Chi è San Patrizio? I simboli di un santo

Al secolo Maewyin Succat, San Patrizio può vantare un numero illimitato di epiteti. Da ‘Apostolo d’Irlanda’ a ‘Primo Arcivescovo di Armagh’, il santo è forse uno dei simboli più interessanti e complessi della simbologia cristiana. Ma chi era davvero San Patrizio? Quali sono i simboli che rappresentano il personaggio festeggiato il 17 marzo a suon di boccali di birra e tinte verdi?

san patrizio

San Patrizio Irlandese? Un mito da sfatare

Tutti sappiamo che San Patrizio è il patrono dell’Isola di Irlanda, assieme a Santa Brigida. Ovunque, sull’isola verde, sono disseminate chiese e oratori dedicati a St Patrick. In realtà, la verità storica è completamente diversa. San Patrizio non era irlandese, ma britannico. O meglio, dovremmo dire romano-britannico.
Nato intorno al 390 d.C. in terra britannica, fu allevato in una ricca famiglia cristiana possidente. Villa, agii e perfino schiavi da gestire.
A 16 anni, la vita di Maewyin (futuro San Patrizio) cambierà completamente. Alcuni pirati irlandesi lo rapirono e lo costrinserò in cattività per 6 anni, un lunghissimo periodo che viene descritto dal Santo come cruciale per la sua formazione spirituale.
Riuscito finalmente a fuggire, si riunisce alla famiglia in Britannia.Tuttavia, l’idillio familiare non durerà molto perché ben presto Patrizio sarà ordinato ecclesiastico e riceverà il difficile incarico di cristianizzare l’isola pagana di Irlanda dove aveva già trascorso gli anni della sua prigionia.

Il giorno di San Patrizio, il 17 marzo, è in realtà la data presunta di morte del Santo che non venne da subito identificato come santo protettore dell’isola. Riceverà gli onori che conosciamo solo qualche secolo dopo.

San Patrizio e il trifoglio

Il trifoglio (Shamrock) è in genere assimilato al culto di San Patrizio e, per estensione, all’Irlanda. Da cosa nasce questa simbiosi? Leggende raccontano che il Santo avrebbe utilizzato il trifoglio (con tre foglie, appunto) per spiegare ai suoi discepoli la parabola della Trinità. Con un parallelo molto semplice, dunque, egli avrebbe fatto capire come sia possibile che Padre, Figlio e Spirito Santo possano convivere nella stessa essenza.

San Patrizio e il trifoglio
San Patrizio e il trifoglio

Ancora una volta, la verità storica sembra lontana dal mito: il trifoglio non solo era già un simbolo sacro ben prima dell’arrivo del Cristianesimo in Irlanda ma non ci sono attestazioni documentarie dell’utilizzo della pianta da parte di Patrizio. E’ probabile che il paragone nasca solo più tardi, magari da alcuni monaci irlandesi.

Come mai i serpenti non ci sono in Irlanda?

Effettivamente l’assenza di serpenti in Irlanda ha dato adito alla leggenda che sia stato San Patrizio a scacciarli. Scienziati e paleozoologi hanno dimostrato, tuttavia, che serpenti sull’isola non ci sono mai stati. Neppure prima della venuta di Patrizio che quindi non avrebbe potuto scacciare ciò che non esisteva.

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Una simpatica vignetta: St Patrizio ‘guida’ i serpenti fuori dall’Irlanda

Molti archeologi hanno giustamente notato che, molto probabilmente, il serpente cacciato via da Patrizio fosse in realtà il simbolo del Paganesimo eradicato dall’Isola per sempre.

La croce di San Patrizio o croce celtica

Molti pensano che sia stato San Patrizio a introdurre la croce celtica in Irlanda come simbolo perfetto della vittoria della croce sul sole, simbolo pagano per eccellenza. Sopravvive anche l’interpretazione che la croce sia un tentativo di San Patrizio di assimilare la croce alle virtù benefiche e salvifiche dei raggi del sole.

Croce Celtica-Aran Islands
Croce Celtica-Aran Islands

Dal punto di vista archeologico, però, non esistono prove di croci celtiche monumentali così precoci. Molto probabilmente un cristiano dell’epoca di Patrizio si sarebbe chiesto cosa potesse essere una croce celtica.
Le croci cominceranno a diffondersi solo dalla fine del VII secolo – inizi VIII, è impossibile quindi che sia stato il Santo a introdurle in Irlanda.

Ovviamente la croce celtica come simbolo nazionalista / post fascista non ha motivo di essere (c’era bisogno di dirlo?).

Clicca qui per la confessione di San Patrizio.

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Castelli infestati: Carew Castle (Galles)

Lovely the woods, waters, meadows, combes, vales,
All the air things wear that build this world of Wales

Read more at http://quotes.dictionary.com/subject/wales+and+the+welsh?page=1#JodADug2gYDROzvH.99
Lovely the woods, waters, meadows, combes, vales,
All the air things wear that build this world of Wales

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Lovely the woods, waters, meadows, combes, vales.
All the air things wear that build this world of Wales

Castello di Carew
Il Castello di Carew dall’alto

Ho già parlato di alcune delle meraviglie del Galles (vedi qui); una terra ricca di romanticismo e misticismo. Castelli diroccati si alternano a villaggi sparsi su torrenti o su spiagge sabbiose. Questo di per se sarebbe già un motivo sufficiente per visitare il Galles, ma se state organizzando il vostro viaggio vi consiglio vivamente di inserire tra le mete prescelte il castello di Carew.

C’è da dire che tutti i numerosi castelli del Galles sono affascinanti: vuoi per l’imponente architettura (il castello di Caerphilly), vuoi per la curiosa storia legata alla costruzione (castello di Caernarfon). Carew è sicuramente considerato dalle maggiori guide (tra cui la mia amata lonely planet del Galles) una meta da eliminare dal classico giro turistico del paese, visto che si trova fuori da tutte le principali vie di comunicazioni. Effettivamente se non si vuole includere una tappa a Tenby, direi che il castello di Carew rimane troppo fuori mano, soprattutto per chi non è riuscito/non ha voluto noleggiare una macchina.

