Chi è San Patrizio? I simboli di un santo

Al secolo Maewyin Succat, San Patrizio può vantare un numero illimitato di epiteti. Da ‘Apostolo d’Irlanda’ a ‘Primo Arcivescovo di Armagh’, il santo è forse uno dei simboli più interessanti e complessi della simbologia cristiana. Ma chi era davvero San Patrizio? Quali sono i simboli che rappresentano il personaggio festeggiato il 17 marzo a suon di boccali di birra e tinte verdi?

san patrizio

San Patrizio Irlandese? Un mito da sfatare

Tutti sappiamo che San Patrizio è il patrono dell’Isola di Irlanda, assieme a Santa Brigida. Ovunque, sull’isola verde, sono disseminate chiese e oratori dedicati a St Patrick. In realtà, la verità storica è completamente diversa. San Patrizio non era irlandese, ma britannico. O meglio, dovremmo dire romano-britannico.
Nato intorno al 390 d.C. in terra britannica, fu allevato in una ricca famiglia cristiana possidente. Villa, agii e perfino schiavi da gestire.
A 16 anni, la vita di Maewyin (futuro San Patrizio) cambierà completamente. Alcuni pirati irlandesi lo rapirono e lo costrinserò in cattività per 6 anni, un lunghissimo periodo che viene descritto dal Santo come cruciale per la sua formazione spirituale.
Riuscito finalmente a fuggire, si riunisce alla famiglia in Britannia.Tuttavia, l’idillio familiare non durerà molto perché ben presto Patrizio sarà ordinato ecclesiastico e riceverà il difficile incarico di cristianizzare l’isola pagana di Irlanda dove aveva già trascorso gli anni della sua prigionia.

Il giorno di San Patrizio, il 17 marzo, è in realtà la data presunta di morte del Santo che non venne da subito identificato come santo protettore dell’isola. Riceverà gli onori che conosciamo solo qualche secolo dopo.

San Patrizio e il trifoglio

Il trifoglio (Shamrock) è in genere assimilato al culto di San Patrizio e, per estensione, all’Irlanda. Da cosa nasce questa simbiosi? Leggende raccontano che il Santo avrebbe utilizzato il trifoglio (con tre foglie, appunto) per spiegare ai suoi discepoli la parabola della Trinità. Con un parallelo molto semplice, dunque, egli avrebbe fatto capire come sia possibile che Padre, Figlio e Spirito Santo possano convivere nella stessa essenza.

San Patrizio e il trifoglio
San Patrizio e il trifoglio

Ancora una volta, la verità storica sembra lontana dal mito: il trifoglio non solo era già un simbolo sacro ben prima dell’arrivo del Cristianesimo in Irlanda ma non ci sono attestazioni documentarie dell’utilizzo della pianta da parte di Patrizio. E’ probabile che il paragone nasca solo più tardi, magari da alcuni monaci irlandesi.

Come mai i serpenti non ci sono in Irlanda?

Effettivamente l’assenza di serpenti in Irlanda ha dato adito alla leggenda che sia stato San Patrizio a scacciarli. Scienziati e paleozoologi hanno dimostrato, tuttavia, che serpenti sull’isola non ci sono mai stati. Neppure prima della venuta di Patrizio che quindi non avrebbe potuto scacciare ciò che non esisteva.

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Una simpatica vignetta: St Patrizio ‘guida’ i serpenti fuori dall’Irlanda

Molti archeologi hanno giustamente notato che, molto probabilmente, il serpente cacciato via da Patrizio fosse in realtà il simbolo del Paganesimo eradicato dall’Isola per sempre.

La croce di San Patrizio o croce celtica

Molti pensano che sia stato San Patrizio a introdurre la croce celtica in Irlanda come simbolo perfetto della vittoria della croce sul sole, simbolo pagano per eccellenza. Sopravvive anche l’interpretazione che la croce sia un tentativo di San Patrizio di assimilare la croce alle virtù benefiche e salvifiche dei raggi del sole.

