Tre canzoni irlandesi per capire la storia d’Irlanda

Ecco testo e traduzione italiana di alcune famosissime canzoni irlandesi usate come spunto per raccontarvi alcuni tappe fondamentali della storia dell’Isola Verde.

Cominciamo dalla più famosa canzone irlandese “Fields of Athenry“. Scritta negli anni 70′, è diventata presto la canzone simbolo dell’Irlanda in lotta. E’ praticamente impossibile non ascoltarla in qualche pub o riconoscerla tra il fischiettio di qualche locale. Incisa da una grandissima schiera di cantanti più o meno famosi (tra cui se non sbaglio i Dropkick Murphys), è diventata simbolo dell’allegria di questa bellissima terra.

Se non fosse che Fields of Athenry non è assolutamente una canzone da cantare in allegria (qui il testo originale in inglese):

Lungo un solitario muro di una prigione, ho sentito una ragazza dire:
“Micheal, ti hanno portato via, per aver rubato il mais di Trevelyn,
cosicché i bambini potessero vedere un altro mattino.
Adesso una nave-prigione è ormeggiata nella baia ad aspettare.”

Là dove sono i campi di Athenry,
dove una volta guardavamo uccellini volare liberi
il nostro amore aveva le ali
avevamo sogni e canzoni da poter cantare
E così desolante ora attorno ai campi di Athenry.

Lungo un solitario muro di una prigione, ho sentito un uomo dire:
“Nulla importa, Mary, finchè sei libera tu.
Contro la carestia e la corona mi sono ribellato e loro mi hanno abbattuto.
Adesso devi tirar su nostro figlio con dignità.”

Lungo il muro solitario del porto, lei guardò l’ultima stella cadere
quando la nave prigione salpò verso l’orizzonte.
Continuò a vivere sperando e pregando, per il suo amore nella Botany Bay.
E’ così desolante attorno ai campi di Athenry.

Come avrete capito, la canzone gioca su un dialogo tra due amanti (Micheal e Mary) che si parlano divisi dal muro della prigione dove l’uomo è detenuto in attesa della deportazione in Australia (Botany Bay era una famosa destinazione penale per gli indesiderati della corona).

The Great Famine
The Great Famine

L’episodio è inserito nel più ampio contesto della Grande Carestia Irlandese (Great Famine) tra il 1845 e il 1852 ca.
Ovviamente questo non è il luogo adatto per spiegare le probabili cause della Grande Carestia: la politica economica britannica che considerava l’Irlanda come una colonia da sfruttare? Un fungo che avrebbe compromesso il raccolto della patata, alimento base della povera dieta irlandese? Il grande exploit demografico irlandese?
Oggi, soprattutto da parte irlandese, si spinge per definire la carestia ‘genocidio‘ perchè, apparentemente, la Corona non fece niente per alleviare la situazione tragica degli irlandesi; piuttosto sembra che aggravò di molto la crisi. Fatto sta che questo drammatico episodio della storia irlandese portò circa un milione di morti e spinse un numero imprecisato di irlandesi ad emigrare (dando vigore a quella che, ancora oggi, è chiamata The Irish Diaspora).

great famine La canzone fa proprio riferimento ai fatti della Carestia, raccontandoci di Micheal che venne imprigionato per aver rubato un poco di mais per sfamare il figlio. Antieroe per eccellenza, il ragazzo sfida le leggi della Corona e il destino per fare ciò che ritiene giusto: sfamare la famiglia. E la legge, inflessibile, lo condanna addirittura alla deportazione a vita in Australia (sull’argomento è altrettanto bella, seppure meno conosciuta, la canzone Back Home in Derry).

Come tutti gli antieroi, Micheal, non ha volto ne corpo; ma una bellissima canzone.

Murales a Belfast sulla grande carestia.
Murales a Belfast sulla grande carestia.

Facciamo ora un salto in avanti, portandoci alla grande guerra tra l’IRA, l’esercito irlandese repubblicano, e le truppe della Corona Britannica. Scritta durante la guerra da Dominic Behan sull’aria della settecentesca Rosc Catha na Mumhan, Come Out Ye Black and Tans (Venite fuori, Black & Tans)si destreggia tra l’ironico e il tragico, tratteggiando un ritratto onestamente impietoso dei Black & Tans:

Sono nato in una via di Dublino dove suonano tamburi reali
E dove gli amorevoli piedi inglesi ci calpestavano tutti.
Ogni singola notte quando mio padre rientrava ubriaco
Tirava fuori il vicinato dalle loro case cantando questo ritornello:

Oh, venite fuori, Black and Tans,
Venite fuori e battetevi con me come uomini
Fate vedere alle vostre mogliettine come vi siete guadagnati le medaglie nelle Fiandre,
Raccontate anche di come l’IRA
Vi ha fatti scappare come forsennati
Dai verdi e deliziosi vicoletti di Killeshandra.

