Le conseguenze del terremoto Brexit: cosa succederà in Scozia

nicola sturgeon
Nicola Sturgeon

A sorpresa il popolo britannico ha espresso il suo (risicato) assenso all’uscita dall’Unione Europea. Se non fosse che 2 dei 4 stati costitutivi del Regno Unito hanno votato in modo diametralmente opposto (Scozia e Irlanda del Nord). Oggi ciascuno di loro rivendica il proprio spazio in Europa.

Se il dato sovranazionale è risicato per il Leave, in SCOZIA non ci sono stati tentennamenti. Gli europeisti capeggiati dal movimento indipendentista SNP ha traghettato il Remain verso il 62% discostandosi nettamente dai risultati dell’Inghilterra.

Il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon, eroina della generazione indipendentista risorta subito dopo la sconfitta costituzionale del 2014 (clicca qui), non ha dubbi: “L’assemblea scozzese non darà mai il consenso parlamentare alla Brexit”. Tradotto: il governo scozzese farà di tutto per aggirare il risultato del referendum.

Peccato che la Scozia non sia (ancora) un paese indipendente bensì parte del Regno Unito. Il governo britannico e il parlamento di Westminster gestiscono i rapporti con l’Europa. La Sturgeon e la Scozia non potranno quindi prendere decisioni autonome sull’argomento rispetto a quello deciso a Londra.

Se Edinburgo vorrà restare parte dell’Unione Europea dovrà necessariamente uscire dall’altra Unione: quella britannica. E proprio l’europeismo scozzese potrebbe fornire la scusa per un nuovo referendum: passaggio obbligato per la Sturgeon e per tutti gli indipendentisti.

Solo in caso di vittoria del fronte indipendentista, la Scozia potrà negoziare termini favorevoli per la permanenza in Europa. Tutto il resto rimangono chiacchiere da bar.

 

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Elezioni in Scozia 2016: risultati definitivi e analisi del voto

scozia alba

La notte è passata. Una nuova alba sorge in Scozia. Ed ha il colore giallo dello Scottish National Party.

E’ tempo di bilanci politici. Con due governi indipendentisti alle spalle e un referendum naufragato per pochi punti di distacco, gli scozzesi sono più confusi che mai. E il voto di ieri, 5 maggio 2016, potrebbe aver chiarito un po’ le idee a nord del Vallo di Adriano.

Ci sono ancora molti seggi da assegnare stanotte, ma oltre ogni ragionevole dubbio è chiaro che lo SNP ha vinto le elezioni scozzesi per la terza volta consecutiva. Questo non è mai avvenuto nella storia del Parlamento Scozzese. Stanotte abbiamo scritto la Storia.

Nicola Sturgeon, SNP.

Dopo lo storico annuncio di vittoria di Nicola Sturgeon e del suo SNP, risulta ormai chiaro che Edimburgo si avvii a formare il terzo governo SNP di fila. La vittoria era scontata. Tutti i sondaggi erano concordi che gli indipendentisti, nonostante la debacle del 2014 sul referendum, avrebbero vinto senza sforzi.

Tuttavia non è stato confermato l’obiettivo della maggioranza assoluta come invece era successo nel 2011. La dama rossa dovrà venire a patti con i Verdi Scozzesi se vorrà la riconferma all’ufficio di First Minister of Scotland. Compito non impossibile visto che i Verdi hanno già governato con gli indipendentisti e li hanno perfino affiancati durante la campagna per il Sì all’indipendenza della Scozia.

Il dato più sconcertante è stato il crollo del Labour scozzese che, nel giro di 10 anni, si è trovato ad occupare dalla prima alla terza posizione. L’elezione a livello nazionale del radicale socialista Jeremy Corbyn aveva fatto ben sperare in rimonte elettorali in Scozia, tradizionalmente popolata da simpatizzanti di sinistra.

“Non mi illudo che chiunque abbia votato per me sia un conservatore duro e puro (..). Queste persone ci hanno votato per svolgere uno specifico compito, ovvero chiedere conto allo SNP del proprio operato”.

