Elezioni cilene, il ritorno di Michelle Bachelet?

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La Bachelet al voto

E’ vero, le elezioni italiane sono spassose. Materiale per i comici nostrani almeno per un lustro. Ma anche il Cile non scherza.

Lo scorso giugno si sono tenute primarie sul suolo nazionale per decidere i candidati alla elezioni politiche appunto. Fin qui tutto bene. I risultati sono stati schiaccianti per la coalizione di sinistra che ha visto il trionfale ritorno di Michelle Bachelet con oltre il 73%.
Il suo opponente è stato definito da un ‘misero’ 51%, ovvero il tanto discusso Pablo Longueira.

E anche qui tutto ok.

I due schieramenti politici (Nuova Maggioranza per la Bachelet e Alleanza per il Cile per Longueira), quindi, hanno cominciato ad affilare le armi in vista delle elezioni di domenica.
Se non fosse che 18 giorni dopo, Pablo Longueira (esponente di spicco della politica cilena e soprattutto ministro dell’economia dell’attuale governo cileno) si è dovuto ritirare dalla corsa. Neanche il tempo di decidere i manifesti elettorali. Esilarante.

Non è tutto. Perché Longueira era stato chiamato a sostituire il ‘favorito’ per le primarie della destra cilena: l’imprenditore Laurence Golborne. Aveva conti alle isole vergini britanniche ed è stato così costretto al ritiro.

Longueira, quindi, rappresentava la speranza del riscatto per la destra cilena. E anche lui ha dovuto rassegnare le dimissioni. Ufficialmente per problemi personali di salute. Si mormora che una devastante depressione abbia portato Longueira ad aprire le porte alla candidata ufficiale della destra (almeno per ora!) Evelyn Mattei.

Quindi domenica troveremo la Bachelet faccia a faccia con la Mattei. Una sfida tutta al femminile. Molti sono, tuttavia, gli outsiders tra cui Franco Parisi, celeberrimo commentatore televisivo cileno ed economista, e il guru della sinistra ecologista, Alfredo Sfeir.

Sul tavolo educazione gratuita, revisione legge elettorale e le condizioni sociali/economiche del paese. Da una parte, la Bachelet (già stata primo ministro dal 2006 al 2010) propone un’idea del paese più aperta verso la modernità, proponendo, tra le altre cose, l’avanzamento dei diritti per le coppie ‘non tradizionali’. La Mattei, invece, è ancorata a idee conservatrici legate al governo uscente di Pinera.

I sondaggi, per adesso, premiano la socialista Bachelet: pesante è l’eredita che il ministro Mattei ha ricevuto da Pinera. La candidata di sinistra però mette insieme una coalizione davvero diversificata fatta, oltre che da socialisti, da comunisti e cristiano-democratici. Qualcosa di simile all’Unione del 2006. Fossi nella Bachelet, quindi, non sarei così sicura di vincere.

Eventualmente, il ballottaggio si terrà il prossimo 15 dicembre. Ci sarà da divertirsi.

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L’Argentina non si è dimenticata delle Falkland

La presidente dell’Argentina con un immagine delle Falklands

Davvero sorprendente quello che sta accadendo tra Londra e Buenos Aires. Nel più totale silenzio mediatico mondiale (come nel periodo pre-82′), l’Argentina sta lentamente covando la vendetta sulla Gran Bretagna a cui non era riuscita a strappare le vicine Falklands (o Malvinas secondo gli argentini). E’ recente, infatti, la notizia che la Casa Rosada (la presidencia dell’Argentina) con la Kirchner in testa, abbia autorizzato (e probabilmente promosso) uno spot dedicato alle prossime olimpiadi di Londra. Nei pochi minuti incriminati (vedi video sotto), l’atleta di hockey argentino Fernando Zylberberg si cimenta in alcuni esercizi sullo sfondo dei paesaggi delle isole Falklands.
Efficace e altamente provocativa la scritta finale: ‘Per competere sul suolo britannico, ci alleniamo sul suolo argentino’.
Girato segretamente tra le rocce delle Falklands, la pubblicità sembra riaccendere per l’ennesima volta l’eterna rivalità tra le due nazioni per il possesso di Port Stanley e di pochi altri insediamenti. Pressochè ininfluenti dal punto di vista demografico, le isole sono al centro di un intenso sfruttamento economico (risorse naturali in primis), ma soprattutto sono il simbolo di un nazionalismo frustrato da una parte e di un’ultima parvenza di impero dall’altra.