Su, forza, raccontateci di come avete sgozzato
quei coraggiosi arabi, due a due,
o gli Zulù che avevano solo lance, archi e frecce.
Diteci con quale coraggio li avete trucidati tutti
Coi vostri cannoni da sedici libbre
Terrorizzando i poveri nativi fino al midollo.

Dai, voglio che raccontiate
Come avete pestato a sangue il grande Parnell,
quanto lo avete combattuto e perseguitato,
E dove sono tutte le smargiassate
Che ci avete fatto sentire senza sosta
mentre venivano fucilati i nostri eroi del ’16.

Arriverà presto il giorno,
Anzi è già arrivato,
in cui Nord e Sud apparterranno di nuovo all’Irlanda
e, una volta John Bull se ne sarà finalmente andato,
canteremo tutti assieme questa canzone.
E suoneranno le trombe della libertà.

Innanzittutto chi erano i Black and Tans (letteralmente neri e abbronzati)? Essenzialmente i Black & Tans formavano un corpo paramilitare ausiliario che andò ad affiancare la polizia regolare irlandese (o meglio la polizia britannica in Irlanda), la tanto odiata RIC, per reprimere la rivolta che sarebbe presto diventata la Guerra di Indipendenza Irlandese.
Questi Black & Tans si distinsero per crudeltà contro la popolazione civile irlandese e molti di loro si comportarono come assassini pagati dal governo inglese. La curiosa denominazione proviene dal loro modo di vestire ed è ancora oggi utilizzata con disprezzo verso la polizia (soprattutto nel Nord Irlanda dove il risentimento verso il dominio britannica è ancora fortissimo).

Black and Tans all'opera
Black and Tans all’opera

Questi soldatucoli improvvisati vennero reclutati a partire dal 1919 soprattutto tra le schiere di irlandesi che avevano prestato servizio nella Prima Guerra Mondiale (ecco spiegato il riferimento alle “medaglie guadagnate in Fiandre”), nella guerra contro gli Zulu (1879), nella repressione della rivolta irachena (1920) e in altri conflitti bellici in cui l’Impero Britannico era stato coinvolto.

Il ritornello sfotte letteralmente questi uomini che si presentavano come grandi guerrieri e valorosi soldati ma che, alla fine dei conti, scappano come bambini davanti agli attacchi dell’IRA (ovvero i ribelli irlandesi che combattevano contro i Tans e gli interessi britannici in genere).

Black & TansKilleshandra, la città citata nella canzone, è assurta come teatro di vittorie irlandesi contro i Black and Tans, ma non ha spessore storico. Non ci sono prove, in realtà, che la cittadina abbia assistito a scontri di questo tipo.

Per la cronaca, i B&T finirono uccisi durante la guerra di Indipendenza o si ritirarono dal servizio per evitare ritorsioni. Una buona parte del corpo ausiliario che pure era sopravvissuta alla vittoria delle truppe repubblicane verrà poi processata nella fase post-bellica per la brutalità gratuita di cui si era macchiata.

La terza canzone che riporto in traduzione è di gran lunga meno famosa delle due precedenti (sia Fields of Athenry, sia Come out Ye B&T vengono spesso cantate dai supporters del Celtic Football Club, fortemente radicati nella tradizione repubblicana irlandese).
E’ in effetti un racconto molto toccante di uno degli episodi più drammatici e sconvolgenti nella storia anglo-britannica.
Da una parte c’è la clandestina IRA che continua a combattere per la liberazione delle Sei Contee rimaste in mano britannica (l’odierna Irlanda del Nord), dall’altra c’è l’inflessible governo di Margaret Thatcher.

Nel 1981, alcuni detenuti dell’IRA cominciano quello che sarà poi lo sciopero della fame più famoso del Novecento. Uno dopo l’altro si lasciano morire di inedia per protestare contro le condizioni carcerarie britanniche, ma soprattutto per vedersi riconosciuto lo status di prigioniero politico anzichè di criminali comuni.