Ruth Davidson, leader dei conservatori scozzesi.

Se la vittoria politica è andata agli indipendentisti, la vittoria morale è andata ai Conservatori. David Cameron e la sua factotum scozzese Davidson possono ben gioire in un paese che, da sempre, rappresenta una spina nel fianco dei governi conservatori (le cui roccaforti tradizionali restano in Inghilterra). Ieri, i blu Tories hanno espugnato la seconda posizione in termini di seggi al Parlamento di Holyrood strappandone ben 16 alle altre forze politiche.

Davvero ininfluenti i Libdems che stentano a riprendersi dopo l’era Clegg.

Tutti si stanno chiedendo che cosa accadrà nei prossimi anni. Lo SNP avrà la forza politica ed i numeri per un secondo referendum sull’indipendenza?

I risultati di oggi in effetti incoraggiano la Sturgeon sulla strada per un secondo appuntamento referendario in Scozia. Ma, numeri alla mano, è difficile con la bassa affluenza di questo voto (55%) prevederne l’eventuale esito.

SOTTO I RISULTATI DEFINITIVI

(SEGGI TOTALI 129, MAGGIORANZA ASSOLUTA A 65)

SCOTTISH NATIONAL PARTY 63 seggi (- 6 dal 2011)

CONSERVATIVES 31 seggi (+ 16)

LABOUR 24 seggi (-13)

GREEN 6 seggi (+4)

LIBERALDEMOCRATS 5 seggi (=)

OTHER 0 seggi (-1)

QUI, INVECE, I RISULTATI IN TERMINI DI VOTI ASSOLUTI

SCOTTISH NATIONAL PARTY 46,5% (+1,1%)

LABOUR 22,6% (-9,2%)

CONSERVATIVES 22% (+ 8,1%)

LIBERALDEMOCRATS 7,8% (-0,1%)

GREEN 0,6% (+0,6%)

OTHER 0,5%

Elezioni in Scozia 2016: verso il trionfo degli indipendentisti

Alle prime ore del mattino del 5 maggio 2016, le urne apriranno in tutte le circoscrizioni britanniche. A Londra e in altre importanti città inglesi si voterà per eleggere il nuovo sindaco.

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L’appuntamento più elettrizzante resta comunque la tornata elettorale nei tre stati che, assieme all’Inghilterra, compongono il Regno Unito: Galles, Irlanda del Nord e Scozia rinnoveranno tutti i membri dei loro parlamenti ‘devoluti’ che avranno poi il compito di eleggere il nuovo governo locale.

Ovviamente non si tratta di una semplice consultazione politica: in gioco c’è il futuro stesso dell’Unione. Infatti, se i partiti indipendentisti locali riusciranno a formare un governo di maggioranza potrebbero spingere per staccarsi dal Regno in modo del tutto legale e democratico. Un rischio che né la Corona né  tantomeno il governo Cameron è disposto a correre.

Il caso più scottante per la coesione dell’Unione resta ancora una volta la Scozia. Cameron si sbagliava di grosso se pensava di aver archiviato la questione indipendenza scozzese con la vittoria del No al referendum del 2014. 
Il partito indipendentista, SNP (Scottish National Party), ha accettato la sconfitta ed eletto la nuova leader Nicola Sturgeon. In poche settimane gli iscritti sono triplicati e il supporto è cresciuto a dismisura fino ad ottenere, per la prima volta nella storia, la maggioranza quasi totale dei seggi scozzesi a Westminster (vedi qua).

nicola sturgeon

Forte di questo rinnovato consenso, la Sturgeon si è detta pronta a traghettare la Scozia verso un nuovo referendum che potrebbe mettere davvero nei guai Cameron.

Le elezioni locali del 5 maggio prossimo saranno dunque per la Scozia non solo l’importante appuntamento per confermare o meno il governo devoluto nazionalista (lo SNP governa nel paese con alterne vicende sin dal 2007), ma soprattutto si rivelerà un’occasione per spingere l’acceleratore verso l’indipendenza.