Così anche l’architettura del castello che rischia di scomparire se paragonata a quella del più famoso Caerphilly o al Conwy Castle i cui torrioni si vedono a distanza di chilometri. Carew si presenta più come una antica fortezza di calcare carbonifero raccolta intorno all’ampia corte centrale. Nulla di eccezionale insomma.

Consideriamo però due fattori che, secondo me, rendono Carew ancora più appetibile rispetto agli altri numerosi castelli del Galles. Innanzitutto la planimetria e l’architettura originaria, seppur fortemente stratificata da secoli di ampliamenti e guerre, rimane assolutamente invariata fino ai giorni nostri. Mi spiego. La maggior parte dei castelli lungo tutto il paese sono stati restaurati e rimaneggiati per renderli più ‘commercialmente spendibili’ al grande pubblico. Così la grande entrata monumentale a Caerphilly strappa sicuramente un commento di meraviglia al visitatore, ma la delusione rimane grande se si considera che tutto ciò è solo il frutto di un pesante restauro.

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Il Castello dall’ala nord

Carew conosce invece tre distinte fasi (deformazione professionale a distinguere tutto in fasi cronologiche): la sua fondazione, l’attraversamento medievale e l’epoca tudor. A differenza però di molte altre antiche fortezze, non ha conosciuto i famosi restauri invasivi tipici del primo novecento. Solo dal 1984 Carew attira l’attenzione del Cadw (ente che ha in cura il patrimonio culturale/archeologico del Galles) che stanzia un notevole fondo per garantire la sicurezza e la conservazione del sito. Non si trattò quindi di un restauro bensì di interventi conservativi mirati che non alterarono in alcun modo la struttura originaria (come purtroppo invece successe a Caerphilly).
Tutto questo per dire cosa? Per sottolineare che Carew mantiene il suo aspetto più autenticamente romantico, fatto di torri crollate, stanze quasi inaccessibili e per ultimo, ma fattore assolutamente non trascurabile, di solitudine durante la visita.

Questo ci porta alla seconda considerazione che dobbiamo fare su Carew. L’isolamento del sito, il suo apparente stato di abbandono e la colonia di pipistrelli presente rendono l’atmosfera durante la visita (che dura un’oretta circa) veramente magica. Se poi il meteo gallese darà una mano alla già pesante aria spettrale, vi consiglio di non andare da soli.

Concludo parlando brevemente della storia del castello, visto e considerato che non esiste niente in italiano sul web che illustri le tappe fondamentali della sua costruzione. Ovviamente a breve la parte II sui fantasmi che abiterebbero a Carew.
Il castello sembra sorgere su un sito già ricco di frequentazioni nell’età del ferro (parliamo di 2000 anni di storia più o meno ininterrotta). La prima presenza fissa del castello risale all’epoca dei normanni (1100 circa) quando tal Gerald de Windsor fece costruire la sua dimora in pietra in prossimità del torrente Carew (ancora oggi in loco). In realtà Gerald sfruttò la posizione strategica già del forte quando ebbe il latifondo sottoforma di dote dalla moglie Nest (di cui parleremo nella seconda parte).
La cosìdetta ‘Old tower‘ sarebbe l’unico residuo architettonico dell’epoca normanna ancora visibile a Carew. Interessante, ma spesso trascurata dai visitatori, è la gigantesca croce celtica presente a pochi metri dell’entrata. La Carew Cross dovrebbe risalire all’XI secolo e sarebbe quindi precedente all’ampliamento di Gerald. Una bella iscrizione corre lungo la croce: MARGIT/EUT/RE/X. ETG(uin) FILUS.

Il basso medioevo portò al castello una serie di personaggi poco raccomandabili che trasformarono, tra le altre cose, il proprio nome da Windsor a Carew, esattamente per rinforzare il legame con il luogo. In questo periodo vengono aggiunte molte stanze, tra cui la great inner hall, e il complesso viene dotato di un notevole circuito murario in pietra.

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Sir John Perrot, proprietario del castello nel XVI secolo

L’epoca Tudor mise fine al tracollo finanziario e sociale degli abitatori del castello iniziato fin dall’epoca della Black Death, le epidemie di peste che colpirono durante l’area. Nel 1558 la corona inglese garantì a Sir John Perrot il possesso del castello per ringraziarlo dei suoi servigi a corte. Perrot aggiunse la vasta ala nord costruendo una serie infinita di stanze ed una lunga galleria che culminava in una stupenda facciata elisabettiana. Le finestre di questo periodo, ancora visibili, raccontano la ricchezza dei padroni ed il loro orgoglio di appartenenza politica.
Durante l’epoca Tudor nelle vicinanze del castello sorse un’affascinante mulino a marea di ben 9 ettari, ancora oggi visitabile ad un prezzo maggiorato sul biglietto.

Perrot non ebbe comunque un destino felice: nel 1591 venne imprigionato nella Torre di Londra per alto tradimento e non tornò più a Carew. Dopo la caduta del Perrot, il castello tornò a De Carew (ex De Windsor, ovvero i successori del fondatore Gerald) che però furono coinvolti nella guerra civile e nelle beghe politiche locali che ridussero infine il castello ad essere solo l’ombra del suo passato.

Nel 1686 si conclude infine il capitolo attivo della storia di Carew che venne abbandonato al suo destino.

Info utili:

Costo: £ 4, 00 circa 5 euro. Alta stagione 4,75£
Orari: generalmente dalle 10 alle 17Regione: Pembrokeshire
Distanza: 10 km da Tenby, 150 ca da Cardiff.

Per spulciare invece le recensioni di Carew Castle su tripadvisor clicca qui.

