I nazionalisti ci riprovano: la Scozia verso un nuovo referendum

The day after
Referendum 2014 in Scozia – The day after

Esattamente un anno fa gli scozzesi decidevano di rimanere britannici (clicca qui). Lo Scottish National Party e il suo primo ministro Alex Salmond uscivano triturati dal referendum costituzionale del 18 settembre. E la parentesi indipendenza fu archiviata dallo stesso Salmond ‘almeno per una generazione’.

Salmond ed il suo governo rassegnarono le dimissioni. I partiti unionisti tornarono alla carica e si scommetteva sul tramonto del partito nazionalista scozzese, ormai ridotto a semplice partitucolo locale.

Eppure qualcosa di meravigliosamente sorprendente è successo: un nuovo leader, Nicola Sturgeon, e nuove proposte. E, il 2 ottobre, i membri attivi dello SNP erano passati da 25,000 a ben 75,000. In pratica gli iscritti di quel partitucolo sono triplicati in un mese.

E poi la grande vittoria del 2015. Alle elezioni generali dello scorso maggio, lo SNP ha raggiunto la percentuale record del 50% dei voti scozzesi eleggendo ben 56 parlamentari su 59 (per info clicca qui). Da grandi sconfitti, i nazionalisti, si sono ripresi la scena politica oltre il confine e, oggi, nessuno ha più paura di parlare di un secondo referendum costituzionale.

E i sondaggi sembrerebbero confortare gli indipendentisti: un recentissimo sondaggio ha chiesto agli scozzesi cosa avrebbero votato in un ipotetico secondo referendum. Il 53% degli intervistati non ha avuto problemi a dichiarare il Si contro il 44% di No (solo un 3% di indecisi). Siamo dunque ben lontani da quel 45-55 che stracciò i sogni di indipendenza.

Il sondaggio di settembre 2015
Settembre 2015. Ci fosse un nuovo referendum cosa voteresti?

Ci sarebbe da scommettere che la nuova premier Nicola Sturgeon si decida a inserire la proposta di un nuovo referendum nel manifesto elettorale per le elezioni locali del 2016. E anche stavolta l’esito sarà tutto fuorché scontato.

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Elezioni nel 2015: Podemos & UKIP alla riscossa

Il 2014 è già quasi alle spalle. Difficile prevedere cosa accadrà il prossimo anno. Molti sono gli appuntamenti politici/elettorali del 2015.

Regno Unito General Elections 2015

Abbiamo già analizzato alcuni sondaggi per le elezioni in Gran Bretagna del 2015. Gli ultimissimi trend vedono un leggero vantaggio del Labour di Miliband (+4%, secondo il sondaggio del The Sun del 22 dicembre) e alcune increspature del supporto popolare di Cameron (comunque alla rincorsa dei laburisti).

Nigel FarageLa grande novità sarà molto probabilmente l’UKIP di Nigel Farage (nel frattempo eletto britannico dell’anno dal magazine Times).

L’UKIP è attestato tra il 15 ed il 20%, un dato che-se confermato- potrà costringere David Cameron a venire a patti per formare un nuovo governo di coalizione.

Gli attuali alleati di Cameron, i Liberaldemocratici di Nick Clegg, sono praticamente inesistenti (6%) e si avviano verso una disfatta senza precedenti. Nelle scorse elezioni europee, i libdems sono riusciti a perdere dieci degli undici seggi che avevano all’Europarlamento.

Nick Clegg (LibDems) in crisi
Nick Clegg (LibDems) in crisi

La leadership di Clegg è stanca e fortemente compromessa con il governo Cameron. Clegg si era presentato nel 2010 come l’innovatore liberale raccogliendo moltissimi consensi soprattutto tra studenti e intellettuali per poi ricoprire solo il ruolo di cane da guardia di Cameron (molti ringhi, ma nessun morso). A meno di una strepitosa rimonta (che comunque sarà improbabile se verrà confermato Clegg alla guida del partito), i voti liberaldemocratici saranno di ben poco aiuto ai Conservatori.