Bobby Sands

Bobby Sands, volontario dell’IRA e poeta, è il primissimo prigioniero a morire dentro le celle di Long Kesh (un carcere vicino Belfast). Non morirà come semplice prigioniero ma, candidato mentre moriva di fame, verrà eletto parlamentare alla Camera dei Comuni in una delle elezioni più storicamente pesanti della storia europea:

Quanti dovranno morire adesso, quanti dobbiamo perderne
prima che la gente dell’isola possa scegliere il proprio destino
Dall’immortale Robert Emmett a Bobby Sands MP (membro del parlamento)
A cui furono dati 30 mil voti mentre era in prigioniero

Non ascolterà più le dolci note dell’allodola nell’aria dell’Ulster,
ne potrà più guardare i fiocchi di neve per placare la sua profonda disperazione.
Prima di iniziare lo sciopero della fame, il giovane Bobby compose The Rhythm of Time, The Weeping Wind and The Sleeping Rose.

Era un poeta e un soldato e morì coraggiosamente
E noi gli abbiamo dato trentamila voti facendolo diventare il deputato del popolo.

Thomas Ashe dette tutto se sesso nel 1917
Il sindaco di Cork McSwiney morì per ottenere la libertà
Ma uno, su tutti i nostri morti, morì ancora più coraggiosamente:
Bobby Sands da Twinbrook, il deputato del popolo.

Per sempre lo ricorderemo come un uomo che morì tra il dolore,
affinchè il suo paese potesse essere unito da Nord a Sud.
Piangiamolo organizzando e costruendo un forte movimento
attraverso l’urna elettorale e l’armalite
la musica e le canzoni.

Bruce per Christy Moore scrive questa canzone sull’onda delle emozioni che suscitò l’elezione di Bobby Sands a Westminster nel 1981. Si tratta di un episodio molto controverso della storia politica irlandese: Sands vinse con uno scarto di meno di 1000 voti contro lo sfidante unionista Harry West.

I dieci prigionieri che morirono nello sciopero
I dieci prigionieri che morirono nello sciopero

Come potete immaginare, l’elezione di un detenuto (per giunta dell’IRA) alla Camera dei Comuni fu considerata una vittoria strategica per il repubblicanesimo irlandese e una cocente sconfitta per la Thatcher e il suo governo.
Quello che si sperò non successe: la Thatcher non salvò un suo parlamentare dalla morte per fame, neppure creo terreno fertile per un compromesso. Nessuna concessione. E Sands morì 26 giorni dopo la sua elezione.
Altri 9 detenuti dovettero morire per dichiarare lo sciopero della fame sospeso.

Libri e film sulla storia d’Irlanda:

Partendo dalla Grande Carestia vi consiglio il libro di Riccardo Michelucci “Storia del conflitto Anglo-Irlandese” sui fatti storici trattati anche dalla canzone Fields of Athenry. Grandi film sulla questione non ce ne sono. Consiglio perciò “Le Ceneri di Angela” per addentrarsi nella drammaticità della povertà irlandese.

Sulla Guerra di Indipendenza Irlandese esistono molti film, alcuni anche davvero belli. Sicuramente il mio preferito è “Il vento che accarezza l’erba” di Ken Loach: avvincente, benfatto e storicamente ineccepibile. Anche Micheal Collins, seppur più biografico, rappresenta un buon esempio di film sulla questione della guerra di indipendenza/guerra civile irlandese. In entrambi emerge abbastanza chiaramente il ruolo avuto dai Black and Tans nella guerra.
Il libro non può che essere “Micheal Collins” di Tim Pat Coogan.

Potremmo infine discutere all’infinito su bellissimi libri e film sulla questione irlandese e sull’IRA. Nello specifico vi consiglio di leggere direttamente il libro autografo di Bobby Sands, scritto mentre era in carcere, tradotto in italiano: “Un giorno della mia vita“. Uno di quei libri che direi mi abbiano cambiato la vita.
Dei tanti film, direi Hunger di McQueen e Una scelta d’amore rimangono i più belli e storicamente fedeli.