 

3 cose assolutamente da visitare in Galles

Bandiera del Galles

Il Galles è una meta assolutamente da provare. Poco costoso (soprattutto in bassa stagione), rilassante, denso di storia e identità ma soprattutto ancora poco visitato.

A differenza della vicina Inghilterra, il paese di San Davide è poco gettonato tra i turisti europei ed è davvero difficile (se non eccezionale) captare conversazioni in una lingua che non sia l’inglese lungo le vie del paese.
Il Galles ha molte delle caratteristiche che rendono affascinante l’Irlanda come la Scozia: locali ospitali e davvero affabili, grandissimi spazi verdi, romantici castelli diroccati. Purtroppo, però, i paesi che formano le isole britanniche hanno in comune anche il cattivo tempo, che, in taluni sfortunati casi, può imperversare perfino per tutta la durata della vacanza. Nella maggior parte delle occasioni, tuttavia, la piovosità britannica è limitata solo a quella che viene chiamata ‘drizzle’ , ovvero la pioviggine.

Essere una meta poco inflazionata ha anche il suo risvolto negativo perché organizzare un soggiorno/vacanza in Galles può essere davvero difficile e dispersivo. Ritengo il noleggio di una macchina assolutamente essenziale (e leggeramente da incoscienti considerando la guida a sinistra e le tipiche strette strade del Galles occidentale).
Per aiutarvi ecco tre mete da non perdere in Galles con una breve descrizione per aiutarvi a decidere:

TINTERN ABBEY – ABBAZIA DI TINTERN

L’abbazia di Tintern è probabilmente la migliore occasione per entrare nell’atmosfera gallese, data la sua felice posizione logistica. E’ effettivamente la prima meta ‘degna di visita’ arrivando nel paese dall’Inghilterra. Uscendo dall’autostrada M4, il piccolissimo villaggio di Tintern si trova appena superato lo spettacolare ponte bianco sul Severn.
Fondata nel XII secolo, l’abbazia cirstercense è stata usata come set per molteplici film e serie televisive, soprattutto sfondi del ciclo arturiano.

Abbazia di Tintern - Panoramica esterna
Abbazia di Tintern – Panoramica esterna

Il prezzo del biglietto non è proprio economico, ma neanche troppo probitivo se comparato a molti altri siti storico – archeologici del Galles (4,50 sterline a capa). La visita è mozzafiato: archi, colonne e finestre gotiche aprono immense navate che lasciano intuire la grandezza di un tempo. I raggi di sole che fanno capolino dai rosoni e dalle crepe dei muri portanti rendono Tintern uno scenario davvero molto romantico.

Interno dell'abbazia di Tintern
Interno dell’abbazia di Tintern

Ispirati dalle rovine di Tintern, molti poeti (tra cui il famoso Wordsworth) hanno decantato rime all’abbazia rendendola così famosa in Galles e all’estero. Ironicamente dal punto di vista storico-economico il grande complesso abbaziale di Tintern non ha mai esercitato un grosso peso nell’area.
L’eccezionale status di conservazione e soprattutto l’aura di misticismo mescolata a romanticismo fanno di Tintern Abbey una delle mete più meritevoli di visita di tutto il Galles.
Portatevi una guida dettagliata dell’abbazia perché i pannelli sono assolutamente lacunosi e insufficienti ad una comprensione del sito.

p.s. nei pressi dell’abbazia c’è una favolosa, rustica ed economica Tea Room a gestione familiare che consiglio vivamente. Ovviamente davanti al suo camino ci si può rifocillare con ottime zuppe locali e stufati caldi.

I CASTELLI DEL GALLES

Il Galles è disseminato di castelli. Se ne contano molte centinaia (400 dicono alcuni). Ovviamente serve molto discernimento per scegliere quelli migliori. La prima domanda che si deve porre chi vuole visitare il Galles è: che tipo di castelli voglio visitare?
Ho notato che lungo tutto il paese i castelli si dividono in due categorie. La prima sono i castelli diroccati, molto romantici (soprattutto al tramonto) e spesso farciti di storia (sono rimasto molto affascinato da Carew Castle, di cui parlo qui). L’altra categoria è formata dai castelli per così dire ‘più turistici’ e restaurati così pesantemente da alterare la struttura originaria.
Caerphilly appartiene sicuramente a questa seconda categoria. Non per questo, però, non merita una visita. Originariamente isolato, il villaggio di Caerphilly è oggi considerata una realtà in espansione e conta più di 30,000 abitanti. Famoso per il formaggio Caerphilly che si produce in sito (molto simile al cheddar per sapore), è facilmente raggiungibile da Cardiff (ca 30 minuti di auto) ed la seconda meta che vi consiglio.

CAERPHILLY CASTLE – IL CASTELLO DI CAERPHILLY

Il castello di Caerphilly

Costruito nel XIII secolo per volere del barone inglese Gilbert de Clare (vassallo di Enrico III) nell’ottica della sua inarrestabile campagna per conquistare la valle di Glamorgan. Il castello è forse una delle strutture più massicciamente fortificate dell’isola britannica con diversi anelli concentrici che difendono la piazza d’armi centrali. Già dal laghetto si intuisce che, seppur restaurato in modo scriteriato, il castello presentava anche nel medioevo una struttura imponente. Fossati, laghi e attrezzature difensive (merlature, feritoie etc) difendevano il castello che era accessibile solo dopo 3 ponti levatoi e ben 5 porte ferrate.

La 'torre pendente' di Caerphilly, dovuta ad un cedimento strutturale.
La ‘torre pendente’ di Caerphilly, dovuta ad un cedimento strutturale.

Ampie sale contrastano con strette scalette che portano al piano nobile e il torrione pendente (preparatevi a sentire la solita battuta su ‘the leaning tower of Pisa) chiude un panorama veramente mozzafiato.