L’ultimo sondaggio di marzo effettuato da Survation (in linea con i precedenti) prevede senza particolari tentennamenti un governo a maggioranza assoluta nazionalista. Pensate che gli indipendentisti avrebbero un vantaggio di oltre 34 punti percentuali sul secondo partito (il Labour scozzese, fermo al 20%).

Insomma per lo SNP si preannuncia un plebiscito di proporzioni epiche. Cameron è avvisato.

 

 

I nazionalisti ci riprovano: la Scozia verso un nuovo referendum

The day after
Referendum 2014 in Scozia – The day after

Esattamente un anno fa gli scozzesi decidevano di rimanere britannici (clicca qui). Lo Scottish National Party e il suo primo ministro Alex Salmond uscivano triturati dal referendum costituzionale del 18 settembre. E la parentesi indipendenza fu archiviata dallo stesso Salmond ‘almeno per una generazione’.

Salmond ed il suo governo rassegnarono le dimissioni. I partiti unionisti tornarono alla carica e si scommetteva sul tramonto del partito nazionalista scozzese, ormai ridotto a semplice partitucolo locale.

Eppure qualcosa di meravigliosamente sorprendente è successo: un nuovo leader, Nicola Sturgeon, e nuove proposte. E, il 2 ottobre, i membri attivi dello SNP erano passati da 25,000 a ben 75,000. In pratica gli iscritti di quel partitucolo sono triplicati in un mese.

E poi la grande vittoria del 2015. Alle elezioni generali dello scorso maggio, lo SNP ha raggiunto la percentuale record del 50% dei voti scozzesi eleggendo ben 56 parlamentari su 59 (per info clicca qui). Da grandi sconfitti, i nazionalisti, si sono ripresi la scena politica oltre il confine e, oggi, nessuno ha più paura di parlare di un secondo referendum costituzionale.

E i sondaggi sembrerebbero confortare gli indipendentisti: un recentissimo sondaggio ha chiesto agli scozzesi cosa avrebbero votato in un ipotetico secondo referendum. Il 53% degli intervistati non ha avuto problemi a dichiarare il Si contro il 44% di No (solo un 3% di indecisi). Siamo dunque ben lontani da quel 45-55 che stracciò i sogni di indipendenza.

Il sondaggio di settembre 2015
Settembre 2015. Ci fosse un nuovo referendum cosa voteresti?

Ci sarebbe da scommettere che la nuova premier Nicola Sturgeon si decida a inserire la proposta di un nuovo referendum nel manifesto elettorale per le elezioni locali del 2016. E anche stavolta l’esito sarà tutto fuorché scontato.

Elezioni UK 2015: analisi del voto in Scozia

Una raggiante Sturgeon dopo il trionfo dello SNP.
Una raggiante Sturgeon dopo il trionfo dello SNP.

I risultati delle elezioni generali 2015 in Scozia (Numero seggi/Voto popolare/Tendenza sul 2010)

SNP 56 seggi/ 50% / +30%.
Labour  1 seggio / 24,3% / -17,7%.
Liberaldemocratici  1 seggio / 7,5% / -11,3%.
Conservatori 1 seggio / 14,9% / -1,8%.
UKIP 0 seggi/ 1,6% / +0,9%.
Green 0 seggi / 1,3% / +0,7%.

Per ogni quotidiano britannico Nicola Sturgeon è il personaggio del momento del momento. Lo SNP la sua creatura.

In realtà la ‘dama rossa’ sta raccogliendo i frutti del suo predecessore Alex Salmond, dimessosi dal timone del partito all’indomani della sconfitta dell’indipendenza a settembre.
All’indomani del referendum, con il campo di battaglia ancora fumante e cosparso di cadaveri, l’elettorato scozzese si è recato in massa presso le sedi dello SNP per iscriversi. Si è creato così un effetto fenice per cui lo sconfitto sarebbe diventato ben presto vincitore.

La Scozia sarà pure lontana dall’indipendenza, ma pare di vedere la Sturgeon gongolante a pensare di comandare il terzo battaglione più numeroso dell’intera Camera dei Comuni dopo Conservatori e Laburisti. Uno shock totale per tutti i  britannici. Tant’è vero che Cameron, nel suo primo discorso dopo lo spoglio, ha promesso mari  e monti, ma soprattutto il ‘più forte governo autonomo al mondo’. La secessione che pareva scongiurata (almeno per qualche decennio) torna oggi sui tavoli di discussione.