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Il Titanic è tornato a Belfast

Sono da poco tornato dall’ultima (ennesima) vacanza a Belfast. Vacanza si fa per dire, s’intende. Non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di visitare la nuova, chiacchierata mostra sul transatlantico più famoso della storia.
Premetto che non sono un grande fan del lato ‘romantico’ del Titanic. Voglio dire: chi non ha visto il famoso film o fantasticato sulla storia della nave. Certamente però non mi definirei un ‘fissato’ come ce ne sono molti a piede libero. Ero e resto potentemente affascinato dal lato ‘storico-sociale’ del Titanic: le divisioni classiste, lo stile di vita a bordo della traversata, i motivi dell’emigrazione etc.
Mi sono quindi preso 3-4 ore libere da proteste, murales e dibattiti sulla guerra civile irlandese e mi sono diretto verso il nuovissimo Titanic Quartier di Belfast.

Il quartiere, che in realtà è l’area occupata dai vecchi cantieri della Harland & Wolff, si estende notevolmente lungo il famoso fiume Lagan. Pavimentazioni luccicanti, nuovi ponti e passaggi, note storiche e riferimenti al transatlantico fanno del ‘Titanic Trail’ (letteralmente ‘Sentiero del Titanic’) un interessante percorso per arrivare al famoso e pionieristico edificio che ospita l’esibizione.
Non fidatevi troppo dei segnali turistici e/o stradali che vi indirizzano al main building perchè, probabilmente, chi li ha ideati doveva avere come antenato Dedalo di Atene. Ovviamente, i pianificatori hanno voluto sfruttare al massimo l’area, ma davvero non c’è necessità di farsi km di lungofiume se non si è mossi da interesse ornitologico. Consiglio, vivamente, a chi non ha tempo da perdere di prendere la linea 26 del Translink.

L'edificio principale
L’edificio principale

La costruzione dell’imponente Titanic Belfast (si è il suo nome ufficiale: gli irlandesi non brillano certo di creatività) è costato qualcosa come 78 milioni di sterline (circa 96 milioni di euro) e si è prolungato per soli 3 anni (altro che la Salerno-Reggio).
La mia personalissima impressione è che sia un gioiello modernistico dal gusto un po’ di kitsch che con il Titanic ha poco a che fare. Ma le mie nozioni architettoniche sono più legate alle capanne protostoriche che non al XXI secolo.

L’atrio dell’edificio è di sicuro effetto scenico e l’esibizione può iniziare al I° piano, ovviamente dopo aver pagato un costosissimo biglietto di 13 sterline (quasi 21 euro). Per la gioia di giapponesi (e non solo), rilasciano anche un ‘biglietto ricordo’, la cui utilità mi sfugge tutt’ora.Le gallerie sono nove in tutto e si snodano su diversi livelli: si inizia con un interessante finestra sulla Belfast agli albori del XX secolo, ovvero quando la nave è stata costruita. Si citano nomi, cifre e personaggi della White Star Line resa universalmente nota dal film. L’impatto iniziale è sicuramente ‘diverso’ dalle mostre nostrane: ologrammi, filmati e giochi di luce vorrebbero far calare il visitatore nell’atmosfera dei tempi.

Le due gru gemelle della H&W
Le due gru gemelle della H&W

La Harland & Wolff (le cui gru gemelle Sansone e Golia svettano ancora a Belfast come testimoni di una storia lontana) e la storia dei suoi cantieri è ricostruita grazie a dettagliati pannelli esplicativi. Tutte le creazioni navali della H&W sono citate dai pannelli interattivi e le foto d’epoca lasciano solo intuire la grandezza del bacino di carenaggio più grande al mondo.
La galleria ricorda solo alcuni dei 35 mila volti che lavoravano al cantiere per pochi soldi. Nessun accenno nell’esposizione alle condizioni sociali dei lavoratori, alla mancanza di garanzie, di sicurezza e soprattutto nessun riferimento alle discriminazioni religiose che subivano i cattolici sul lavoro (le percentuali di lavoratori cattolici alla Harland & Wolff erano bassissime).

Cabina di I° classe con ologramma sullo sfondo
Cabina di I° classe con ologramma sullo sfondo

Il percorso ci porta poi a conoscere i locali della nave: dalle gigantesche caldaie ai  lussuosissimi alloggi di prima classe. Molto interessanti sono le ricostruzioni delle cabine di I, II e III° classe (vedi foto) che avvicinano il visitatore a quello che era davvero l’uso dello spazio all’interno del translatlantico più grande dell’epoca. Un po’ amareggiato dai silenzi della prima parte della galleria, mi aspettavo almeno qua qualche riferimento sulla tragedia degli emigranti (irlandesi e non) verso l’America. Niente di tutto questo per Titanic Belfast.

