Tre canzoni irlandesi per capire la storia d’Irlanda

Ecco testo e traduzione italiana di alcune famosissime canzoni irlandesi usate come spunto per raccontarvi alcuni tappe fondamentali della storia dell’Isola Verde.

Cominciamo dalla più famosa canzone irlandese “Fields of Athenry“. Scritta negli anni 70′, è diventata presto la canzone simbolo dell’Irlanda in lotta. E’ praticamente impossibile non ascoltarla in qualche pub o riconoscerla tra il fischiettio di qualche locale. Incisa da una grandissima schiera di cantanti più o meno famosi (tra cui se non sbaglio i Dropkick Murphys), è diventata simbolo dell’allegria di questa bellissima terra.

Se non fosse che Fields of Athenry non è assolutamente una canzone da cantare in allegria (qui il testo originale in inglese):

Lungo un solitario muro di una prigione, ho sentito una ragazza dire:
“Micheal, ti hanno portato via, per aver rubato il mais di Trevelyn,
cosicché i bambini potessero vedere un altro mattino.
Adesso una nave-prigione è ormeggiata nella baia ad aspettare.”

Là dove sono i campi di Athenry,
dove una volta guardavamo uccellini volare liberi
il nostro amore aveva le ali
avevamo sogni e canzoni da poter cantare
E così desolante ora attorno ai campi di Athenry.

Lungo un solitario muro di una prigione, ho sentito un uomo dire:
“Nulla importa, Mary, finchè sei libera tu.
Contro la carestia e la corona mi sono ribellato e loro mi hanno abbattuto.
Adesso devi tirar su nostro figlio con dignità.”

Lungo il muro solitario del porto, lei guardò l’ultima stella cadere
quando la nave prigione salpò verso l’orizzonte.
Continuò a vivere sperando e pregando, per il suo amore nella Botany Bay.
E’ così desolante attorno ai campi di Athenry.

Come avrete capito, la canzone gioca su un dialogo tra due amanti (Micheal e Mary) che si parlano divisi dal muro della prigione dove l’uomo è detenuto in attesa della deportazione in Australia (Botany Bay era una famosa destinazione penale per gli indesiderati della corona).

The Great Famine
The Great Famine

L’episodio è inserito nel più ampio contesto della Grande Carestia Irlandese (Great Famine) tra il 1845 e il 1852 ca.
Ovviamente questo non è il luogo adatto per spiegare le probabili cause della Grande Carestia: la politica economica britannica che considerava l’Irlanda come una colonia da sfruttare? Un fungo che avrebbe compromesso il raccolto della patata, alimento base della povera dieta irlandese? Il grande exploit demografico irlandese?
Oggi, soprattutto da parte irlandese, si spinge per definire la carestia ‘genocidio‘ perchè, apparentemente, la Corona non fece niente per alleviare la situazione tragica degli irlandesi; piuttosto sembra che aggravò di molto la crisi. Fatto sta che questo drammatico episodio della storia irlandese portò circa un milione di morti e spinse un numero imprecisato di irlandesi ad emigrare (dando vigore a quella che, ancora oggi, è chiamata The Irish Diaspora).

great famine La canzone fa proprio riferimento ai fatti della Carestia, raccontandoci di Micheal che venne imprigionato per aver rubato un poco di mais per sfamare il figlio. Antieroe per eccellenza, il ragazzo sfida le leggi della Corona e il destino per fare ciò che ritiene giusto: sfamare la famiglia. E la legge, inflessibile, lo condanna addirittura alla deportazione a vita in Australia (sull’argomento è altrettanto bella, seppure meno conosciuta, la canzone Back Home in Derry).

Come tutti gli antieroi, Micheal, non ha volto ne corpo; ma una bellissima canzone.

Murales a Belfast sulla grande carestia.
Murales a Belfast sulla grande carestia.

Facciamo ora un salto in avanti, portandoci alla grande guerra tra l’IRA, l’esercito irlandese repubblicano, e le truppe della Corona Britannica. Scritta durante la guerra da Dominic Behan sull’aria della settecentesca Rosc Catha na Mumhan, Come Out Ye Black and Tans (Venite fuori, Black & Tans)si destreggia tra l’ironico e il tragico, tratteggiando un ritratto onestamente impietoso dei Black & Tans:

Sono nato in una via di Dublino dove suonano tamburi reali
E dove gli amorevoli piedi inglesi ci calpestavano tutti.
Ogni singola notte quando mio padre rientrava ubriaco
Tirava fuori il vicinato dalle loro case cantando questo ritornello:

Oh, venite fuori, Black and Tans,
Venite fuori e battetevi con me come uomini
Fate vedere alle vostre mogliettine come vi siete guadagnati le medaglie nelle Fiandre,
Raccontate anche di come l’IRA
Vi ha fatti scappare come forsennati
Dai verdi e deliziosi vicoletti di Killeshandra.