Croce Celtica-Aran Islands
Croce Celtica-Aran Islands

Dal punto di vista archeologico, però, non esistono prove di croci celtiche monumentali così precoci. Molto probabilmente un cristiano dell’epoca di Patrizio si sarebbe chiesto cosa potesse essere una croce celtica.
Le croci cominceranno a diffondersi solo dalla fine del VII secolo – inizi VIII, è impossibile quindi che sia stato il Santo a introdurle in Irlanda.

Ovviamente la croce celtica come simbolo nazionalista / post fascista non ha motivo di essere (c’era bisogno di dirlo?).

Clicca qui per la confessione di San Patrizio.

Le bandiere costitutive del Regno Unito: la Scozia e la Croce di Sant’Andrea

Le Home Nations
Le Home Nations

Innanzittutto chiariamo una cosa fondamentale. Il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e Gran Bretagna NON SONO termini intercambiabili. Come pure Inghilterra (anche se è un’attraente sineddoche) non dovrebbe essere usata per tutto il Regno Unito. Resta molto difficile capirlo solo per noi italiani, farciti di superficialismo culturale e soprattutto innamorati esclusivamente della capitale del Regno Unito (innamorati poi di cosa? De gustibus…). La differenza tra Regno Unito e Gran Bretagna penso la sappiano anche i muri; ad ogni modo: Regno Unito è un’entità politica che comprende Galles, Inghilterra, Scozia e Irlanda del Nord; mentre la Gran Bretagna è una realtà geografica che include SOLO l’isola dove si trovano Inghilterra, Scozia e Galles.

Parleremo qui delle bandiere delle nazioni costitutive del Regno Unito e dei loro significati storico-culturali; a cominciare dalla più settentrionale delle quattro Home Nations: la Scozia.

bandiera scozzese

Bratach na h-Alba è effettivamente il nome originale di quella che è più famosa come Croce di Sant’Andrea (St Andrew’s Cross). A essere precisi ho sentito chiamare la bandiera scozzese con milioni di parole, tra cui Saltire rimane ancora diffusa.
A quanto pare, la croce richiama il martirio di Sant’Andrea, patrono della Scozia appunto, che fu crocifisso in Grecia su una croce a forma di X (ovvero la famosa crux decussata).

sant'andreaLe origini storiche della bandiera si perdono nelle nebbie del tempo. Curiosamente la leggenda più famosa sulla genesi della bandiera ricorda molto da vicino la storia del sogno di Costantino alla vigilia della Battaglia di Ponte Milvio.
Nella versione nordica, il primo presunto imperatore romano viene sostituito dal Re Angus MacFergus che, nel 832, si trovò a comandare un’armata di Pitti contro i barbari Northumbri. Il copione rimane praticamente invariato: la notte prima della battaglia, il re sogna Sant’Andrea e racconta l’aneddoto alle truppe che ne riconoscono l’alto valore apotropaico. Il giorno dopo, magicamente, nel cielo sopra il campo di battaglia appare la crux decussata sul quale aveva trovato il martirio Sant’Andrea. Cotanta apparizione gonfiò definitivamente il coraggio dei Pitti e ne assicurò la vittoria.

Da quel giorno in poi, secondo la leggenda, l’area poi conosciuta come Scozia sarà rappresentata da una croce bianca (le nuvole che formano la crux sopra il campo di battaglia) su sfondo blu (il cielo stesso). E, ovviamente, Re Angus fece di Sant’Andrea il santo patrono della Scozia (o regno dei Pitti).