La sezione dedicata all’affondamento è ricca e dettagliata, anche se la fama della nave ridimensiona il divertimento della scoperta. Nulla di nuovo aggiunge a quanto detto finora da libri, film e documentari.
Lasciata la parte ‘storica’ dell’esposizione si entra infine in quella ‘moderna’: il ritrovamento del relitto e la costruzione del mito del Titanic. Mentre sulla prima parte vale decisamente la pena investire del tempo, la sala con poster, foto e locandine di film sul Titanic può essere saltata dal visitatore senza particolari rimorsi. In definitiva, essa non offre niente di più di Google Immagini o di un buon libro illustrato sull’argomento.

I vestiti originali dal film
I vestiti originali dal film

I vestiti originali e le riproduzioni delle apparecchiature di bordo usate da James Cameron per il suo kolossal hanno sicuramente impressionato molti (a giudicare dalle foto scattate in quei 2 metri quadrati dai turisti), ma hanno lasciato indifferente il sottoscritto.

Il piccolo e ipertecnologico ROV usato per la riscoperta del Titanic da Robert Ballard è sicuramente il pezzo forte dell’ultima sezione, così come la (ennesima) possibilità di interagire con i fondali su cui giace il Titanic. Il visitatore, con le sue manine, può decidere di spostarsi sul fondale interattivo di un fittizio Atlantico ed esplorare gli oggetti dal Titanic, ripresi dalle diverse escursioni in sito.
Proprio relativamente ai reperti dal relitto si muove la mia seconda critica. Ho letto in diversi articoli di aste dedicate agli oggetti (più o meno ricchi) recuperati dal Titanic. La scena iniziale del film di Cameron mostrava occhiali, bambole, scarpe. Ed era quello per cui ho speso ben 13 sterline. Volevo capire come vestissero i nostri antenati, come passassero il tempo durante il viaggio, la loro mentalità. Insomma incontrarmi e scontrarmi con la storia degli uomini e delle donne protagonisti del disastro più che con la storia della nave in se stessa. E sono rimasto irremediabilmente deluso.
Si abbandona la mostra con la sensazione di aver letto metà delle informazioni offerte dalle installazioni interattive, pur avendoci passato in compagnia alcune ore.  Non c’è alcun oggetto ‘protagonista’ della storia. Solo foto, ricostruzioni e quelle maledette diavolerie tecnologiche che mi hanno lasciato l’amarezza di essere stato sapientemente ingannato.

A giudicare dalle recensioni d’oltremanica, il Titanic Belfast sembra un’esperienza da non perdere assolutamente. Forse le mie aspettative erano troppo alte o forse non sono al passo con i tempi (e soprattutto con la pionieristica maniera anglosassone di ‘fare cultura), o più semplicemente avrei dovuto visitare il tutto con uno spirito diverso, meno umanitario e più distaccato. Mea culpa.

Per non farmi la reputazione da inflessibile castigatore, voglio citare un sito che ho conosciuto diversi anni fa, gestito da Claudio Bossi (che, se non erro, ha scritto recentemente anche un libro sul Titanic). Ecco, laggiù, in quel sito, ho trovato la Storia che cercavo del Titanic. Più che a Belfast. Manco a dirlo, vi invito a visitarlo (cliccando qui).
Sono davvero curioso di sapere se Bossi abbia visitato o meno il Titanic Belfast che, rimane, una tappa obbligata per gli appassionati.

Qua il sito ufficiale dell’esposizione. E, qua, una recensione (in inglese) più entusiasta della mia.

Recensione del film ‘The Iron Lady’

Nessun compromesso

Questo blog ha seguito per un lungo periodo i miei interessi nei confronti della politica anglosassone ed in particolare della figura della Lady di Ferro, Maggie Thatcher. Così il film di Phylidda Lloyd aveva creato in me aspettative davvero notevoli.

Già dal trailer (come avevo anticipato qua) spiccava la bravura di Meryl Streep nel ruolo della baronessa, ma soprattutto la sua straordinaria somiglianza. E la prima emozione che ho provato è stata proprio una profonda ammirazione per la truccatrice del film che è riuscita a ricreare gli anni mitici della Thatcher tramite un eccezionale make-up. Non per niente Marese Langan ha ricevuto una meritatissima candidatura agli Oscar.
D’altronde la bravura dei truccatori cinematografici era già emersa per la suggestione creata con altri personaggi storici (su tutti ricordo Bruno Ganz che impersonava Hitler nel magnifico film del 2004).
La stessa Meryl Streep è in attesa degli Oscar 2012 per questa interpretazione. Mi auguro, dunque, che entrambe ricevano l’ambito premio; nonostante le mie conoscenze in campo cinematografico rasentino il ridicolo. Le stesse Langan e Streep hanno ricevuto la candidatura alla British Academy. E’ probabile che la coppia farà incetta di premi nei prossimi mesi.