Su, forza, raccontateci di come avete sgozzato
quei coraggiosi arabi, due a due,
o gli Zulù che avevano solo lance, archi e frecce.
Diteci con quale coraggio li avete trucidati tutti
Coi vostri cannoni da sedici libbre
Terrorizzando i poveri nativi fino al midollo.

Dai, voglio che raccontiate
Come avete pestato a sangue il grande Parnell,
quanto lo avete combattuto e perseguitato,
E dove sono tutte le smargiassate
Che ci avete fatto sentire senza sosta
mentre venivano fucilati i nostri eroi del ’16.

Arriverà presto il giorno,
Anzi è già arrivato,
in cui Nord e Sud apparterranno di nuovo all’Irlanda
e, una volta John Bull se ne sarà finalmente andato,
canteremo tutti assieme questa canzone.
E suoneranno le trombe della libertà.

Innanzittutto chi erano i Black and Tans (letteralmente neri e abbronzati)? Essenzialmente i Black & Tans formavano un corpo paramilitare ausiliario che andò ad affiancare la polizia regolare irlandese (o meglio la polizia britannica in Irlanda), la tanto odiata RIC, per reprimere la rivolta che sarebbe presto diventata la Guerra di Indipendenza Irlandese.
Questi Black & Tans si distinsero per crudeltà contro la popolazione civile irlandese e molti di loro si comportarono come assassini pagati dal governo inglese. La curiosa denominazione proviene dal loro modo di vestire ed è ancora oggi utilizzata con disprezzo verso la polizia (soprattutto nel Nord Irlanda dove il risentimento verso il dominio britannica è ancora fortissimo).

Black and Tans all'opera
Black and Tans all’opera

Questi soldatucoli improvvisati vennero reclutati a partire dal 1919 soprattutto tra le schiere di irlandesi che avevano prestato servizio nella Prima Guerra Mondiale (ecco spiegato il riferimento alle “medaglie guadagnate in Fiandre”), nella guerra contro gli Zulu (1879), nella repressione della rivolta irachena (1920) e in altri conflitti bellici in cui l’Impero Britannico era stato coinvolto.

Il ritornello sfotte letteralmente questi uomini che si presentavano come grandi guerrieri e valorosi soldati ma che, alla fine dei conti, scappano come bambini davanti agli attacchi dell’IRA (ovvero i ribelli irlandesi che combattevano contro i Tans e gli interessi britannici in genere).

Black & TansKilleshandra, la città citata nella canzone, è assurta come teatro di vittorie irlandesi contro i Black and Tans, ma non ha spessore storico. Non ci sono prove, in realtà, che la cittadina abbia assistito a scontri di questo tipo.

Per la cronaca, i B&T finirono uccisi durante la guerra di Indipendenza o si ritirarono dal servizio per evitare ritorsioni. Una buona parte del corpo ausiliario che pure era sopravvissuta alla vittoria delle truppe repubblicane verrà poi processata nella fase post-bellica per la brutalità gratuita di cui si era macchiata.

La terza canzone che riporto in traduzione è di gran lunga meno famosa delle due precedenti (sia Fields of Athenry, sia Come out Ye B&T vengono spesso cantate dai supporters del Celtic Football Club, fortemente radicati nella tradizione repubblicana irlandese).
E’ in effetti un racconto molto toccante di uno degli episodi più drammatici e sconvolgenti nella storia anglo-britannica.
Da una parte c’è la clandestina IRA che continua a combattere per la liberazione delle Sei Contee rimaste in mano britannica (l’odierna Irlanda del Nord), dall’altra c’è l’inflessible governo di Margaret Thatcher.

Nel 1981, alcuni detenuti dell’IRA cominciano quello che sarà poi lo sciopero della fame più famoso del Novecento. Uno dopo l’altro si lasciano morire di inedia per protestare contro le condizioni carcerarie britanniche, ma soprattutto per vedersi riconosciuto lo status di prigioniero politico anzichè di criminali comuni.