La genesi storica della bandiera non è conosciuta. Le prime attestazioni rimangono di natura esclusivamente religiosa, soprattutto sottoforma di sigilli di vescovi e simboli di cattedrale. La prima versione “laica” della Croce appare grazie ai Guardiani di Scozia nel 1286 che la rappresentano, assieme al santo eponimo, in occasione della morte di Alessandro III.
La prima versione “canonica” della bandiera è invece conservata al National Museum of Scotland ed è chiamata “Douglas Standard“. Descritta come la bandiera personale di Archibald Douglas of Cavers, il figlio del secondo Conte di Douglas, che l’avrebbe portata con se alla battaglia di Otterburn nel 1388.

Il Douglas Standard in una riproduzione
Il Douglas Standard in una riproduzione per decriptarne l’iconografia

Nell’antico stemma, la croce di Sant’Andrea è delimitata da due cuori irregolari rossi e delimitata da un bellissimo e vigoroso leone araldico. Ai lati, invece, una croce Tau e il motto dei Douglas Jamais areyre. 

Cavers Standard
Il vessillo così come si presenta al Museo di Scozia

Dopo alterne vicende, dove la bandiera fu usata sporadicamente, il XVII secolo vide affermarsi la Croce di Sant’Andrea come simbolo nazionale politico della Scozia. Nel 1606, re Giacomo VI addirittura la combinò con la croce di San Giorgio e creò il primo embrionale simbolo del Regno Unito (sancito poi con l’Atto di Unione nel 1707): l’Union Jack.

Se volete saperne di più potete cliccare qui per scaricare un ottimo PDF. Purtroppo, ad oggi, in italiano non esiste niente di attendibile sulla Croce di Sant’Andrea. Finora, ovviamente.

Castelli infestati: Carew Castle (Galles)

Lovely the woods, waters, meadows, combes, vales,
All the air things wear that build this world of Wales

Read more at http://quotes.dictionary.com/subject/wales+and+the+welsh?page=1#JodADug2gYDROzvH.99
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All the air things wear that build this world of Wales

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Lovely the woods, waters, meadows, combes, vales.
All the air things wear that build this world of Wales

Castello di Carew
Il Castello di Carew dall’alto

Ho già parlato di alcune delle meraviglie del Galles (vedi qui); una terra ricca di romanticismo e misticismo. Castelli diroccati si alternano a villaggi sparsi su torrenti o su spiagge sabbiose. Questo di per se sarebbe già un motivo sufficiente per visitare il Galles, ma se state organizzando il vostro viaggio vi consiglio vivamente di inserire tra le mete prescelte il castello di Carew.

C’è da dire che tutti i numerosi castelli del Galles sono affascinanti: vuoi per l’imponente architettura (il castello di Caerphilly), vuoi per la curiosa storia legata alla costruzione (castello di Caernarfon). Carew è sicuramente considerato dalle maggiori guide (tra cui la mia amata lonely planet del Galles) una meta da eliminare dal classico giro turistico del paese, visto che si trova fuori da tutte le principali vie di comunicazioni. Effettivamente se non si vuole includere una tappa a Tenby, direi che il castello di Carew rimane troppo fuori mano, soprattutto per chi non è riuscito/non ha voluto noleggiare una macchina.

Così anche l’architettura del castello che rischia di scomparire se paragonata a quella del più famoso Caerphilly o al Conwy Castle i cui torrioni si vedono a distanza di chilometri. Carew si presenta più come una antica fortezza di calcare carbonifero raccolta intorno all’ampia corte centrale. Nulla di eccezionale insomma.

Consideriamo però due fattori che, secondo me, rendono Carew ancora più appetibile rispetto agli altri numerosi castelli del Galles. Innanzitutto la planimetria e l’architettura originaria, seppur fortemente stratificata da secoli di ampliamenti e guerre, rimane assolutamente invariata fino ai giorni nostri. Mi spiego. La maggior parte dei castelli lungo tutto il paese sono stati restaurati e rimaneggiati per renderli più ‘commercialmente spendibili’ al grande pubblico. Così la grande entrata monumentale a Caerphilly strappa sicuramente un commento di meraviglia al visitatore, ma la delusione rimane grande se si considera che tutto ciò è solo il frutto di un pesante restauro.