Molte sono state le recensioni notevoli su ‘The Iron Lady’, spicca su tutte quelle fortemente negative espresse dai figli della Baronessa Thatcher, i gemelli Mark e Carol. In particolare, quest’ultima, che nel film occupa un ruolo di primo piano nel supporto emotivo alla vecchia Thatcher, si è espressa duramente secondo quanto riportato dal Daily Telegraph: ‘Sembra una fantasia di sinistra’.
Insomma la famiglia Thatcher non sembra aver gradito molto la trasposizione cinematografica della sua più importante figura.

Ma che profilo esce dal film?

Innanzitutto dobbiamo riconoscere, oltre alla già citata bravura della Streep, il coraggio dimostrato dalla compagine della regia/produzione di aver portato sul grande schermo un tema ancora così dibattuto. Tra rischi di boicottaggio, di revisionismo e di ridimensionamento del valore di Maggie Thatcher, non deve essere stato affatto facile prendere una decisione simile.
Quello che è il risultato finale deve essere stato influenzato pesantamente dalle pressioni della società inglese, ancora divisa sul giudizio di una donna che li governò per undici lunghi anni. Tra i giovani britannici mi è capitato, pochi mesi fa, di sentire ancora discutere dell’operato della Lady di Ferro con schieramenti a favore di chi la definiva la più grande prime minister della storia del Regno Unito (e che probabilmente è rimasto deluso da questo film per l’assenza di grandeur) e chi la giudicava ‘a heartless bastard’ (deluso comunque per il dipinto a tinte dolci).
‘The Iron Lady’ potrebbe essere dunque definito un film che scontenta tutta la società civile britannica e non solo.

Non nascondo di appartenere al II° gruppo. Ad ogni modo sono entrato in sala, convinto e quasi spaventato che questo film avrebbe potuto farmi rivalutare alcuni aspetti storici della premiership della Thatcher (ad esempio lo sciopero dei minatori).

In effetti, tuttavia, nulla di tutto ciò è successo. Il mio sentimento e il mio giudizio critico verso la Thatcher è rimasto sostanzialmente inalterato. In bocca dopo 1.40 minuti di film, solo indifferenza storica-politica e una leggera malinconia per i destini di una donna che influenzò per undici anni le vita di 60 e oltre milioni di persone.

Il film si è rivelato un interessante spaccato sulla solitudine delle persone affette da demenza senile, soprattutto quelle che non si rassegnano alla perdita delle facoltà celebrali che le avevano aiutate a diventare ‘grandi’.
Ha anche il merito di scarnificare la forte componente sessista all’interno della House of Commons, come paradigma di una società (non solo quella anglosassone) ancora ancorata alla supremazia lavorativa e sociale degli uomini sulle donne.
La determinazione di Margaret/Meryl è illuminante sulla grigezza dei suoi colleghi maschili. La regista disegna una donna forte e intraprendente che è decisa a fare quello che lei crede ‘il bene’ per il suo paese. Nessun compromesso, nessuna morbidezza nei confronti di sindacati ed elettorato che chiedevano comprensione ed ascolto.
E da questo punto di vista, il film è riuscito a dipingere una Thatcher solerte e politicamente ineccepibile.
Ma le lacune storiche e sociali della pellicola non possono essere perdonate. Solo brevi accenni a famiglie intere ridotte sul lastrico per la cosiddetta ‘intransigenza’ dei governi Thatcher.
Morti e feriti per la mancanza di dialogo tra la baronessa e il suo popolo.
Dieci prigionieri irlandesi morti uno dopo l’altro per i secchi e ripetuti ‘NO’ della Thatcher.
Tutto questo il film appena lo cita. Così l’odio ed il risentimento di milioni di persone verso questa donna cessa di essere ragionevole.
La bomba dell’hotel di Brighton diventa un inutile spargimento di sangue di ignobili terroristi a cui non piegarsi.
I colleghi di partito che chiedono valutazioni più profonde diventano ‘traditori’.