Bobby Sands

Bobby Sands, volontario dell’IRA e poeta, è il primissimo prigioniero a morire dentro le celle di Long Kesh (un carcere vicino Belfast). Non morirà come semplice prigioniero ma, candidato mentre moriva di fame, verrà eletto parlamentare alla Camera dei Comuni in una delle elezioni più storicamente pesanti della storia europea:

Quanti dovranno morire adesso, quanti dobbiamo perderne
prima che la gente dell’isola possa scegliere il proprio destino
Dall’immortale Robert Emmett a Bobby Sands MP (membro del parlamento)
A cui furono dati 30 mil voti mentre era in prigioniero

Non ascolterà più le dolci note dell’allodola nell’aria dell’Ulster,
ne potrà più guardare i fiocchi di neve per placare la sua profonda disperazione.
Prima di iniziare lo sciopero della fame, il giovane Bobby compose The Rhythm of Time, The Weeping Wind and The Sleeping Rose.

Era un poeta e un soldato e morì coraggiosamente
E noi gli abbiamo dato trentamila voti facendolo diventare il deputato del popolo.

Thomas Ashe dette tutto se sesso nel 1917
Il sindaco di Cork McSwiney morì per ottenere la libertà
Ma uno, su tutti i nostri morti, morì ancora più coraggiosamente:
Bobby Sands da Twinbrook, il deputato del popolo.

Per sempre lo ricorderemo come un uomo che morì tra il dolore,
affinchè il suo paese potesse essere unito da Nord a Sud.
Piangiamolo organizzando e costruendo un forte movimento
attraverso l’urna elettorale e l’armalite
la musica e le canzoni.

Bruce per Christy Moore scrive questa canzone sull’onda delle emozioni che suscitò l’elezione di Bobby Sands a Westminster nel 1981. Si tratta di un episodio molto controverso della storia politica irlandese: Sands vinse con uno scarto di meno di 1000 voti contro lo sfidante unionista Harry West.

I dieci prigionieri che morirono nello sciopero
I dieci prigionieri che morirono nello sciopero

Come potete immaginare, l’elezione di un detenuto (per giunta dell’IRA) alla Camera dei Comuni fu considerata una vittoria strategica per il repubblicanesimo irlandese e una cocente sconfitta per la Thatcher e il suo governo.
Quello che si sperò non successe: la Thatcher non salvò un suo parlamentare dalla morte per fame, neppure creo terreno fertile per un compromesso. Nessuna concessione. E Sands morì 26 giorni dopo la sua elezione.
Altri 9 detenuti dovettero morire per dichiarare lo sciopero della fame sospeso.

Libri e film sulla storia d’Irlanda:

Partendo dalla Grande Carestia vi consiglio il libro di Riccardo Michelucci “Storia del conflitto Anglo-Irlandese” sui fatti storici trattati anche dalla canzone Fields of Athenry. Grandi film sulla questione non ce ne sono. Consiglio perciò “Le Ceneri di Angela” per addentrarsi nella drammaticità della povertà irlandese.

Sulla Guerra di Indipendenza Irlandese esistono molti film, alcuni anche davvero belli. Sicuramente il mio preferito è “Il vento che accarezza l’erba” di Ken Loach: avvincente, benfatto e storicamente ineccepibile. Anche Micheal Collins, seppur più biografico, rappresenta un buon esempio di film sulla questione della guerra di indipendenza/guerra civile irlandese. In entrambi emerge abbastanza chiaramente il ruolo avuto dai Black and Tans nella guerra.
Il libro non può che essere “Micheal Collins” di Tim Pat Coogan.

Potremmo infine discutere all’infinito su bellissimi libri e film sulla questione irlandese e sull’IRA. Nello specifico vi consiglio di leggere direttamente il libro autografo di Bobby Sands, scritto mentre era in carcere, tradotto in italiano: “Un giorno della mia vita“. Uno di quei libri che direi mi abbiano cambiato la vita.
Dei tanti film, direi Hunger di McQueen e Una scelta d’amore rimangono i più belli e storicamente fedeli.

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Campo di concentramento di Sachsenhausen e gli stivali delle SS

Ho scelto un titolo strano e apparentemente assurdo proprio per raccontarvi una storia assurda, ma purtroppo vera.