Sicuramente di ben più facile lettura il dato scozzese. Il referendum sull’indipendenza ha fatto letteralmente scoppiare il consenso del partito nazionalista (SNP) che nei sondaggi è saldamente il primo partito in Scozia con oltre il 40% dei voti (alle scorse elezioni europee il partito raccolse il 29%). Secondo in Scozia rimane il Partito Laburista che ha recentemente eletto il nuovo segretario, Jim Murphy.

galles politicaMolto noioso, invece, le proiezioni politiche in Galles. L’unica ‘mosca bianca’ rimane il Partito indipendentista gallese Plaid Cymru. Difficilmente, secondo i sondaggi, il PC potrà superare il 12-13% uscendo così dal trend negativo che lo ha caratterizzato negli ultimi anni. Non c’è stato l’effetto referendum Scozia. Il Galles sembra piuttosto scettico a riguardo, confermando un 36%, un 23% ai Conservatori e un ottimo 18% per Farage e i suoi.

Per l’Irlanda del Nord non ci sono obiettivamente dati precisi e affidabili. Molto probabilmente il DUP, il maggiore partito unionista, confermerà il primo posto e lo Sinn Fèin (ex braccio politico dell’IRA) arriverà immediatamente dietro. Buone prospettive ci sono per il partito inter-comunitario di Alliance. I risultati del 7 maggio poco cambieranno il panorama politico nordirlandese. L’unica sfida interessante da seguire sarà quella per il seggio di East Belfast: tradizionalmente feudo unionista che Alliance strappò nel 2010 addirittura al primo ministro nord irlandese Peter Robinson.

Spagna alle elezioni politiche. I sondaggi.

Di tutt’altro tipo l’aria che si respira in Spagna. Il governo conservatore di Mariano Rajoy che aveva vinto nel 2011 con il 44.6% è oggi attestato solo al 26,5%. In pratica il suo governo è riuscito a dimezzare i propri consensi elettorali.
Gli avversari tradizionali, i socialisti, non si sono ancora ripresi dalla sconfitta di Zapatero-Sànchez e riscuotono un timidissimo supporto nei sondaggi (18-20%).

Gli spagnoli condannano così sia il governo conservatore, sia l’opposizione socialista.

Che sta succedendo?

Abbiamo delineato sopra la situazione politica emersa dai sondaggi in Gran Bretagna: partito governativo (Conservatives) vs partito d’opposizione (Labour) con il pericolo dell’outsider (UKIP). Questa situazione tripartita la ritroviamo ingigantita in Spagna, probabilmente per colpa del crisi economica che qui ha battuto con più virulenza che in Inghilterra.

Il grande vincitore (per adesso solo nei sondaggi) è Podemos, partito populista di sinistra recentemente costituito. Secondo i nuovi sondaggi, rilasciati a dicembre, non solo Podemos potrebbe mettere in difficoltà i partiti tradizionali, ma rischierebbe perfino di diventare primo partito di Spagna.

podemos

Molto simile per costituzione associativa, ma molto diverso per contenuti, Podemos può essere messo a confronto con il Movimento 5 Stelle italiano. In realtà questo nuovo movimento si connota decisamente come un partito di sinistra (tant’è che i 5 eurodeputati siedono con l’eurogruppo di Sinistra Unitaria Europea), ma eredita la lotta contro la casta tipica dei grillini nostrani.

Le elezioni spagnole sono fissate per il 20 dicembre, ma secondo molti commentatori si potrebbe arrivare velocemente alle elezioni anticipate.

Media dei sondaggi in Spagna
Media dei sondaggi in Spagna: blu conservatori, rosso socialisti, viola Podemos.

Podemos sta erodendo molti consensi anche ai partiti catalani. Nella sola Catalunya (Catalogna) Podemos è attestata intorno al 20%. Se confermato il dato, si tratterebbe della prima forza politica entro i confini catalani. A risentirne maggiormente sono Convergència i Unió (Convergenza e Unione) che comunque mantiene un 18,8% ca e Esquerra Republicana de Catalunya che cala notevolemente al 17,5% (a settembre i sondaggi la accreditavano al 21%).

Importante notare che entrambi i partiti più colpiti dall’ascesa elettorale di Podemos sono partiti nazionalisti, a favore dell’indipendenza catalana dalla nazione spagnola. La posizione del nuovo movimento nei confronti dell’indipendentismo catalano è calcolatamente ambigua: da una parte si afferma il diritto all’auto-determinazione del popolo catalano, dall’altra si fa appello all’unità nazionale (molto interessante, l’articolo di Shea Baird sulla questione Podemos/indipendentismo).

C’è tempo per recuperare o per consolidare. Quel che resta sicuro è che andremmo verso una notevole alterazione degli equilibri politici in Regno Unito e in Spagna.

Un appendice sul voto anticipato in Grecia qui.

