deputati potrà indire senza problemi il referendum per una Scozia libera. Se poi gli scozzesi vorranno rimanere ‘britannici’ sarà un altro par di maniche, ma per adesso la situazione è questa.

Il leader dei laburisti scozzesi Iain Grain è prossimo alle dimissioni. I Liberal Democrats, da sempre forza importante in Scozia si sono rintanati nei loro quartier generali per non affrontare la sconfitta.

I risultati in UK: Il crepuscolo della perfezione,

Finalmente. Sondaggi, interviste, dibattiti hanno perso importanza e valore. I risultati e le analisi politiche prendono ora il sopravvento.

David Cameron ha vinto, i Tories hanno vinto. E’ indubbio. Certamente però non hanno vinto come avrebbero dovuto. La fiacca battaglia di Gordon Brown che avrebbe potuto far scivolare il New Labour al terzo posto, alla fin fine è servita.

In questo momento sono 622 su 650 i seggi scrutinati. I tories si attestano su 292 candidati eletti, il Labour 251, i LibDems soltanto 52, nonostante i positivi sondaggi alla vigilia del voto. Nessuno dunque ha ottenuto la soglia di maggioranza assoluta di 326 membri. Un micidiale meccanismo tutto italiano. Servono alleanze. Brown da orgoglioso guerriero sconfitto ha la legge dalla sua e non si arrende. Ma anche una veloce somma tra i suoi deputati e quelli di Clegg dei LibDems non basterebbero neanche per governare il paese dei balocchi.
Un onestissimo, ma tuttavia delusissimo, Nick Clegg, leader dei liberal democrats, ha concesso a Cameron il diritto e l’autorità per costituire il nuovo governo: “I Tory devono mostrare di saper formare un governo nell’interesse nazionale”, ha aggiunto.
Lo stabile, perfetto e borioso sistema maggioritario britannico ha fallito. Gordon Brown deve farsi da parte.

Ma questo è su ogni buon quotidiano europeo. Ma cosa succede alle perfierie del Regno Unito?
Ignorato, bistrattato e spesso sottovalutato, il Galles è molto frammentato. Il partito nazionalista gallese, il Plaid Cymru, pur riuscendo a conquistare un seggio in più del 2005, manifesta una leggera inflessione in termini di voti (-1,3%).

Il partito nazionalista è riuscito ad avere la meglio nelle circoscrizioni di: Arfon (per circa il 6% sul Labour), Dwyfor Meirionnydd (con un voto plebiscitario sui Conservatives), e Carmarthen East & Dinefwr. Il Galles del sud resta roccaforte del Labour e qualche macchia gialla (LibDems) e blu (Conservatives) sono distribuite equamente lungo tutto il paese.

In tutto il Galles, i risultati non sono certamente organici, in linea con la media del Regno Unito:

Labour con il 36,2% vince 26 seggi, resta il primo partito del Galles ma perde il 6,5% di consensi.

I Conservatori, guadagnando il 4,5%, raggiungono il 26,1% e conquistano solo 8 seggi. Tre soli seggi per Nick Clegg e i suoi che espugnano solo 3 seggi, guadagnando solo un misero 1,7%. Il Plaid, come già detto, otteniene un onorevole 11,3%.

La Scozia di Alex Salmond vede scomparire David Cameron.
I Conservatori, con un misero 16,6%, ottengono solamente 1 seggio e la quarta posizione. Il Labour resta il primo partito della Scozia, con ben il 42,4% dei consensi e 41 seggi. Per Brown, un risultato davvero in controtendenza: segno più rispetto al 2005 e primato del partito. Deludenti i LibDems che ottengono solo 10 posti a Westminster.

Incoraggiante, invece, il risultato di Alex Salmond, leader del SNP (Scottish National Party), i nazionalisti scozzesi con tendenze socialiste. Il partito, in Scozia, ha ottenuto il 2,2% in più del 2005 con 6 seggi e il 19,9% di consensi generali. Un ottimo incoraggiamento per il governo nazionalista.

Il Nord Irlanda sta attraversando un vero terremoto politico. Il DUP, partito di governo che esprime il primo ministro, è stato duramente sconfitto. Lo stesso Peter Robinson, che qui sopra vedete con il suo sorriso più bello, ha perso il suo personale seggio a Westminster. E’ riuscito a mancare la rielezione in una circoscrizione dominata dal suo partito da anni e anni. Siamo in attesa di nuovi sviluppi, ma da molte parti vengono chieste le dimissioni. Come può un primo ministro unionista restare al suo posto avendo mancato la rielezioni a Londra?
Senza infamia e senza lode, lo Sinn Fèin ha tenuto con un piccolo incremento. Ovviamente, Gerry Adams rieletto plebiscitariamente a West Belfast.