Pochi mesi fa ho visitato Berlino e, spinto dalla voglia di allontanarmi dal circuito Porta di Brandeburgo-Isola dei musei-Reichstag, ho deciso di visitare il KZ Sachsenhausen. Mai scelta fu più saggia.

In effetti, venivo da un periodo di forte interesse per l’Olocausto e le persecuzioni in epoca nazista in genere. La visita a Rosenstrasse mi aveva lasciato un po’ di amaro in bocca: la protesta lungo la strada-monumento così centrale per la storia del dissenso anti-nazista è ricordata solo con due cartelli (anche un po’ datati) e una commemorazione monumentale di dubbio gusto.

Quindi mi sono diretto verso il campo di concentramento di Sachsenhausen per vedere con i miei occhi quello che avevo letto (a proposito di letture sulla persecuzione nazista consiglio davvero di cuore la lettura del libro di Sami Modiano “per questo ho vissuto”).

Pigiama a righe Potrei raccontarvi di come si arriva al campo di Sachsenhausen da Berlino. Potrei raccontarvi qualche tappa della storia del campo dall’epoca nazista a quella sovietica (ebbene si, il campo è stato riutilizzato dai sovietici negli anni 50′). Potrei perfino raccontarvi di cosa si può vedere gironzolando per il campo e delle sensazioni che si prova ripercorrendo le atrocità naziste ai danni di ebrei si, ma anche prigionieri politici, rom e omossessuali (non dimentichiamolo mai, non solo gli ebrei soffrirono e morirono nei campi nazisti!).

Non lo farò in effetti.

Vorrei, invece, raccontare un capitolo assai triste della storia del campo e alquanto sconosciuto ai più (aggiungerei anche snobbato dalla storiografia ufficiale).

Sachsenhausen era molto di più di un semplice campo di lavoro nazisti per prigionieri di varia natura. Divenne tristemente funzionante già a partire dal 1936, soltanto tre anni dopo la presa di potere di Hitler e dei suoi. Avrebbe dovuto ispirare, architettonicamente e logisticamente, tutti gli altri campi sorti poi in Germania e negli stati occupati durante gli anni a venire.

KL SachsenhausenSubito dopo aver varcato l’entrata, rigorosamente munita della beffarda scritta Arbeit Macht Frei, si incontra una strana pista semicircolare fatta di ciottolame, sabbia, cemento e asfalto che ricorda uno di quei sentieri utilizzati oggi dagli appassionati di motocross.
Quella pista rappresenta ciò che resta di una delle peggiori atrocità mai commesse da esseri umani nei confronti di suoi simili. Laggiù, dal 1940 fin quasi alla liberazione del campo, una squadra speciale (lo Strafkommando) composta soprattutto da prigionieri scelti per demeriti particolari (tentativi di fuga, atteggiamenti ribelli etc) doveva camminare ininterrottamente per ore e ore. Lo scopo di questa barbarie? Testare i vari modelli di suole per stivali militari e per calzature civili delle industrie locali.
I diversi tipi di superficie cui ho accennato dovevano simulare le diverse tipologie che il soldato avrebbe potuto incontrare durante le operazioni militari. Le autorità del campo si impegnavano così a fornire alla Wehrmacht stivali a prova di usura.

Le parole ovviamente non possono riprodurre il dolore fisico e mentale a cui erano sottoposti questi prigionieri, obbligati a camminare/poicorrere/poistrisciare/poidinuovocorrere fino alle 10 ore il giorno. Ogni individuo copriva quotidianamente tra i 25 ed i 40 km sotto le più proibitiva condizioni atmosferiche.
Una tortura che sarebbe terminata solo con la tragica morte della cavia.

La pista per testare le suole.
La pista per testare le suole a Sachsenhausen.

Con il tempo, le cose peggiorarono ulteriormente per i prigionieri della squadra di testaggio calzature. Le SS del campo introdussero una sostanziale novità, perché evidentemente il correre per 40 km al giorno non era abbastanza: al singolo prigioniero fu assegnata una borsa di sabbia pesante circa 35-40 kg atta a simulare il peso delle attrezzature militari.
L’efficienza nazista ed il sacrificio degli internati riuscirono così a far toccare nuove vette di resistenza al suolo per gli stivali tedeschi. Massacrando di fatica, perdendo la dignità umana e sporcando per sempre di sangue innocente quella dannata pista. Ma l’efficienza prima di tutto.