Il castello è sicuramente una tappa obbligata per chi vuole sentirsi ‘piccolo piccolo’ davanti alle vestigia medievali più grandi e belle del Galles. Si deve però sempre tenere di conto che l’aspetto odierno è frutto, come già detto, di numerosi restauri e rimaneggiamenti nel XX secolo. Dal punto di vista architettonico, Caerphilly rappresentò comunque una rivoluzione nel basso medievo per la sua efficacia difensiva che non facilitava di certo gli assedi e gli assalti alla fortezza.

Per chi invece non si emoziona a vedere castelli o abbazie, il Galles offre comunque una vasta gamma di interessanti escursioni (a cavallo soprattutto, ma anche trekking) e romantiche passeggiate sulla spiaggia al tramonto.
La terza meta che vi propongo è, in effetti, una lunghissima spiaggia (nella penisola di Gower, Galles meridionale) lungo la baia di Rhossili.

RHOSSILI BEACH – LA SPIAGGIA DI RHOSSILI

La spiaggia di Rhossili durante una tempesta
La spiaggia di Rhossili durante una tempesta

Vi anticipo che per arrivare alla baia di Rhossili è necessaria molta prudenza sulle strade della zona che sono poco più di mulattiere. Se siete abituati a guidare in campagna, beh non avrete problemi. Ma se,come me, siete avvezzi alla città vi raccomando massima attenzione.
Rhossili si trova in una delle punte più meridionali del Galles ed è, a detta di molti, uno dei posti più affascinanti della Britannia.
Devo dire, onestamente, che ho visitato una spiaggia assolutamente desolata e battuta da un vento indomabile (si, sono capitato nel mezzo della tempesta che ha imperversato nel Galles in Febbraio). Pioggia e vento non hanno però sminuito assolutamente l’aspetto fascinoso di questo lunghissimo lembo di spiaggia (5 km di natura incontaminata): la tempesta ha invece sottolineato il suo aspetto selvaggio.

Il relitto dell'Helvetica presso la spiaggia di Rhossili
Il relitto dell’Helvetica presso la spiaggia di Rhossili

La spiaggia è famosa per la presenza di surfisti che cavalcano le potenti onde oceaniche e per la fauna che popola la spiaggia (molto facile vedere foche e puffin a godersi il poco sole che c’è).
Particolarmente interessante è il relitto ligneo dell’Helvetica che spunta magicamente dalla sabbia in concomitanza con la bassa marea (informarsi sempre sugli orari delle maree per non restare delusi: tide time). Del brigantino norvegese affondato nell’800′ non resta che qualche albero, ma il suo fascino è davvero immutato.
Si può camminare quindi per ore lungo la spiaggia di Rhossili e alternare visioni apocalittiche di tempeste a dolci e soleggiati panorami.

Per vedere altre foto dei siti qui descritti clicca su Galles: dove andare. Un tour per immagini.
Per saperne di più sul castello infestato di Carew, punta qui!

Per concludere ecco qualche sito esterno per pianificare al meglio il vostro viaggio in Galles:

Per scegliere tra i castelli più belli del Galles clicca qui.
Per le spiaggie più belle del Galles clicca qui.

La serena malinconia di Orciatico

Tedeschi, inglesi, americani, goti e burgundi: migliaia di eserciti affamati di cultura e pace dei sensi spersi tra i dolci declivi toscani. E gli italiani, dove sono finiti? Svezzati dall’ avido capezzolo del passato, abbiamo smarrito la nostra identità e soprattutto la consapevolezza di avere paesaggi unici al mondo.
Orciatico, senza ombra di dubbio, aiuta a riscoprire questa allocchita realtà. Là dove l’olezzo delle fabbriche stenta a infrangere la barriera dei colli pisani, là dove l’unico rumore è mosso solo dal filosofeggiare di un vecchio dopo qualche bicchiere di rosso.
Troppo minuto per essere limitato in una sterminata mappa, Orciatico si presenta agli occhi dell’avventore poco attento come uno dei tanti centri di dorsale toscani. Sarò forse troppo giovane per perdermi nella malinconica essenza dei piccoli centri medievali (o post-medievali), eppure questa piccola macchia mi ha conquistato.  Non merita neppure una citazione sulle più complete enciclopedie, è qualcosa di non consueto, e proprio per questo conserva l’alone intonso dei paesi alla vigilia del boom economico, dove una volta primeggiavano gli Etruschi.
Ad Orciatico quella nostalgia di epoche remote e mai vissute si acuisce.

Escluse le serpentine piccole strade che si snodano dalla vetta alle pendici, il paese non offre molto di più. Campeggiatori della domenica siete avvertiti. Una chiesa, poco più di un oratorio, è banalmente collocata nel nucleo ideale del piccolo abitato.

Sopraelevata rispetto al piano di calpestio della strada, é messa a monito della disinvolta terza età locale che ama passare il tempo sulle secolari panchine della piazza. I giovani non hanno resistito al richiamo della  “donna, la taverna e ‘l dado” di angiolieriana memoria.
Il tempietto, dedicato a San Michele Arcangelo, ha un sapore vagamente romanico e sembra affondare le sue radici storiche in epoca tardomedievale, quando, probabilmente, aveva il potere di battesimo tipico delle pievi. Eppure, la sua forma, ricorda piuttosto una costruzione recente, frutto plausibile di una moderna ricostruzione o restauro.
L’atmosfera criptica, nonostante ciò, permane e le decorazioni contribuiscono a tale effetto. Il crocifisso ligneo (XVII secolo?) è uno degli ultimi retaggi storici di questo centro, oggetto di fervido culto e ammirato con gelosia dai ‘forestieri’ dei contigui paesi.

Gli affreschi parietali, di dubbia qualità, appaiono piuttosto recenti (direi XIX secolo o forse anche più tardi) e riproducono la commercialissima iconografia degli evangelisti e una Madonna con Bambino.