La posizione dei britannici non si è fatta ovviamente attendere. Il Foreign Office ha ribadito il diritto all’autodeterminazione della popolazione locale (britannica a tutti gli effetti solo dopo la guerra dell’82: vedi qua) e soprattutto la completa estraneità della politica nelle attività sportive di un paese. Perfino William Hague, ministro degli esteri di Sua Maestà Britannica, si è espresso con fermezza contro questa ‘pubblicità revanscista’.
Certo, però, la trovata nasconde un geniale modo di riproporre un tema così importante e delicato per i cittadini argentini.

Qua sotto lo spot incriminato e due articoli sull’argomento: il primo tratto dal Guardian e l’altro da ‘La Nacion‘, quotidiano argentino a tiratura nazionale.

Hugo Chavez e il suo nuovo alleato Mahmoud Ahmadinejad

La stampa internazionale sembra aver dimenticato Hugo Chavez. Il presidente venezuelano viene oggi citato solo per descriverne una presunta parabola discendente. Il 14 febbraio p.v. gli oppositori eleggeranno lo sfidante da contrapporre a Chavez nelle prossime elezioni presidenziali di ottobre. Ed il risultato non è certamente scontato.
Il tumore di Chavez sembra avere la meglio sulle sue politiche interne e estere, le immagini di un presidente malato, afflitto da mesi di chemioterapia e calvo, sembrano entusiasmare più delle sue iniziative.
In realtà il presidente venezuelano è attivissimo anche in questi mesi di ‘convalescenza’ (anche se non è chiaro ne il tipo di cancro che lo tormenta, ne i risvolti del trattamento sanitario).

Un evento trascurato dalla stampa internazionale (e non parliamo di quella di casa nostra) è stata proprio la visita del discusso presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a Caracas.
Accomunati dalla visione anti-imperialistica e da un odio profondo nei confronti dell’amministrazione americana, i due leaders non sembravano poi così simili. Eppure il 10 gennaio scorso è andato in scena un siparietto molto divertente tra i due.

Da una parte abbiamo un presidente iraniano terrorizzato di fare la fine di Gheddafi, Mubarak e Ben Alì spazzati via dalla ‘primavera araba’, isolato diplomaticamente e sull’orlo di un embargo economico non trascurabile (anche se la Russia sembra giocare a nascondino nelle bilancie diplomatiche). La scelta di tirare dritto nelle sue politiche nucleari lo hanno costretto a cercare alleati agli antipodi del suo paese, cercando di spezzare quell’asse diplomatico che Obama sta cercando di ricostituire dopo le follie dell’ex Bush (che considerava gli alleati come pedine su una scacchiera).
L’odio verso gli americani si fa sentire anche all’interno degli stessi confini iraniani: recentemente, infatti, è stato condannato a morte Amir Mirzaei Hekmat, accusato di essere una spia della CIA.

Dall’altro lato abbiamo un Hugo Chavez molto ambiguo. I suoi numerosi contatti con i tradizionali nemici degli Stati Uniti stanno scemando molto velocemente. Gheddafi è stato ucciso lo scorso anno dalla rivoluzione, il siriano Assad è pronto a cadere e lo stesso presidente iraniano è indebolito dall’isolamento economico-diplomatico di cui parlavamo prima. Eppure il sentimento anti-americano che sembra apparentemente infuocare ancora Chavez, è smentito da alcuni incontri che recentemente hanno avuto luogo tra il Venezuela Bolivariano e alcuni presidenti non proprio socialisti.