La vittoria dei nazionalisti è totale, senza appello: uno scozzese su due ha votato la Sturgeon e 56 dei 59 seggi dedicati al paese sono in mano dello SNP. Certo, molti elettori sono infuriati che un partito con pochissimi punti percentuali a livello nazionale possa ottenere così tanti seggi.

Labour e Libdems, fino al 2010, fortissimi in Scozia oggi perdono rispettivamente il 17 e il 7%. Un risultato senza appello. Jim Murphy, baronetto dei laburisti in Scozia, non solo non ha mantenuto le promesse di arginare lo SNP, ma ha perfino perso il suo seggio a Westminster.

La Sturgeon fondamentalmente è riuscita a trionfare sugli avversari proponendo un ricetta semplice e definitivamente di sinistra. La dama rossa ed il suo partito si sono opposti decisamente ai tagli proposti dal Governo Cameron e hanno rilanciato la formula ‘più voti ci darete e più poteri avremo in Scozia’.

In realtà la tematica indipendentista ha avuto un ruolo alquanto marginale nella campagna elettorale del 2015. La Sturgeon aveva sommessamente detto che, con il referendum, la questione sarebbe stata archiviata almeno per una generazione di scozzesi. Un voto così deciso ha rimesso tutto in discussione. Quanto mai significative le parole di Alex Salmond all’indomani del voto:

Salmond
Alex Salmond, ex premier scozzese e leader SNP.

“C’è un leone ruggente stasera, un leone scozzese, e ha intenzione di ruggire con una voce tale che nessun governo -di qualsiasi colore politico- potrà ignorare. Credo che sarà una voce altisonante, una voce pulita, una voce singola dalla Scozia e credo che tutto questo sarà un’ottima cosa”.

Solo Cameron e il suo governo potranno decidere se ascoltare questa voce e concedere autonomia fiscale e politica alla Scozia oppure ignorarla spingendo verso una nuova spaccatura ed un nuovo referendum.

Lo SNP oggi ha il potere ed il consenso che il Labour aveva in Scozia fino a pochi anni fa: l’indipendenza rimane in agenda.

Per un’analisi del voto generale in Gran Bretagna clicca qui.
Per risultati e analisi del voto in Inghilterra clicca qui.
Per risultati e analisi del voto in Galles clicca qui.
Per risultati e analisi del voto in Irlanda del Nord clicca qui.

Scozia, Indipendenza e i guai di David Cameron

David Cameron, premier britannico.
David Cameron, premier britannico.

Tutti noi sappiamo quanto il dibattito costituzionale abbia infuocato la Scozia lo scorso settembre. Come pure sappiamo come andò a finire: nonostante un’incredibile rimonta, il partito nazionalista scozzese (SNP) non riuscì a catalizzare il famoso 50%+1 (maggiori info qui)

Così, oggi, la politica britannica appare avvolta da una fastidiosa sensazione di déjà vu: ci avviamo verso le ennesime elezioni generali per eleggere un nuovo governo o confermare quello attualmente in carica mentre la Scozia rimane fermamente in mano inglese (o più politically correct: rimane parte dell’Unione).

In realtà la situazione è ben diversa. Cameron e il governo inglese sono nei guai. Grossi ed inevitabili guai.

Fino a poche settimane prima del voto, i fautori del ‘Meglio Insieme’ hanno puntato tutto sulla paura del ‘salto nel vuoto’ creando così l’effetto ‘uomo nero’ che le mamme creano nei bambini piccoli per distoglierli dalle malefatte. Senza Londra, la Scozia non sopravviverà – dicevano – e si andrà verso una catastrofe finanziaria e politica.

Ben presto però il fronte del No all’Indipendenza ha dovuto constatare il sostanziale fallimento di questa strategia, sottovalutando le intelligenze e la capacità di discernimento degli scozzesi.