Appena usciti dalla chiesa, quasi a rafforzare il medievale binomio tra il potere laico e quello religioso, sorge una piccola torre in pietra locale.

Per non farla lunga, se volete riscoprire le radici sociali del nostro lembo di terra e dar adito a quelle strane nostalgiche voci dentro voi, consiglio una visita (anche se veloce) ad Orciatico.

Artists, artists’ workshops and customers of art in Roman Society


The artist as a social image is difficult to define. The Roman context inherits many of the issues that were already present in the Greek one. There is no Greek word to indicate the specific artist: the words βάναυσος (banausos) and τεχνίτης (technites) are broadly used to refer to any kind of craftsman, with no apparent distinction. The Latin also does not offer a solution to the problem because artifex and opifex seem to indicate the maker or user of the artistic object. So, based only on the ancient definition, we could say that the ancient artists presented themselves as an indistinct whole, without any specialisation. By doing so, however, we fall into a major error of assessment. The same ancient sources, in fact, show a rare artistic acumen and a strong specialisation in the categorisation of artists. So it was Phidias, thanks to his skills (his famous maiestas and auctoritas) as the sculptor of the gods, Polykleitos for the human beings, and Callimachus for the figures full of grace and elegance.

Rome knows no great artistic personalities, or at least we do not know of them directly. The great Greek names are totally lacking in Roman literary and epigraphic culture. Cicero in the Tusculanae Disputationes complains about the lack of attention that the Roman society shows towards the arts. He wonders whether Rome could provide the necessary conditions for the developing of personalities such as Polykleitos or Parrhasius1. While Cicero has proved very reliable on other occasions, we cannot truly believe that there were no great artists in Rome.


Even Pliny, speaking of the famous work of the Laocoon, does not gives the three masters of Rhodes the attention they deserve. The three sculptures are in fact quickly quoted2 with no anecdote. Of the 350 artists mentioned by Pliny, only nine are definetely of Roman or3, the others are all clearly Greek.

We can only trust the literary sources. The absence of archaeological evidence is problematic: the phenomenon of the recognition of signatures that Greece has helped to identify, for both the artists and their workshops (and in some cases some fake vintage), never happened in Rome. The only signatures which are recognisable in Rome belong in fact to Greek artist, which confirms the version of Pliny. Only starting from the second century A. D. do a few Latin names begin to appear. However, very often, these signatures reveal a Greek origin of the artist (mostly freedmen). For example4, the names of M. Plautius Menecrates and M. Epidius Eros can probably be linked to the Greek names of Menecrates and Eros, very popular among the slaves.

In any case, it seems that the artists of Rome, except in exceptional circumstances5, did not have great prestige in the Roman society, in contrast to what happened in Greece6. The intrinsic reason why Roman art was thus underestimated by his contemporaries is clear in the view of Pliny. According to him, Roman art was, in fact, regarded as a sterile imitation of the Greek one, which had reached its highest artistic quality (ακμή). The Roman conception of art (in the opinion that was commonly accepted until the twentieth century), resulted from authors as Xenocrates of Athens and Antigonus of Carystus (III B.C.). For this reason, then, the Roman artist was considered to have a minor role.

Some important clues on the consideration given to the artists in society can be traced in the analysis of their homes. Unfortunately, not much can be said on the subject, due to insufficient evidence. Diodorus Siculus7 tells us that the painter Demetrius of Alexandria, who moved to Rome in II B.C., could only afford a small attic.

Understanding the work is also a highly problematic task. As for the thorny Renaissance attributions (and after) it is difficult to clarify the true meaning of the term “workshop”. In fact, when the influence of the teacher over his students is strong, the attribution of the work is often unconvincing. Both for Greek and Roman work, something like this often happens; an obvious example would be the many works of the school of Euphronios). The artistic demand was so high that a single artist could not fulfill it8. Students often imitated their teacher’s technique and work so well that it is incredibly hard to distinguish them.

The division and rationalisation of the ancient work of art (from classical Athens) is surprisingly modern. For example, it was quite common to have a division of labour within the same workshop (officina): the figure-painters (pictores imaginarii) must be distinguished from the more affluent fresco-painters9.

We do not know what kind of policy was implemented in hiring new workers. It is possible that, just like in the Renaissance, the shops were prone to “adopt” a child at a young age and educate him professionally. Roman papyri in Egypt10 show that there were contracts that governed the relationship between the student and the teacher, with particular reference to:


– The time of apprenticeship
– The aim of the apprenticeship
– Remuneration
– Feeding and clothing
– Ipotetical penalties

These workshops are difficult to reconstruct on the basis of the archaeological finds. Tangible signs of the presence of an artistic workshop are the piles of waste products (where the kilns for ceramics can easily be found), the specialised tools and the proximity to sources of raw material.

In particular, the marble-working shops, for obvious reasons, were in the vicinity of the quarries to start the work, and another team were concerned with the architectural finishes at the installation site.

The production of ceramics should be, for convenience, close to the clay pits as well. The demand for ceramics (obviously including shingles and tiles for the roofs) was likely to create an entire residential area developed around the industrial area11. These are cases of Corinth and Lacco Ameno (Ischia), where four types of kiln were found along with a continuous phase of work carried out throughout many centuries.

On the contrary, the workshops needed to work the bronze with huge fires (hence constant supply of firewood) and casting pits.


The Roman artist or their workshop usually worked on public and private commission, and in the former case well-paid contractors were used12. The client (redemptor) entered into a regular contract (locatio) where one party was offering the service. One of these contracts was preserved in the form of Lex Puteolana (105 BC) inscribed on marble, and the committee was called for the construction of walls and of a sanctuary of Serapis in Puteoli (Pozzuoli). The redemptor was regularly concerned with the progress of the work and the contract could only be considered fulfilled with the probatio, i.e. the approval of the final customer. It is also possible, however not supported by archaeological evidence, that the patron often personally intervened in deciding the iconography.