** Come arrivare al campo di concentramento di Sachsenhausen da Berlino e altre info utili per la visita**

Da Berlino a Oranienburg, dove si trova il campo, non è un viaggio particolarmente lungo o dispendioso. Prendete un biglietto ABC dei trasporti pubblici e recatevi alla Hauptbahnhof Berlin. Dovreste trovare il treno per Oranienburg che vi porterà a destinazione in circa 25 minuti.
Oppure prendete la S1 verso Oranienburg (passa, tra le altre fermate, a Postdamer Platz e Friedrichstrasse). Il tragitto, in questo caso, dura un’oretta, ma è più economico.
Dalla stazione di Oranienburg si arriva facilmente al campo in una ventina di minuti a piedi. Basta andare a destra (stazione alle spalle) e seguire le indicazioni per il campo (Gedenkstaette Sachsenhausen). I più pazienti potranno aspettare il bus 804 per Malz.

Per la visita in se stessa consiglio l’ottima audioguida in italiano a 3 euro. L’ingresso è gratuito. Non esistono ristoranti o bar all’interno del campo.

Sachsenhausen su tripadvisor clicca qui.
P
er il sito ufficiale invece qui.

Il gusto proibito dello zenzero e l’internamento giapponese in America

La copertina del libro di Ford

Deve essere una specie di maledizione. Ogni volta che ‘investo’ innumerevoli ore della mia vita nella scelta di un libro, l’avventura storia finisce quasi sempre con una cocente delusione.
Stavolta, costretto da tempi brevi, mi sono lanciato su un romanzo da leggere in pochi giorni e (diciamocelo con franchezza) sono stato attirato dal basso costo. Mai avrei speso venti euro ad occhi chiusi per un libro di cui non avessi mai sentito parlare.
Eppure, come già per ‘Un giorno della mia vita’ di Bobby Sands, la fretta e la superficialità della scelta mi hanno coinvolto in una lettura appassionante e quasi magnetica.

Raramente è capitato ad un accanito ed esoso lettore come il sottoscritto. Il mio gusto, lo ammetto, è talmente particolare da non incontrare (quasi) mai la soddisfazione scaturita da un ottimo libro.

Questa volta mi è andata egregiamente bene. Non mi sono affidato alle recensioni dei lettori su IBS.it, non mi sono fatto consigliare da amici e conoscenti e soprattutto mi sono allontanato dalle consuetudini che tanto mi avevano annoiato negli ultimi mesi.
Mi sono lanciato sul best-seller di Jamie Ford con la velocità di un ghepardo e, senza pensarci due volte, ho preso quei nove euro e novanta dal mio polveroso portafoglio da studente per darli alla commessa della libreria.

Beh Ford mi ha letteralmente stupito. Il libro si è rivelato, già fin dalle prime pagine, un fiume in piena. La prosa pulita certo aiuta il lettore a calarsi nella narrazione e la complessità psicologica dei personaggi (su tutti spiccano certamente il padre di Henry sospeso tra identità culturale e amore per il figlio e la signora della mensa) funge da perfetto sfondo alla struggente storia d’amore tra un adolescente cinese ed la sua compagna giapponese.
Due sono, tuttavia, gli elementi che davvero inchiodano il lettore e annoverano ‘Il gusto proibito dello zenzero’ (Hotel on the Corner of Bitter and Sweet il titolo orginario) tra i più bei libri che abbia mai avuto tra le mani.

L’alternanza a piani temporali sdoppia il flusso degli eventi in maniera magistrale: così possiamo seguire ‘in diretta’ l’evoluzione del personaggio Henry come un tredicenne ribelle e Henry come un barboso padre in età avanzata. Il gigantesco flashback permette a Ford di tracciare idealmente un confronto tra la società americana degli anni 40′ e quella contemporanea. Da una parte un ragazzetto costretto ad indossare un adesivo sulla giacca per ribadire la sua identità cinese allontanando la paura degli occhi a mandorla, dall’altra uno studente modello (il figlo Marty) così ben inserito nel tessuto sociale americano da quasi dimenticarsi dei suoi ‘diversi’ tratti somatici.