Andamento dei sondaggi per il referendum scozzese
Andamento dei sondaggi per il referendum scozzese

I sondaggi della vigilia confermavano una sorprendente rimonta degli indipendentisti e governo e opposizione (Conservatori-Liberademocratici e Laburisti) hanno virato strategicamente verso promesse politiche ed economiche. Sempre per restare in tema di bambini, misero su quello che chiamiamo l’effetto caramella: se rimani con noi, ti diamo quello che brami di più.

A soli due giorni dal voto, per scongiurare un disastro politico di proporzioni storiche, Cameron si disse d’accordo con l’ex premier Gordon Brown a garantire un ulteriore incremento di devolution per la Scozia. Secondo molti analisti questo produsse un notevole effetto rassicurante sugli indecisi che votarono No alla troppo radicale indipendenza.

A distanza di sei mesi, il governo Cameron ha prodotto solo vaghi progetti di devoluzione tramite una commissione creata ad hoc – la Commissione Smith. Seppure la Commissione è formata da 10 membri provenienti da tutti i partiti scozzesi e inglesi (compreso lo SNP), le proposte scaturite non hanno trovato la soddisfazione della nuovissima lady Scotland Nicola Sturgeon: “Vorrei avere il potere nelle nostre mani per creare un sistema migliore per eliminare la povertà e far crescere la nostra economia. Questo è il tipo di parlamento che vorrei. Purtroppo non è quello che avremo.’

Nicola Sturgeon
Nicola Sturgeon

Lo SNP pretende di più. Quelle proposte dalla Commissione Smith sarebbero – a loro dire – piccole limature ad una devoluzione che il paese aveva già ottenuto con lo Scotland Act del 1998.
Gli elettori sembrano dare ragione alla Sturgeon e ai suoi: in pochissimi mesi lo SNP è passato dal 34% (1 ottobre 2014) al 47% (17 marzo 2015) ed è realistico che il prossimo maggio ci troveremo un governo monocolore ad Edinburgo. Che accadrà allora? La Sturgeon promuoverà un nuovo referendum o straccerà solo le proposte della Commissione?

In ogni caso il governo che uscirà dalle urne a maggio avrà davanti a se alcune delle più grosse sfide che il Regno Unito abbia mai affrontato dalla seconda guerra mondiale.

Gli stati costitutivi del Regno Unito.
Gli stati costitutivi del Regno Unito.

Il panorama politico è ancora più compromesso dal malcontento che serpeggia negli altri stati dell’Unione: gli indipendentisti dello Sinn Fèin (ex braccio armato dell’IRA) potrebbero diventare primo partito in Irlanda del Nord e rivendicare un referendum per le sei contee irlandesi ancora in mano britannica; perfino in Galles si sta discutendo di una nuova e più decentrata forma di autogoverno.
In tutto ciò, l’Inghilterra e gli inglesi non stanno a guardare e chiedono a gran voce la risoluzione della questione West Lothian: perché i parlamentari inglesi non hanno diritto di voto nelle questioni nazionali scozzesi, ma i parlamentari scozzesi (eletti a Westminster) possono ancora votare le questioni inglesi?

Molto probabilmente ci troveremo ben presto con 4 parlamenti devoluti che votano le questioni interne e una Camera dei Comuni svuotata completamente dei propri poteri legislativi. Con buona pace delle Regina Elisabetta che spera di non dover mai assistere impotente alla dissoluzione della Sua Unione.

La situazione politica in Gran Bretagna: difficili equilibri e previsioni di voto 2015.

Il 7 maggio 2015 si svolgeranno le elezioni politiche del Regno Unito. Simultaneamente circa 47 milioni di elettori dovranno eleggere il nuovo parlamento di Westminster. A loro spetterà la decisione di confermare o meno i 650 deputati che siedono tra i banchi della Camera dei Comuni. Ma, soprattutto, a loro il giudizio supremo sul governo di David Cameron.