Insomma il profilo è incompleto. Il rischio di umanizzare la Thatcher da un lato e di renderla troppo odiosa dall’altro ha fatto si che emergesse una Lady politicamente e storicamente trascurabile. Con il risultato di far discutere ancora di più i cittadini britannici su questa figura, adesso al termine della sua vita.

La Baronessa, la donna più odiata ammirata e amata al mondo, non è più viva e non è ancora morta. Eppure questo film, come la sua protagonista, ha il potere di dividere lo spettatore/elettore sul giudizio della donna più discussa degli ultimi 50 anni.

 

Juno ovvero la strana storia della normalità

Ieri sera mi sono dedicato alla visione di alcuni film in lingua originale, per tentare di capire qualcosa. Ebbene si, l’inglese si impara anche così.

In una di queste peregrinazione mi sono incontrato/scontrato con un film che, in circostanze normali, avrei oculatamente evitato, ovvero Juno. La storia, semplice quanto efficace, faceva perno sull’  “errore” di una sedicenne che, alla sua prima esperienza sessuale con un coetaneo, rimane incinta.
Un film a metà tra la commedia in agrodolce e il dramma adolescenziale, un mix-secondo il mio modesto parere- ancora una volta vincente.
Non si può, infatti, non amare la protagonista: sagace e talvolta sfacciata ragazzina convinta di sapere tutto della vita.
Ma dove il mio cuore ha davvero palpitato è stato nelle tematiche sociali. Effettivamente, per essere onesti, ancora non ho capito se tali problematiche le ho volute scorgere io nel film o se davvero erano presenti. Magari più tardi mando una mail ad Aldo Grasso.
Ad ogni modo, Juno mi ha insegnato che ogni ostacolo può essere semplicemente affrontato senza pregiudizi o facili pessimismi. La società impone dei vincoli e dei moralismi che complicano il concetto stesso di vivere serenamente; come per dire che spesso molti problemi ce li creiamo da soli o li imponiamo agli altri.
Ripensandoci, forse, nel caso della gravidanza di Juno si tratta di un’estrema semplificazione, ma l’assunto è iperbolicamente valido per la questione dell’aborto, delle adozioni e delle mamme single. Queste le tematiche più palesi, altre, non meno importanti, sono più recondite (come il ruolo della matrigna di Juno che la ama più della madre biologica che invia cactus a natale).
Insomma, per farla breve, un imprevisto ottimo spunto di riflessione, che oggi certamente non guasta.
Mi ha colpito perfino l’ottima recitazione (per quel che me ne capisca) del giovane cast: Ellen Page nel ruolo della protagonista (candida, ma perfetta per il ruolo della stragavante Juno) e soprattutto Micheal Cera, o meglio il suo faccione assopito da sfigato (ma neanche troppo) della classe.
Beh se il film ha vinto al Festival del Cinema di Roma, le carte in regola le dovrà sicuramente avere.

Tra le altre cose è consigliato a chi volesse inebriarsi di una stupenda colonna sonora o imparare alcune frasi di slang americano.

Nel nome del padre

Vediamo se riesco a diffondere il verbo sui miei film preferiti. Come non cominciare dal magnifico “Nel nome del padre” di Sheridan. Ok lo ammetto, sono un appassionato della questione irlandese, ma questo film lo definirei straripante a prescindere. Senza svelare troppo la trama, ci tengo a precisare che le storie vere mi hanno sempre coinvolto in misura maggiore. E l’attentato al pub di Guilford caspita se era una storia vera. Prove inesistenti, versioni fallaci, faziosità della corte condannano al carcere i famosi Guilford Four. Trascoreranno 15 anni di duro carcere britannico per un crimine che non avevano commesso. Tutto questo in nome di leggi speciali “antiterrorismo” che davano illimitati poteri alle forze di polizia(come quella di fermare per 72 ore un”sospetto” senza motivo). Un po’ come succede ancora oggi, sotto il silenzio dei più. Anche all’epoca dei Guilford Four, l’Europa fingeva di considerare il diritto britannico un diritto a stampo democratico. Ci sono voluti decenni, per far sapere quel che succede adesso siamo in attesa per il 2020. Non c’è fretta per Londra. Nel frattempo consiglio la visione del film.

nel nome del padre

ps:altro che finale di Braveheart, questo lo batte in quanto a pelle d’oca.