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Il Castello dall’ala nord

Carew conosce invece tre distinte fasi (deformazione professionale a distinguere tutto in fasi cronologiche): la sua fondazione, l’attraversamento medievale e l’epoca tudor. A differenza però di molte altre antiche fortezze, non ha conosciuto i famosi restauri invasivi tipici del primo novecento. Solo dal 1984 Carew attira l’attenzione del Cadw (ente che ha in cura il patrimonio culturale/archeologico del Galles) che stanzia un notevole fondo per garantire la sicurezza e la conservazione del sito. Non si trattò quindi di un restauro bensì di interventi conservativi mirati che non alterarono in alcun modo la struttura originaria (come purtroppo invece successe a Caerphilly).
Tutto questo per dire cosa? Per sottolineare che Carew mantiene il suo aspetto più autenticamente romantico, fatto di torri crollate, stanze quasi inaccessibili e per ultimo, ma fattore assolutamente non trascurabile, di solitudine durante la visita.

Questo ci porta alla seconda considerazione che dobbiamo fare su Carew. L’isolamento del sito, il suo apparente stato di abbandono e la colonia di pipistrelli presente rendono l’atmosfera durante la visita (che dura un’oretta circa) veramente magica. Se poi il meteo gallese darà una mano alla già pesante aria spettrale, vi consiglio di non andare da soli.

Concludo parlando brevemente della storia del castello, visto e considerato che non esiste niente in italiano sul web che illustri le tappe fondamentali della sua costruzione. Ovviamente a breve la parte II sui fantasmi che abiterebbero a Carew.
Il castello sembra sorgere su un sito già ricco di frequentazioni nell’età del ferro (parliamo di 2000 anni di storia più o meno ininterrotta). La prima presenza fissa del castello risale all’epoca dei normanni (1100 circa) quando tal Gerald de Windsor fece costruire la sua dimora in pietra in prossimità del torrente Carew (ancora oggi in loco). In realtà Gerald sfruttò la posizione strategica già del forte quando ebbe il latifondo sottoforma di dote dalla moglie Nest (di cui parleremo nella seconda parte).
La cosìdetta ‘Old tower‘ sarebbe l’unico residuo architettonico dell’epoca normanna ancora visibile a Carew. Interessante, ma spesso trascurata dai visitatori, è la gigantesca croce celtica presente a pochi metri dell’entrata. La Carew Cross dovrebbe risalire all’XI secolo e sarebbe quindi precedente all’ampliamento di Gerald. Una bella iscrizione corre lungo la croce: MARGIT/EUT/RE/X. ETG(uin) FILUS.

Il basso medioevo portò al castello una serie di personaggi poco raccomandabili che trasformarono, tra le altre cose, il proprio nome da Windsor a Carew, esattamente per rinforzare il legame con il luogo. In questo periodo vengono aggiunte molte stanze, tra cui la great inner hall, e il complesso viene dotato di un notevole circuito murario in pietra.

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Sir John Perrot, proprietario del castello nel XVI secolo

L’epoca Tudor mise fine al tracollo finanziario e sociale degli abitatori del castello iniziato fin dall’epoca della Black Death, le epidemie di peste che colpirono durante l’area. Nel 1558 la corona inglese garantì a Sir John Perrot il possesso del castello per ringraziarlo dei suoi servigi a corte. Perrot aggiunse la vasta ala nord costruendo una serie infinita di stanze ed una lunga galleria che culminava in una stupenda facciata elisabettiana. Le finestre di questo periodo, ancora visibili, raccontano la ricchezza dei padroni ed il loro orgoglio di appartenenza politica.
Durante l’epoca Tudor nelle vicinanze del castello sorse un’affascinante mulino a marea di ben 9 ettari, ancora oggi visitabile ad un prezzo maggiorato sul biglietto.