Juan Santos e Hugo Chavez

Juan Manuel Santos, il presidente della vicina Colombia, ha ottenuto l’alleanza di Chavez nella lotta contro le temibili squadriglie delle Farc che hanno recentemente rialzato la testa. Chavez ha interrotto l’apologia della Farc (e probabilmente anche gli ingenti afflussi di denaro venezuelano diretto ai ribelli colombiani). Lo stesso incontro con il presidente peruviano, Ollanta Humala, ha fatto capire che, nonostante la facciata di irriducibile guerriero anti-imperialista, stia cercando di ritagliarsi un maggiore spazio in America Latina, anche tra i moderati.

Così Hugo e Mahmoud si sono trovati, ancora una volta, spalla a spalla, incensandosi a vicenda e promettendosi amore eterno. Perfino si permettono di scherzare sul nucleare iraniano: Chavez sorride affermando che sotto la collina dinnanzi al palazzo presidenziale sono nascosti missili atomici, pronti per essere diretti contro gli States.
Ma dietro gli scherzi e i sorrisi dei due, si cela la consapevolezza di entrambi che l’asse Caracas-Teheran non è sufficiente per sconfiggere la ragnatelica diplomazia americana. Non solo per la distanza che separa i due leaders, ma per la debolezza interna che contraddistingue i loro due paesi.

Gli ultimi socialisti: Hugo Chavez e il Venezuela

Hugo Chavez con l'usuale camicia rossa

Dobbiamo reinventare il socialismo. Non può essere il tipo di socialismo che abbiamo visto nell’Unione Sovietica, ma sarà chiaro che svilupperemo nuovi sistemi basati sulla cooperazione, non sulla concorrenza.

H.Chavez, 2005

L’argomento richiede la mia più profonda schiettezza. Sono sempre stato affascinato dai nuovi modelli socialisti, soprattutto quelli latinoamericani, ispirati dagli esempi di Che Guevara e Simon Bolivar, ma in molti versi distanti dai loro insegnamenti. Allo stesso tempo, tuttavia, rimango fortemente perplesso dinnanzi alle palesi privazioni delle libertà civili e alle dubbie condotte politiche dei governi neo-socialisti (Fidel Castro, Hugo Chavez, Lula, etc.)

Hugo Chavez è una figura indubbiamente interessante e per certi versi misteriosa. Sale e scende dalla ribalta internazionale solo quando prende posizioni contro l’imperialismo americano e insulta i suoi avversari mondiali (gli Stati Uniti certo, ma anche Gran Bretagna e Spagna tra molti altri). Difficile comprendere realmente lo spessore politico del presidente venezuelano senza essere influenzati dal filtro dei media e delle politiche ‘occidentali’. Chavez è variamente descritto come un despota ed un guerrafondaio amico di Ahmadinejad.

Il passato di Chavez è noto alla maggior parte dei cronisti: nasce in una famiglia umile della provincia di Barinas e si arruola nell’esercito appena raggiunta la maggiore età.
La dilagante corruzione dei governi venezuelani, ed in particolare di quello di Carlos Andres Perez, portano il paracadutista Chavez ad imbracciare le armi contro il potere politico e a partecipare ad una rivolta militare che investì tutto il paese.
Il golpe contro Perez fallì per la resistenza incontrata a Caracas, nella capitale, e Chavez passò alcuni anni nelle prigioni venezuelane per esservi poi liberato solo alla caduta del suo carceriere che venne sostituito da Rafael Caldera.

In pochissimo tempo, dal 1997 al 1999, Chavez riesce a fondare e far vincere un cartello di forze di sinistra che gli garantiranno il primo mandato da presidente del Venezuela. Il Movimiento Quinta República riuscì, infatti, a strappare il 56% dei consensi alle elezioni facendo leva su argomenti particolarmente sentiti dall’elettorato: analfabetismo, povertà, conflitti sociali e l’accessibilità del cibo ad ampi strati della popolazione.
Appena eletto istituì delle piattaforme (le famose missioni bolivariane) che si impegnarono per l’emancipazione sociale dei cittadini più indigenti del Venezuela. A tal proposito, sono molto interessanti le cifre e i grafici resi pubblici dopo i vari censimenti che si sono susseguiti durante il periodo Chavez. Essi dimostrano che i risultati raggiunti sono impressionanti: sia per le politiche sanitarie e educative (Chavez ha dichiarato sconfitto l’analfabetismo), sia per la lotta alla disoccupazione e alla diffusa povertà. Ovviamente l’altissimo status sociale fu finanziato con la nazionalizzazione delle risorse petrolifere del Venezuela.