Tra indipendenza e futuro: la Scozia dopo il referendum

Regno Unito ScoziaChe è successo alla Scozia dopo il referendum dello scorso settembre? Che fine ha fatto il principale promotore del voto indipendentista e il suo partito, lo Scottish National Party (SNP)? 

In effetti sia alla vigilia del voto sia, soprattutto, all’indomani, i quotidiani di mezzo mondo hanno parlato dei varii scenari politici e dei difficili equilibri tra Londra e Edinburgo. Poi il silenzio. Le poche cronache parlavano del romantico sconfitto ALex Salmond e del suo inappellabile fallimento. La Scozia rimane parte integrante del Regno Unito. I politici inglesi gongolano e Cameron (come, ci scommetto, anche la Regina) riprendono fiato dopo la corsa elettorale. D’altronde, chi per un motivo o chi per un altro, molti in Gran Bretagna hanno rischiato grosso.

Dunque Salmond e nazionalismo scozzese grandi sconfitti e Cameron magicamente migrato dalla inconsolabile posizione di depresso premieruccio di provincia a fiero eroe difensore del Regno.

La realtà è – ovviamente- molto più complessa di quello che non appaia.

E’ vero Alex Salmond si è dimesso, ed è innegabile che lo SNP e i suoi sostenitori abbiano versato lacrime amare all’indomani della debacle elettorale (comunque positiva per gli indipendentisti che fino al 2013 non raggiungevano neanche il 30% degli elettori).

La reazione politica dei nazionalisti non si è fatta comunque attendere. Evidentemente soddisfatti per come i propri rappresentanti avevano condotto la campagna elettorale, oltre 50,000 scozzesi si sono recati nelle sedi dello SNP a firmare la propria iscrizione al partito. Il partito è diventato quindi il terzo partito britannico per numero di iscritti. Un contraccolpo che neanche gli stessi nazionalisti avevano previsto. Non solo.
Nei sondaggi politici di questi giorni, lo Scottish National Party ha oltre il 40% dei voti validi in Scozia superando di gran lunga i laburisti, dati intorno al 25%. Giusto per offrire un termine di paragone, nelle elezioni 2010 (quelle in cui Cameron vinse, per intenderci), Salmond ottenne un 19,9% in Scozia e il Labour il 42%.
In effetti la Scozia è da sempre il feudo elettorale più fedele per il Labour che qui ha ottenuto percentuali bulgare. Non casualmente, infatti, erano laburisti i membri più ferventi della Campagna per il NO al referendum.

Nicola SturgeonUn altro fattore deve poi essere considerato, ed è quello che i locali chiamano “Nicola effect“. Le dimissioni di Salmond hanno spalancato le porte alla leonessa indipendentista dello SNP, ovvero Nicola Sturgeon. A novembre la Sturgeon diventerà non solo leader indiscussa dei nazionalisti, ma anche la prima donna a ricoprire la carica di First Minister of Scotland.
E la novità comincia già a dare i suoi frutti: la popolarità della Sturgeon supera il 54%, più che doppiando il primo ministro Cameron e il suo oppositore Ed Miliband. È molto probabile che il suo partito farà il pieno alle prossime elezioni locali.

Le cose sono quindi molto complicate per i partiti unionisti. Certo la possibilità di una dolorosa scissione è momentaneamente allontanata, ma il pericolo resta dietro l’angolo. Soprattutto considerato che, secondo la maggior parte degli analisti politici, il fronte del No ha vinto di misura proprio grazie a quelle discusse promesse fatte alla vigilia del voto. Se Cameron e tutti i partiti unionisti (compreso Labour e i Libdems) non riusciranno a trovare un accordo atto a soddisfare le promesse di trasferimento di maggiori poteri  da Londra ad Edinburgo, beh, allora potremmo davvero dire addio all’Unione.

Castello scozzese

“Fidatevi di voi stessi, fidatevi gli uni degli altri”: la lettera finale di Alex Salmond per l’indipendenza scozzese

Alex Salmond, primo ministro scozzese, leader del SNP e protagonista della campagna per il SI.
Alex Salmond, primo ministro scozzese, leader del SNP e protagonista della campagna per il SI.

Questa è la lettera che il primo ministro di Scozia, Alex Salmond, ha rivolto ai suoi coincittadini per spronarli a votare SI, domani, davanti alla scheda elettorale. I sondaggi danno un probabile testa-testa, per cui, da ambo le parti, si tenta il tutto per tutto.

In queste ore finali di questa storica campagna, vorrei parlare direttamente ad ogni persona di questo paese che sta riconsiderando gli argomenti di cui si è molto parlato.