Residenza Primo Ministro UK

All’indomani delle elezioni del 2010 era emerso un quadro molto fosco per la politica britannica, abituata da decenni alla monotona disfida Laburisti-Conservatori, vivacizzata saltuariamente da qualche insolito risultato dei Liberaldemocratici. Cameron aveva raccolto il 36,1% dei voti e il suo partito avrebbe potuto contare su un folto gruppo di deputati (306). Folto si, ma non abbastanza solido da poter sostenere una maggioranza di governo: una situazione alquanto insolita per la Gran Bretagna. Così, per ottenere l’incarico dalla Regina, i conservatori hanno dovuto così costruire una difficile intesa con i Libdem di Nick Clegg, superando finalmente l’empasse del Parlamento Appeso (hung parliament).

Il prossimo anno si conclude il ciclo Cameron e, a giudicare dai commenti politici, non avrà vita facile a farsi rieleggere. Un sondaggio, condotto nei giorni 17-18 novembre 2014 (quindi freschissimo) delinea un quadro catastrofico per Cameron: solo il 31% giudica apprezzabile l’operato del suo governo, mentre il 54 lo condanna senza appello (+ un 15% che non si espone).

Nei sondaggi di voto, invece, solo il 32% degl intervistati si dichiara pronto a rivotare Consevatore alle prossime consultazioni. Logica vorrebbe che saranno i laburisti di Miliband a trionfare nel 2015. Eppure, nello stesso sondaggio, il Labour risulta essere il primo (potenziale) primo partito britannico, ma conduce solo per un misero 2% sui Conservatori. Un vantaggio davvero troppo risicato per un opposizione che avrebbe dovuto avere vita facile con un governo così poco amato.
Anche il terzo incomodo, Nick Clegg e i Liberaldemocratici, non se la passano certamente meglio. L’elettorato giallo composto soprattutto da giovani e intellettuali non ha perdonato l’alleanza di governo con Cameron e nel sondaggio iLibdems scivolano al 7%.

L'andamento dei sondaggi politici inglesi.
L’andamento dei sondaggi politici inglesi.

Dove sono finiti dunque i voti dei britannici?

Si possono individuare due grandi direttrice. Moltissimi elettori (soprattutto delusi da Cameron) sono ben disposti a votare Nigel Farage e l’UKIP (famoso alle nostre cronache per la dubbia alleanza politica con Grillo e il M5S al Parlamento Europeo). Nel sondaggio, l’UKIP si aggira intorno al 15% ed è molto probabile che otterrà un ottimo risultato alle prossime politiche.
La seconda direttrice porta all’inghiottitoio dei piccoli partiti.  Quasi un 15% di voti sono balcanizzati in una miriade di piccoli-medi partitini. In particolare, i Verdi e lo SNP si trovano in splendida forma.
Gli iscritti green sono raddoppiati in brevissimo tempo e i sondaggi di ogni committente stanno premiando la loro capacità di raccogliere voti dai fuoriusciti del Labour.
In Scozia, invece, lo Scottish National Party sta eliminando ogni possibile concorrente oltre il confine. Proprio oggi il partito ha eletto Nicola Sturgeon come primo ministro scozzese in sostituzione di Alex Salmond, dimessosi per la cocente sconfitta del referendum sull’indipendenza. Paradossalmente la sconfitta ha fatto bene al partito nazionalista scozzese che nei due mesi successivi al referendum ha visto crescere vertiginosamente supporto e iscritti (+ 60,000 membri).

Nel 2010 era emersa una Scozia tripartita tra SNP, Labour e soprattutto Libdem che proprio nel paese aveva la sua base elettorale più forte. Sia il Labour che i Libdems stanno oggi praticamente lottando per la loro stessa sopravvivenza in Scozia. Secondo i nuovi sondaggi, Miliband rischierebbe un nuovo hung parliament (stavolta però a maggioranza relativa laburista) proprio a causa della Scozia. La potenziale perdita di deputati si aggirerebbe intorno ai 37 membri.

Comunque andrà, in questa gara si preannunciano già più sconfitti che vincitori. Sembra sicuro che non sarà facile vincere per Miliband e il Labour come sembra certo che non emergerà dall’elezione un quadro politico netto.