Through Petronius13, the famous freedman Trimalchio describes in detail what he wanted his hypothetical tomb to be like. We cannot assume that any commission could be custom. We have evidence of an impressive first mass production with the wreck of St. Peter (Manduria, Italy) carrying a cargo of coffins encased one inside the other, ready to be inscribed and used. The same applies to the shipwreck of Mahdia (Tunisia), with 70 marble pillars probably for the art market.

Finally, we must not overlook a good section of the art market from Greece. The rich wealthy Romans took advantage of skilled mediators (the most famous is certainly Pomponius Atticus, Cicero’s friend and agent) to import the most beautiful sculptures and works of art from Greece and thus to satisfy the collecting-mania of the Romans.

In this way, and for the aforementioned reason of the prestige of Greece, the Roman porticus was filled with Greek works and, more commonly, with Roman copies of Greek originals, starting from the second century BC. The phenomenon grew out of proportion, and ended up in creating true centres of production and especially trade (the famous Agora des Italiens in Delos14 could be considered a massive market of art). This not only had enormous repercussions on the history of Roman art (for example the birth of the realistic portrait), but also the social role that art had in Roman development.

1 Cicero, Tusculanae Disputationes,I. 2. 4

2 Pliny, Naturalis Historia, XXXVI,37

3 In particular: Arellius (XXXV. 119), Coponius (XXXVI. 41), Fabius Pictor (XXXV. 19), Famulus, Pinus, Priscus e Titedius Labeones (XXXV. 120), Studius (XXXV. 116) e Turpilius (XXXV. 20)

4Stewart P., 2008, The Social History of Roman Art, Cambridge, p. 17

5Op.Cit., p.20

6Significant is the story of Apelles who could afford to criticize Alexander, or the example of Phidias, who went to occupy prestigious institutions.

7 Diodorus Siculus, Bibliotheca Historica,XXXI.

8 As many as 180 workers employed all’ergasterion of Phidias, the laboratory with the same size as planimetric and elevation of the cell of the temple of Zeus, to work on his statue.

9 According to the Edictum De Pretiis Rerum Venalium of Diocletianus (301 A.D.)

10Stewart P., 2008, The Social History of Roman Art, p.31

11See the Potters’ Quarter of Corinth located close to the local clay bed

12See The tomb of the Haterii in Rome

13Petronius, Satyricon LXXI

14Mastino A., 2008, Il Dibattito sull’agorà degli Italici a Delo: un bilancio retrospettivo fra ideologia ed urbanistica. In: Le perle e il filo: a Mario Torelli per i suoi settanta anni. Venosa, Osanna Edizioni. p. 233-241

Genesi, sviluppo e decadenza delle realtà urbane in Britannia

 

Introduzione

E’ innegabile il ruolo ricoperto dagli insediamenti urbani nel processo espansionistico romano. Oltre ad essere il polo di gestione amministrativa e politica dei territori conquistati, le città erano anche uno straordinario veicolo di romanizzazione. Un ruolo che, troppo spesso, viene attribuito all’operato dell’esercito. Recenti studi hanno infatti evidenziato come i soldati di stanza in Britannia provenissero, a partire dal II secolo d.C, quasi esclusivamente dalle province, venendosi così a creare una sorta di “Melting Pot”, ben lontano dall’essere espressione di romanità.

Possiamo quindi considerare l’urbanizzazione della provincia uno degli aspetti più importanti di cui Roma si servì per incatenare i popoli sottomessi. E non rischiamo ad affidarci sinceramente all’analisi di straboniana memoria che individuava nella costruzione di città e infrastrutture un modo per rendere le popolazioni semi – barbariche della Britannia più vicine all’ideale di humanitas.

Certamente la questione non può, e non deve, essere ridotta ad un semplice assioma, valido per ogni epoca e per ogni provincia. Inavvertitamente è stato trascurato il ruolo che le realtà autoctone hanno giocato sul nuovo assetto urbanistico che l’impero romano ha esportato.

La Britannia, com’è noto, era la provincia più settentrionale dell’impero. Essa rappresenta non soltanto un difficile campo di ricostruzione topografica delle realtà urbane, ma soprattutto porta in se il germe del dubbio per quanto concerne alcune questioni tanto interessanti quanto di difficile interpretazione. E questa breve esposizione vuole proporsi, senza pretese di esaustività, di esplorare proprio una di queste delicate tematiche. Una sorta di percorso analitico il cui scopo ultimo non sia influenzato da preconcetti, ma sia frutto del paradigma imprestatoci da Doyle “Osservare, concatenare, dedurre”.


 

Le città in Britannia

Un fenomeno complesso come quello dello sviluppo urbano in una provincia non può essere completamente compreso senza i necessari assunti.

L’indagine sulle città romano – britanniche è stata spesso subordinata alle necessità ambientali del sito. Non raramente infatti, i siti indagati giacciono sotto il piano delle città moderne, offrendo agli archeologi inglesi uno straordinario campo di sfida per l’archeologia urbana, e di cui, non a caso, sono degni promotori.

Come già accennato nell’introduzione, la città romana, in tutti suoi aspetti era un tramite per rendere sicuro un determinato territorio, quindi sottometterlo e sfruttarlo. Basti pensare alle numerose coloniae fondate in zone di frontiera o conquistate poco prima della deductio. La nuova città fondata entrava a far parte dell’orbita amministrativa romana, adottandone le istituzioni canoniche che la prassi richiedeva. E sicuramente, queste nuove città avrebbero concorso allo sfruttamento sistematico del territorio.

Ma le coloniae sono solo una minima parte dell’avanzamento urbanistico romano. La maggior parte dei territori conquistati erano già costellati di agglomerati urbani che dovevano essere compresi nel sistema romano e che rappresentavano un ostacolo evidente per la riuscita della romanizzazione della provincia. Dovevano divenire “effigies parvae simulacraque” di Roma.