Non ho nessun dubbio che il popolo scozzese guarderà oltre gli argomenti sempre più allarmistici e assurdi che quotidianamente arrivano da Downing Street.

Tutto ciò non trova posto in dibattito assennato.

Dunque in questi ultimi giorni della più grande campagna che la Scozia abbia mai visto, vorrei chiedervi di fare un passo indietro dai discorsi dei politici e dalla tempesta di statistiche.

Per ogni tecnico da una parte, ce n’è sempre un altro dall’altra.

Per ogni strategia di paura, c’è un messaggio di speranza, opportunità e possibilità.

L’opportunità per il nostro Parlamento di avere davvero il potere di creare posti di lavoro, l’abilità di proteggere il nostro prezioso servizio sanitario e di costruire rinnovati rapporti di rispetto ed uguaglianza con i nostri amici e vicini nel resto di queste isole.

Ma per tutto ciò, il dibattito è quasi finito.

Le campagne hanno avuto il loro ruolo.

Quello che è rimasto siamo solo noi stessi – gente che vive e lavora qui.

Sole persone con un voto. Persone che contano.

Le persone che, grazie a poche preziose ore della giornata elettorale, hanno nelle loro mani la sovranità, il potere e l’autorità.

E’ il più grande e solenne momento che abbiamo mai avuto.

Il futuro della Scozia – il nostro paese – nelle nostre mani.

Cosa fare? Solo ciascuno di noi lo sa.

Da parte mia, vi chiedo solo questo.

Fate la vostra decisione con lucidità e secondo coscienza.

Sapere che votando ‘SI’ quello che prendiamo nelle nostre mani è la responsabilità come nessun altro – la responsabilità di lavorare assieme per fare della Scozia la nazione che può essere.

Questo richiederà maturità, giudizio, impegno e energia- e tutto ciò arriverà non dai soliti partiti e politici ma da voi – il popolo che ha trasformato questo momento da essere uno dei soliti dibattiti politici ad essere una magnifica celebrazione del potere popolare.

I paesi sovrano fanno mai degli errori? Si.

Ci saranno delle sfide da superare per la Scozia? Senza dubbio.

Ma la mia domanda è questa – chi meglio di noi stessi può andare incontro a queste sfide a nome della nostra stessa nazione?

Dobbiamo fidarci di noi stessi.

Fidatevi gli uni degli altri.

Alex Salmond – 17/09/2014

‘SCOTTISH REFERENDUM’. TERREMOTO IN SCOZIA, TSUNAMI IN IRLANDA DEL NORD

stati regno unito

In che modo il referendum di domani cambierà il futuro irlandese

di Flavio Bacci

In queste ore si stanno consumando commenti, opinioni e sondaggi sull’avvenimento politico del secolo. Come biasimare d’altronde cronisti e politici d’oltremanica che danno libero sfogo alla loro radicata paura (o alla loro smisurata eccitazione) di stracciare l’Unione attraverso una croce su un’anonima scheda elettorale.

Nata in sordina e condannata all’oblio, la campagna per l’indipendenza scozzese è riuscita a ribaltare una situazione che pareva disperata. Con oltre venti punti di distacco nei sondaggi, Salmond e i suoi non avevano grandi aspettative. Oggi, alla vigilia del voto più importante per la Scozia, non solo i nazionalisti stanno mettendo paura alla loro controparte unionista, ma rischiano perfino di vincere e traghettare i loro paese fuori dal Regno Unito. Detto in altre parole, domani il Sì potrebbe decretare il requiem per un’unione nata secoli fa e che ha suscitato nel popolo scozzese tanto odio quanta ammirazione.

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Il Referendum Costituzionale in Scozia

Come ampiamente già affrontato (qui e qui), la Scozia sarà presto chiamata al voto per decidere il suo futuro costituzionale. I giornali europei ed internazionali tacciono sull’argomento, ma settembre 2014 sarà un mese cruciale non solo per Edimburgo, ma per tutta l’Europa politica.
Se gli scozzesi diranno SI all’indipendenza del loro millenario paese, il Regno Unito cesserà di fatto di esistere. Senza contare le molto probabili ripercussioni nella turbolenta Irlanda del Nord, dove il maggiore partito nazionalista (Sinn Fèin) si approccia a diventare prima forza politica del paese.