Perrot non ebbe comunque un destino felice: nel 1591 venne imprigionato nella Torre di Londra per alto tradimento e non tornò più a Carew. Dopo la caduta del Perrot, il castello tornò a De Carew (ex De Windsor, ovvero i successori del fondatore Gerald) che però furono coinvolti nella guerra civile e nelle beghe politiche locali che ridussero infine il castello ad essere solo l’ombra del suo passato.

Nel 1686 si conclude infine il capitolo attivo della storia di Carew che venne abbandonato al suo destino.

Info utili:

Costo: £ 4, 00 circa 5 euro. Alta stagione 4,75£
Orari: generalmente dalle 10 alle 17Regione: Pembrokeshire
Distanza: 10 km da Tenby, 150 ca da Cardiff.

Per spulciare invece le recensioni di Carew Castle su tripadvisor clicca qui.

 

Geordie e le Child Ballads

Chi non conosce la celeberrima ballata di DeAndrè, Geordie? Un stupendo e mirabile (e ormai raro) mix tra musicalità e messaggio sociale. La storia credo che la sappiano anche i muri: una donna (la fidanzata?) piange il bambino che dovrà essere impiccato a breve per aver rubato per fame alcuni cervi del parco reale.  Un tema molto realistico e, se vogliamo ancora attuale. Il furto come ultima misura per salvare la propria famiglia da una lenta ed inesorabile inedia.
Non molti sanno, tuttavia, che Faber fu ispirato da una ballata inglese (o secondo altri scozzese) del 1500′. La trama. grossomodo è la stessa, e subisce diverse varianti a seconda del cantante e della versione adattata: la fidanzata cavalca inutilmente fino a Londra per implorare il perdono reale. In alcune versioni compare perfino il lieto fine, ma nella maggior parte delle volte Geordie finisce impiccato con una corda d’oro (dovuta, probabilmente, al suo essere giovane oppure ad una ipotetica discendenza aristocratica).
E’ stata addirittura avanzata una possibile identificazione per il giovane Geordie (il cui nome, spesso, è usato dai britannici per indicare gli abitanti di Newcastle): secondo alcuni sarebbe infatti lo scozzese George Gordon, IV conte di Huntly, morto nel 1562. Ovviamente resta difficile poter risalire ad una precisa figura storica per un personaggio di una così antica ballata.

Ecco qui il testo di una delle innumerevoli versioni di Geordie in inglese:

As I walked under london bridge
One misty morning early,
I overheard a fair, pretty maid,
Lamenting for her geordie.

’’my geordie will be hanged with a golden chain,
’tis not the chain of many.
He stole sixteen of the king’s royal deer
And he sold them in boeny.’’

’’go saddle me my milk white steed
Go saddle me my pony
That I may ride to london’s courts
To plead for the life of geordie.’’

’’my geordie never hurt a man nor calf
He never hurted any
He stole sixteen of the king’s royal deer
And he sold them in boeny.’’

’’two pretty babies have I borne,
The third lies in my body,
And I would part with them every one,
If you pardon my dear geordie.’’

But the judge looked over his left shoulder,
He said, ’’fair maid, I’m sorry,
I cannot pardon the one you love,
He has been hanged already.’’

Geordie è stata inserita, con il numero 209, nel grande corpus di Francis James Child che raccolse l’immenso panorama delle ballate scozzesi e inglesi.

Le English and Scottish Popular Ballads di Child sono considerate, ad oggi, il maggior sforzo antologico sulle ballate popolari anglosassoni. Le 305 ballate considerate dal Child sono corredate perfino da ogni variante cui l’autore ha riscontrato nel suo peregrinare. Non possiamo comunque considerare i cinque volumi delle Child Ballads come un mero risultato compilativo perchè lo studioso americano ha messo a punto una sorta di canone per comprendere il genere delle ballate e aver gli strumenti per classificarle.