La Britannia post-bellica, in tal senso, doveva presentarsi agli occhi dei conquistatori come una terra facilmente plasmabile a propria volontà, proprio perchè erano poche le città esistenti che potevano fregiarsi di tal titolo.

L’apporto documentario epigrafico è stato essenziale per riconoscere i tre diversi status giuridico – amministrativi tra le città romano – britanniche: le coloniae, i municipia e le cosiddette civitates.

La colonia rappresenta, forse, l’esempio più fulgido di una realtà urbana che esercita una forte funzione pacificatrice; e non a caso, molto spesso, nascevano da iniziative pubbliche mirate a premiare i veterani legionari con terra coltivabile. Lo stesso Tacito conferma questa tesi, descrivendo la fondazione della più famosa colonia britannica ossia Camulodunum (odierna Colchester) come mezzo di controllo per un territorio particolarmente turbolento[1]. Considerati a tutti gli effetti cittadini romani, i coloni di Camulodunum sfruttavano non solo le risorse economiche del terreno prossimo alla città, ma opprimevano gli stessi indigeni. E certamente, questa, doveva essere una delle cause scatenanti della rivolta di Boudicca (60 d.C) che, non fortuitamente, si diresse proprio verso la colonia per la sua vendetta.

La città fu fondata nel 49 d.C, ma inizialmente, sviluppandosi da un campo legionario, era semplicemente ” little more than converted army camp“[2] lontano dall’essere quel sito di straordinaria estensione scavato nel 900′. La città si sviluppò rapidamente ed sarà, per molto tempo, l’emblema del potere politico romano nella provincia.

Lo status di colonia era certamente un titolo ambito dalle realtà urbane della provincia poiché poche ne potevano beneficiare. Sono state individuate tre coloniae di genesi militare: la succitata Camulodunum, Colonia Lindensium(Lincoln) e Colonia Nervia Glevensium (Gloucester). Più arduo la definizione di Londinium (Londra) e di Colonia Eburacensis (York) che sembrano frutto di una promozione successiva.

I municipia, per molti versi, erano simili alle colonie. Entrambi dovevano, ad esempio, adottare leggi e magistrature romane, ma certamente la cittadinanza non era estesa all’intera popolazione, bensì riservata al gruppo dirigente cittadino.Una differenza superata successivamente con la Constitutio Antoniniana.

Curiosamente solo una città si è vista riconoscere lo statuus di municipium (che pure era così diffuso in Italia) ossia Verulamium (odierna St Albans). Ad onore di verità, la stessa Eburacum venne definita municipium in più di una fonte, ma la sua etichetta è ben lungi dall’essere delineata.

La civitas è generalmente intesa come un centro egemone all’interno di una costellazione di centri minori. L’accezione, che trova applicazione nel panorama delle province nordiche, mal si ravvisa nel mondo mediterraneo. A differenza della genesi delle coloniae, che mette pressochè universalmente d’accordo gli archeologi, sulle civitates la scuola britannica si è divisa. Frere fa risalire l’atto di nascita della civitas alla conquista romana e al forte impulso dalla componente militare, mentre Rivet preferisce legarle a retaggi dell’età del Ferro. Quest’ultima ipotesi spiegherebbe, effettivamente, il motivo per cui questo tipo di realtà rispondano più a criteri di aggregazione etnico – tribale che non a cause economiche o politiche. Degna di citazione è pure la diplomatica posizione di Wacher:”The truth probably lies, as always, somewhere between these two extremes(…) it will have depended on the Roman ability to adopt and compromise”.[3]

Esula sicuramente dagli scopi della nostra trattazione, prendere una posizione netta sull’argomento, tuttavia non possiamo esimerci dal superare alcune distorsioni nelle tesi in questione. Lo facciamo citando la risposta critica di Martin Millet alla posizione di Frere, ben rappresentata nella sua pubblicazione degli scavi a Verulamium. Egli, passando in analisi l’insula XIV, è sicuro di riconoscere nelle botteghe scavate un prototipo di struttura del tutto diversa da quelle pre – invasione . In particolare, vuole riconoscervi la mano di maestranze romane portate dai nuovi padroni che avrebbero dato alle botteghe di I d.C. la pianta e l’aspetto delle baracche militari.

Millet nega la pianificazione e la copertura degli ambienti nella stessa cronologia sulla base dell’assenza di un tracciato lineare in fronte come sulla parte posteriore degli edifici. E questo avrebbe reso impossibile, secondo Millet, la costruzione di un tetto coerente con la struttura. Dunque ci invita a riconsiderare le botteghe dell’Insula XIV di Verulamium come un assemblaggio di ambienti di diversa cronologia ed a riflettere sull’origine della civitas.

Una domanda sorge spontanea per chi si accinge a studiare questo tipo di dinamiche: quale metodologia di classificazione si adotta per distinguere i centri?

Si tratta sicuramente di una distinzione arbitraria, ma utile ai fini della ricostruzione della densità urbana e dei rapporti gerarchici tra i vari centri. Le colonie non risultano particolarmente ostiche nella catalogazione: in quanto centri di potere politico e amministrativo hanno prodotto generose quantità diverse di fonti che riescono facilmente a definire lo status giuridico della città. L’impresa si complica quando, però, dobbiamo riuscire a distinguere una civitas da un villaggio, magari con alcune caratteristiche urbane. Quali sono le discriminanti valide?

L’estensione del centro non sembra essere una costante valida, così come non lo è la presenza di un determinato edificio tipicamente romano, sia esso il foro o la basilica. Un criterio valido, che comunque non è sottoscritto da tutti gli studiosi, può essere dunque la presenza associata di una serie di edifici tipicamente urbani che in altre realtà non si trovano. Tra essi, certamente, il binomio foro – basilica, terme e relativi acquedotti, teatri ed anfiteatri.