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L’Union Jack senza la croce scozzese di Sant’Andrea

Comunque vada dalle urne uscirà un Unione più debole. La regina ed il governo Cameron non sono riusciti a procrastinare il difficile appuntamento. Facendo appello ai soli interessi economici di una Scozia all’interno del Regno Unito, non hanno fatto leva sulla componente emotiva che, nelle genti scozzesi, vi assicuro, è molto forte.
Il primo ministro scozzese Alex Salmond (Scottish First Minister, da non confondere con il Prime Minister che è invece il premier dell’intera UK) e il suo Scottish National Party si giocano tutte le penne a questo giro. Da circa 80 anni si appella ad un referendum per determinare il futuro politico della Scozia e, alla formazione di un governo di maggioranza, ha ribadito con più veemenza la richiesta.
Dall’alto dei suoi 65 deputati al parlamento scozzese (sui 129 di Holyrood) e del suo 33% in termini di voti locali, lo SNP è deciso ad andare fino in fondo. O indipendenza o morte. Politica si intende. E sarà, probabilmente, quello che accadrà in caso di sconfitta al referendum di settembre.
Il partito ha puntato tutto, fin dalla sua fondazione negli anni 30′, all’autodeterminazione dei 5 milioni e mezzo di scozzesi e alla valorizzazione dei tratti distintivi degli Scots dagli inglesi, su tutti l’esaltazione del gaeilico scozzese (Gàidhlig) come lingua ufficiale.
In caso di sconfitta, dunque, il partito e il suo segretario non avrebbero più motivo di esistere.

D’altro canto, comunque, l’establishment britannico sembra mostrare un po’ di nervosismo. Tutti i partiti sono decisamente allineati a fronteggiare la minaccia dell’indipendenza scozzese. Ognuno con le proprie strategie, i leader dei tre maggiori partiti politici stanno cercando di far naufragare Alex Salmond e la sua barca di nazionalisti.

Abbiamo David Cameron, prime minister conservatore, che (nonostante abbia rifiutato un confronto/dibattito pubblico con Salmond) oggi attacca con decisione il referendum e gli indipendentisti con l’argomento di una ‘Scozia più forte all’interno dell’Unione’. Nick Clegg, i cui LibDems hanno tradizionalmente un fortissimo e radicato bacino elettorale in Scozia, è più cauto. Pur schieratosi per il NO, Nick Clegg non vuole assolutamente associare il suo NO a quello dei Conservatori, dopo aver visto i suoi consensi calare vertiginosamente all’indomani dell’accordo di governo con i conservatori.
Infine i laburisti britannici. Milliband e i suoi hanno il coltello della parte del manico. I sondaggi li danno vincitori alle prossime europee (che saranno una cartina tornasole per indipendentisti e lealisti) e il Labour non può permettersi errori. Considerando che i Tories hanno proprio nell’Inghilterra la loro roccaforte, perdere per strada la Scozia significherebbe un eterno governo conservatore a Downing Street.

Pensate che nelle elezioni generali del 2010 (l’anno della vittoria di Cameron), i Conservatori erano solo il quarto partito della Scozia (vedi foto di destra sotto), con solo il 16%, contro il 40 % ottenuto nella sola Inghilterra (foto a sinistra).

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Tutti uniti contro l’indipendenza dunque.

Davvero difficile prevedere l’esito delle urne. Ecco, comunque, alcuni sondaggi recenti (2014) in vista del referendum, pressochè tutti nella stessa direzione (da wikipedia):

Data Commissione Si No Ind. Diff.
29 Gen–6 Feb Panelbase/Sunday Times 1,012  37% 49% 14% 12%
3–5 Feb YouGov/Sun 1,047  34% 52% 14% 18%
29–31 Gen Survation/Mail on Sunday 1,010  32% 52% 16% 20%
21–27 Gen YouGov 1,192  33% 52% 15% 19%
21–24 Gen ICM/Scotland on Sunday 1,004  37% 44% 19% 7%
14–20 Gen TNS BMRB 1,054  29% 42% 29% 13%

La Scozia al voto per l’indipendenza: le conseguenze economiche (Parte II)

Come abbiamo già avuto modo di specificare modalità e tempistiche qui, la Scozia sarà presto chiamata al voto per decidere il suo futuro. Ma quali sono le eventuali conseguenze sull’economia locale e su quella britannica in generale?