Che si creda o meno alle cifre fornite dal governo (perchè di fonti governative si trattano), il popolo venezuelano ha dimostrato la sua riconoscenza al leader socialista in più di un’occasione.
Durante un duro sciopero infatti, una congiura ordita dall’ex presidente Perez e dalle gerarchie cattoliche (ed ovviamente con il beneplacito della comunità internazionale) creà una situazione di scontri che costrinsero Chavez a consegnarsi ai golpisti per evitare la guerra civile. Carmona Estanga si fregiò del titolo di presidente cancellando qualsiasi riferimento a Chavez ed al suo movimento. Curiosamente gli Stati Uniti non persero neanche un secondo a riconoscere il nuovo governo che avrebbe dovuto sostituire l’arcinemico socialista.
Un’impressionante mobilitazione popolare che chiese a gran voce la liberazione di Chavez portò il golpe al fallimento totale, restituendo così al leader socialista la carica di presidente.

In tutti questi anni Chavez ha potuto mettere su una sorta di alleanza politica tra paesi dell’America Latina, emancipandosi così dal dominio morale ed economico di Washington. Un progetto che non sembra essersi arrestato neppure con la malattia del presidente (attualmente soffre di tumore).

Hugo Chavez e Lula

Il Brasile di Lula (ora di Roussef), il Venezuela di Chavez e l’Argentina di Kirchner e perfino la Cuba di Castro formarono un asse economico che tutt’oggi minaccia la supremazia statunitense nell’area. Senza dimenticare l’appoggio di Chavez ai governi di Gheddafi e Ahmadinejad.

I paesi del Commonwealth si assottigliano

La bandiera giamaicana

Per tutti gli inglesi, la Giamaica è sempre stata un fiore all’occhiello dell’impero. Fin dal XVII secolo, l’isola è stata dominata dai re di Inghilterra e sfruttata come colonia strategica.
Nonostante molte nazioni si smarcarono dal dominio britannico già a partire degli anni 50′, l’isola che dette i natali a Bob Marley e Marcus Garvey (i due eroi nazionali giamaicani per eccellenza) dovette aspettare il 6 agosto 1962 per potersi dichiarare indipendente grazie ad un plebiscito nazionale. La trasformazione delle colonie britanniche nel Commonwealth (1949) facilitò il trapasso e la Giamaica, al pari di molti altri paesi (tra cui Australia e Canada) riconobbero la regina Elisabetta II come capo di stato, legittimando così una sorta di continuazione del legame coloniale. La presenza di un governatore ufficiale, nominato dalla regina per rappresentarla, rafforzò sicuramente la percezione che la presenza britannica.

Il 29 dicembre scorso, tuttavia, la vittoria del People’s National Party giamaicano con il 53,4% dei voti (42 seggi su 63 totali) ha portato al potere Portia Simpson-Miller.

Il nuovo premier della Giamaica

Il nuovo premier ha posto subito l’accento sulla questione costituzionale dell’isola e ha promesso una nuova fase di trasparenza: ‘Saprete tutto. Non vi nasconderemo niente. Adesso avete un governo di cui potersi fidare’.
All’insegna di questa sbandierata sincerità, la signora Simpson-Miller ha promesso la repubblica in tempi brevi, spezzando così ogni vincolo di fedeltà agli ex padroni coloniali.
Sir Patrick Alley, attuale governatore della Jamaica per conto della regina Elisabetta, avrebbe così le ore contate per l’arrivo della nuova repubblica giamaicana che dovrà nascere al seguito di un referendum. Certamente i giamaicani non sentiranno la mancanza di questa figura tanto inutile quanto odiosa: un intermediario nominato da un monarca lontano migliaia chilometri per una mera rappresentanza politica (i poteri del governatore sono pressochè nominali).
Staremo a vedere cosa ha in mente Londra per fermare quello che potrebbe essere il primo sintomo di un’emorragia.