Istruzioni per l’internamento giapponese

Il secondo elemento forte dello sforzo letterario di Jamie Ford è la sua accurata descrizione della Seattle cosmopolita degli anni della guerra e l’ambientazione storica in cui evolvono i personaggi e, con loro, gli eventi della Storia.
Il grande merito dell’autore rimane quello di portare a galla (anche a noi poveri europei) la tragedia dei giapponesi (o meglio degli americani con identità, background o anche solo nomi giapponesi) internati in campi di prigionia per il solo peccato di essere tali.
Non importa quanto la famiglia Okabe fosse americana e patriota, non importa se la figlia Keiko sapesse parlare nient’altro che l’inglese, tutti furono accomunati a quei giapponesi che bombardavano Pearl Harbour e davano fuoco alle città americane nel Pacifico.

La storia di Keiko ed Henry rimane per me un’ingegnosa scusa per raccontarci un’altra storia, per farci riflettere sulla correttezza della versione ‘canonica’ della storiografia (da cui il lungo titolo di questo post).

Scritte antinipponiche in America

La prova che accanto agli orrori del nazismo venivano perpetrate profonde ingiustizie anche al di là dell’oceano. Certo in misura minore, certo spinte dalla tesa atmosfera bellica e certo con minore sistematicità; ma davvero siamo sicuri di avere gli strumenti giusti per giudicare?
Ford non lo fa mai: in effetti la sua mano e il suo pensiero è quasi impercettibile. Egli, facendo tesoro delle sue radici cinesi (come il protagonista del suo romanzo) e del suo ‘essere diverso’ dallo stereotipo tutto americano, racconta la storia degli emarginati, della segregazione razziale (significativo a tal proposito, l’episodio del nero Sheldon costretto a sedere sul bus lontano dai bianchi) e dei rastrellamenti dell’esercito americano.

La trama leggermente scontata, il finale affrettato e alcune lacune nel ritrarre le identità culturali dei suoi personaggi non sminuiscono certo il riuscito tentativo di ridare voce agli oltre centomila giapponesi privati della libertà in nome di una patria ingiusta.

Bambini giapponesi giocano in un campo di prigionia

Per saperne di più sull’internamento giapponese in America, clicca qui.
Sulle extraordinary renditions clicca invece qui.
Qui, infine, uno scampolo di documentario sull’argomento (in inglese).

Alcune rime di Michelangelo

Ecco qui una stupenda ballata (anche se la definizione, dal punto di vista metrico, è impropria) di Michelangelo.
L’artista in questi struggenti versi riprende uno dei tempi più sviscerati: ovvero quello di un amore in età matura, un amore quasi impossibile.
La poesia, scritta nel 1524 all’inizio di una lettera per Francesco Fattucci, si sviluppa come un drammatico dialogo con Eros. Si vengono qui a perdere, pertanto, l’ironia e la leggerezza che Michelangelo dimostrò in altre poesie.

Che fie di me? che vo’ tu far di nuovo
d’un arso legno e d’un aflitto core?
Dimmelo un poco, Amore,
acciò che io sappi in che stato io mi truovo.
Gli anni del corso mio al segno sono,
come saetta c’al berzaglio è giunta,
onde si de’ quetar l’ardente foco.
E’ mie passati danni a·tte perdono,
cagion che ‘l cor l’arme tu’ spezza e spunta,
c’amor per pruova in me non ha più loco;
e s’e tuo colpi fussin nuovo gioco
agli occhi mei, al cor timido e molle,
vorria quel che già volle?
Ond’or ti vince e sprezza, e·ttu tel sai,
sol per aver men forza oggi che mai.
Tu speri forse per nuova beltate
tornarmi ‘ndietro al periglioso impaccio,
ove ‘l più saggio assai men si difende:
più corto è ‘l mal nella più lunga etate,
ond’io sarò come nel foco el ghiaccio,
che si distrugge e parte e non s’accende.
La morte in questa età sol ne difende
dal fiero braccio e da’ pungenti strali,
cagion di tanti mali,
che non perdona a condizion nessuna,
né a·lloco, né tempo, né fortuna.
L’anima mia, che con la morte parla,
e seco di se stessa si consiglia,
e di nuovi sospetti ognor s’attrista,
el corpo di dì in dì spera lasciarla:
onde l’immaginato cammin piglia,
di speranza e timor confusa e mista.
Ahi, Amor, come se’ pronto in vista,
temerario, audace, armato e forte!
che e’ pensier della morte
nel tempo suo di me discacci fori,
per trar d’un arbor secco fronde e fiori.
Che poss’io più? che debb’io? Nel tuo regno
non ha’ tu tutto el tempo mio passato,
che de’ mia anni un’ora non m’è tocca?
Qual inganno, qual forza o qual ingegno
tornar mi puote a·tte, signore ingrato,
c’al cuor la morte e pietà porti in bocca?
Ben sare’ ingrata e sciocca
l’alma risuscitata, e senza stima,
tornare a quel che gli diè morte prima.
Ogni nato la terra in breve aspetta;
d’ora in or manca ogni mortal bellezza:
chi ama, il vedo, e’ non si può po’ sciorre.
Col gran peccato la crudel vendetta
insieme vanno; e quel che men s’aprezza,
colui è sol c’a più suo mal più corre.
A che mi vuo’ tu porre,
che ‘l dì ultimo buon, che mi bisogna,
sie quel del danno e quel della vergogna?