Sterlina che vai, Sterlina che trovi

Ovviamente i miasmi nazionalisti sono importanti per il popolo scozzese, ma non quanto la paura di non essere economicamente all’altezza del proprio passato fatto di benessere, crescita e welfare.
Un interessantissimo intervento di Douglas Fraser, editor BBC per la Scozia, ha messo in evidenza quanto il tema economico incida sulla scelta degli elettori. La prima preoccupazione per gli scozzesi (e non solo) rimane quindi quella economica.

Sterlina Scozzese
Sterlina Scozzese emessa dalla RBS

 

 

 

 
Un’ipotetica indipendenza porterebbe sicuramente con se il cambio della valuta. Come si sa, la Scozia utilizza il British Pound anche se Edinburgo stampa delle versioni ‘locali’ della sterlina, al pari del Nord Irlanda. La sterlina scozzese è, attualmente, accettata in tutto il Regno Unito anche se ci sono stati alcuni casi nel passato in cui questo non è successo.
Ad onor del vero, la Scozia batte moneta in tre diverse tipologie: attraverso la Banca di Scozia, la Clydesdale e la più famosa RBS.
Sembra piuttosto sicuro che una Scozia indipendente dovrebbe necessariamente continuare ad usare la sterlina, almeno in un primo momento. Una volta riorganizzate le zecche, tuttavia, ci saranno tre opzioni praticabili per il nuovissimo governo: continuare ad usare la sterlina emessa da banca centrale, adottare una nuova valuta oppure l’opzione più papabile: ovvero unire il proprio paese all’area Euro (nonostante i tempi non siano dei più benevoli).
Ufficialmente il partito nazionale scozzese si è espresso a favore di un (ulteriore) referendum per decidere il futuro della moneta scozzese, ma il tema sembra caduto nell’ombra negli ultimi tempi, forse in attesa di tempi migliori. Sul Guardian, comunque, per chi volesse approfondire ci sono tutte le possibili conseguenze di un’importante scelta come quella valutaria riassunte da Katie Allen.

Petrolio scozzese

E' petrolio scozzese!
E’ petrolio scozzese!

Un altro fondamentale argomento riguarda il famoso petrolio del Mare del Nord, già protagonista della massiccia campagna di propaganda lanciata dallo SNP negli anni 70′ (chiamata It’s Scotland’s oil). Le rivendicazioni federalistiche degli scozzesi portarono, non solo a incamerare i guadagni del North Sea Oil, ma anche fecero dello SNP il primo partito scozzese (fino ad arrivare al celeberrimo 30% del 74).

I nuovi nazionalisti ribadiscono che il petrolio scozzese, in caso di indipendenza, rimarebbe senza dubbio scozzese e verrebbero eliminate quelle odiose tasse centrali dovute alla produzione di greggio.
Winnie Ewing, navigata politica nazionalista, si è spinta a dire che gli inglesi dovrebbero pagare ben 30 miliardi di sterline per ‘rinfondere’ la Scozia delle tasse applicate ingiustamente sulle produzioni scozzesi (vedi qui).  I nazionalisti però tendono a non considerare che una buona porzione di petrolio proviene dai mari di Orcadi e Shetlands che potrebbero in un secondo momento diventare indipendenti od unirsi al regno norvegese dimezzando così gli introiti produttivi scozzesi. Si tratta di ipotesi ancora lontane, ma certo Salmond dovrà tenere conto dei possibili scenari che si apriranno nel dopo voto.

Debito pubblico britannico

Ma c’è un ultimo e forse più importante punto da analizzare in seno ad un ipotetica economia scozzese orfana dell’Unione: il debito pubblico. Ovviamente Edinburgo non potrà voltare le spalle a Londra senza ereditare parte di quel debito che ha contribuito ad accrescere. Questo è sicuramente il deterrente più forte per gli indipendentisti.

Grafico del debito nazionale britannico (wiki)
Grafico del debito nazionale britannico (wiki)

Il debito nazionale britannico non è paragonabile a quello italiano, ma è certamente motivo di apprensione economica. Quali sarebbero dunque le soluzioni post-indipendenza avanzate per la spartizione di questo gigantesco fardello?
Non ce ne sono, in effetti. E’ molto probabile che il debito si divida per il numero degli abitanti, ma ancora la discussione tra i Si ed i No sono in alto mare.
Rimangono, oltre alla questione debito, molti interrogativi.
Recentemente sulle tv britanniche va’ molto di moda agitare lo spauracchio dei prestiti nazionali alle banche scozzesi (i cosiddetti bailout) che, in caso di indipendenza, dovrebbero essere restituiti a Londra. Si aprirebbe una lotta fratricida che non promette niente di buono.