Forma Urbis Verulamii

Il sito di Verulamium offre l’occasione di addentrarsi nelle dinamiche di sviluppo urbano in Britannia. In certe problematiche, come la suddetta, è appropriato abbandonare facili generalizzazioni e preferire un approccio più metodico al problema. Ivi emerge chiaramente l’iter che portò una piccola città britannica con radici nell’età del ferro ad essere un importante polo urbano nell’orbita dell’impero. E sono fermamente convinto che ciò sia più facilmente avvertibile se si segue passo per passo questo caso eccezionale.

L’epoca Giulio – Claudia

 

Verulamium era la città principale della tribù dei Catuvellauni. Le prime indagini sul sito limitarono la città ad una piccola area, coincidente pressappoco con la zona di “Prae Wood”. In realtà i numerosi scavi di Sheppard Frere hanno evidenziato un’estensione maggiore, praticamente lungo tutta la valle fluviale formata dal Ver, che correva a nord ed a ovest di quello che sarà il foro della città. Difficile definire l’area della città originaria, che sicuramente aveva un rapporto diretto con i popoli tribali dell’Eta del ferro. Un indizio proviene dallo scavo di un fossato, aperto probabilmente proprio nella fase pre – invasione, perchè sigillato da uno strato con ceramiche di I metà del I secolo d.C. Questo fossato, profondo circa 1 metro e mezzo, sembra che definisca una porzione di terreno piuttosto ampia che sarà poi occupata dal foro di epoca Flavia. E’ accettare la suggestione di cogliere un forte fattore di continuità politico – amministrativa nella zona: precedentemente occupata da una struttura palatina, infine dal foro. Un ulteriore e possibile ipotesi è stata avanzata dal Wacher che individua una sorta di temenos sacro in questa zona, già come alla Gosbecks Farm a Colchester. In realtà, ad oggi, nuove ricerche hanno permesso un preciso terminus post quem del fossato grazie al ritrovamento di due monete di Traiano e Adriano (rispettivamente 103-111 e 118-119) che mettono in serio dubbio la datazione del fossato al solo I secolo.[4]

Qualsiasi interpretazione si accetti, pare chiaro che il passato di Verulamium sia indissolubilmente legato a qualche tipo di insediamento precedente.

Le prime costruzioni post – invasione risalgono a non prima del 49 d.C. , probabilmente dopo lo smantellamento di un piccolo forte che occupava una zona molto vicina al fiume Ver, nell’area che verrà occupata successivamente dalle Insulae XVII e XIX.

La città era difesa fin dalle sue prime fasi da un terrapieno e da un fossato, il cui percorso è stato ricostruito quasi integralmente sia dagli scavi sia dai magnetometri. Il fosso racchiudeva una vasta area di circa 48 ettari e si interrompeva, almeno da un lato, sfruttando il fiume come difesa naturale.

E’ curioso notare come il punto di incontro del fossato con la Watling Street fosse stato monumentalizzato in tardo II° secolo da due archi di accesso, probabilmente dovuto a una sorta di commemorazione degli antichi confini, fenomeno non molto dissimile da quello che accadeva a Roma.

E’ essenziale per la fase precedente al sacco di Boudicca analizzare il foro o la sua ipotetica mancanza. Il professor Frere suggerì che la zona del foro di epoca Flavia fosse suddivisa in questa prima fase in due parti, e che, appunto, in quella di nord est trovasse posto un più piccolo foro ed una basilica. Nonostante i modesti resti di murature trovati dal Page nell’angolo sud – ovest, l’ipotesi del Frere rimarrebbe una mera speculazione teorica. Un valore probatorio però viene concesso all’esistenza di una area religiosa od amministrativa ben delimitata dal fosso che resterà pressoche invariata per il foro successivo e di cui abbiamo già parlato.

Tuttavia, personalmente, tratterei l’argomento con tutta la cautela del caso; evitando pregiudizi e distorsioni; ossia considerando l’assenza del foro nel periodo claudiano non come sorprendente, ma come sintomo rivelatore di un’area religiosa caratterizzata da strutture di natura deperibile.

Il saccheggio e la distruzione da parte degli Iceni non furono certamente fermate dal fossato ed evidenze di incendi lo testimoniano uniformemente per tutti gli edifici della prima fase.

La ricostruzione sembra essere stata lenta, probabilmente per le scarse risorse di cui disponeva un amministrazione romana già messa a dura prova pochi anni dopo l’invasione.

Segnali di ripresa provengono dalle botteghe nel contesto dell’Insula XIV, datate ca 75 d.C e dalla costruzione di un nuovo tempio, in stile romano – celtico, dall’Insula XVI e ascritto a fine secolo. La pianta romano – celtica prevedeva una cella poligonale o circolare, sviluppata intorno ad un ambulacro concentrico. Dal punto di vista architettonico combinava elementi tipicamente classici (ad esempio le colonne) con la pianta concentrica di retaggio celtico – britannico. Si muove in questa direzione la struttura dell’edificio in questione, circondato da un temenos rettangolare poi contrassegnato da un muro pochi anni dopo. L’area del temenos verrà poi occupata da un teatro nel II secolo.

Non si può escludere la presenza di un luogo di culto precedente alla costruzione di questo tempio, ma, per i nostri propositi, rimane ininfluente. E’, invece, fondamentale ascrivere questo tempio nel contesto delle molte iniziative prese negli anni successivi alla rivolta per ricostruire la città. Coevo al tempio è, per esempio, il grande macellum che si trova nelle vicinanze e il relativo quartiere commerciale. Ritengo leggermente azzardata l’ipotesi di Wacher che vuole individuare nella vicinanza del macellum al tempio una sorta di legame tra il ruolo commerciale e la divinità tutelatrice dell’edificio sacro che potrebbe essere appunto Mercurio.


 

[1] Annales XII.32

[2] Millet, p.87

[3] Wacher p. 24

[4] Hartley p. 87

[5] Mattingly p. 278