Michelangelo Buonarroti, Rime, Milano 1998

Fenomenologia di una bevuta

irish whiskey

Il whiskey fa questi effetti. La prima tracannata ti esplora ben bene e prepara le basi per la seconda. Scalda il cuore e la pancia, scioglie la lingua. La seconda sorsata  è meditativa e rilassante. Incoraggia la terza e consente un flusso esaltante di risposte spiritose. Dopo la quarta o quinta sorsata arrivano le canzoni d’amore e di patriottismo. Quindi, a metà bottiglia, vi è la possibilità di sostenere conversazioni sagge ed intelligenti, persino sulle più difficili ed intricate questioni.(…)
Gli stadi successivi sono difficili da prevedere. Alcuni cantano canzoni che conoscono tutti ed alla quale tutti si uniscono. Altri diventano tristi e malinconici. Altri ancora piangono. Alcuni diventano romantici e si credono irresistibilmente sexy o divertenti; o tutt’ e due le cose allo stesso tempo. Ed altri fanno a botte. Per farla breve: dopo, può succedere di tutto.

Gerry Adams, Strade di Belfast, 1992,  p.123

Albert Speer, l’architetto del diavolo

Speer und Hitler

“Se Hitler avesse avuto degli amici, io sarei stato suo amico” A.Speer 1946

Finalmente sono riuscito ad inviduare una biografia, anzi un’autobiografia, di stampo storico che non mi deludesse : “Memorie del Terzo Reich” di Speer. Voglio sbilanciarmi. Questo libro mi ha letteralmente rapito, mi ha aperto nuove visioni di un periodo storico tanto travagliato quanto interessante. Non lasciatevi spaventare dalla mole. Ne vale la pena.

Grazie a queste seicento pagine sono riuscito, forse, a cogliere l’essenza di quest’uomo. Non mi bastava leggere ciò che si diceva di lui. Storici e  biografi non ne hanno saputo valorizzare l’aspetto umano. Era un nazista, è innegabile. Ma il suo pentimento, io credo sincero, ci offre l’assist per mettere in campo una riflessione seria e profonda di ciò che davvero significava essere nazista negli anni 30′-40′. Mi ha fortificato nel mio credo di non poter giudicare a posteriori, serve storicizzare un fenomeno per poterlo veramente capire. Si devono condannare le barbare azioni antisemite, le violenze e tutto ciò che oggi è associato al nazismo; ma dobbiamo scavare a fondo nelle personalità dei nazisti. Erano uomini come noi, con gli stessi pensieri e le stesse ambizioni. Questo ci fa dubitare che non molto possa essere cambiato da quel fatale 1933. Come a dire che in ogni società, odierna o passata, vi è il seme del nazismo.

Albert Speer questo, probabilmente, vuole testimoniare, o, comunque, è quello che io ho voluto cogliere nelle sue parole.

Le mie schiette posizioni sul tema, velate da un’apparente revisionismo spero non si attirino le antipatie di molti.

Speer fu per molti anni uno degli uomini più vicini al Fuhrer, ufficialmente lo definivano l’architetto del Reich, ma più profondamente era uno dei pochi a potersi permettere di contrariare Hitler. Da ciò il ridondante nomignolo di “architetto del diavolo”. Ministro degli armamenti all’improvvisa morte di Todt, ricoprì l’incarico con solerzia e particolare abilità riconosciute anche dagli Alleati. Per il resto vi rimando a saggi storici ed alla stessa autobiografia di Speer.

Für einen großen Bau hätte ich wie Faust meine Seele verkauft. Nun hatte ich meinen Mephisto gefunden. Er schien nicht weniger einnehmend als der von Goethe.”