 

Il revisionismo rivaluta anche Pinochet

Il Generale Pinochet

Che di matti a giro ce ne fossero a migliaia, lo sapevamo. Dell’esistenza di persone come il revisionista David Irving che negano l’olocausto e il sistematico sterminio nazista ne tenevamo conto. D’altronde non si può essere tutti normodotati. Ed è giusto, a mio parere, dare a queste persone (come pure a quel raccapricciante Ahmadinejad) la possibilità di dire le loro sciocchezze: perchè la repressione genera la diffusione della menzogna.

Certo però che in taluni casi, il revisionismo raggiunge davvero livelli inauditi. Oggi sono rimasto scioccato dalla notizia che, in Cile, il governo conservatore di Sebastian Piñera ha ordinato di cancellare la parola dittatura accanto alla storia del periodo di Pinochet.
Il suo ministro dell’Istruzione, Harald Beyer, ha infatti dato disposizioni di revisionare i libri di storia cileni per rivalutare il generale, definendo il suo governo solo come ‘regime militare’. Come per dire che la feroce soppressione delle libertà civili individuali e le torture furono legittimate dal ‘pericoloso’ governo socialista democraticamente eletto di Salvador Allende.
La destra conservatrice cilena, rimasta lontana dal potere per oltre 20 anni, dimostra così di non aver fatto totalmente i conti con il proprio passato dittatoriale. Come storici, potremmo dare un’infinita di definizioni alla parola dittatura ed ognuna di esse avrebbe dei difetti e delle forzature. Ciascuno di noi interpreta la storia singolarmente e la contestualizza a proprio modo.
Alcune cifre, tuttavia, aiuteranno ad etichettare il periodo che va dal golpe della Moneda del 1973 e l’assassinio di Salvador Allende fino al plebiscito del 1989 e alle dimissioni di Pinochet nel 1990. Il rapporto Retting (Informe Rettig) fu stilato al fine di quantificare le malefatte dei diciasette anni di Pinochet (qui il testo completo originale del rapporto):

– 2.279 persone persero la vita per mano della dittatura
– di queste, 164 sono classificate come vittime di violenza politica e ben 2.115 palesano violazioni dei diritti umani.

Le fredde cifre aiutano senza dubbio a chiarire l’efficacia dell’apparato di repressione golpista di Pinochet; ma non rendono giustizia alle barbarie avvenute in luoghi resi tristemente famosi (Villa Grimaldi e Colonia Dignidad, solo per citare i più famosi).
Emblematica in tal senso l’allocuzione di Thor Halvorssen Mendoza, paladino delle libertà civili e presidente della Human Rights Foundation che si espresse duramente nei confronti di Pinochet e dei suoi scagnozzi:

‘Egli (Pinochet ndt) ha reso inerme il parlamento, soffocato la vita politica, censurato i sindacati, e ha fatto del Cile il suo sultanato. Il suo governo fece sparire nel nulla 3,000 oppositori, arrestò 30.000 persone (torturandone migliaia)…il nome di Pinochet sarà per sempre legato ai Desaparecidos e ai voli della morte, alla tortura istituzionalizzata che avvenne nel complesso di Villa Grimaldi.’

 

'Qui si tortura': i cileni denunciano nel 1983

Che Pinera cerchi in ogni modo di rivalutare forzatamente il passato cileno, da parte mia continuerò a considerare Pinochet un violento dittatore e Salvador Allende una vittima del terrorismo di stato. Con la complicità della onnisciente CIA.

Margaret Thatcher e la guerra delle Falkland (Parte II)

Inaugurando l’approfondimento sulla ‘Lady di ferro’ parlando di un evento squisitamente interno come lo sciopero dei minatori, qui vogliamo invece focalizzare l’attenzione sulla guerra combattuta tra l’Argentina e il Regno Unito per il possesso delle isole Falkland (Malvinas) nel 1982. Curioso come un piccolissimo lembo di terra, costituito da poche isole, abbia tenuto occupato due eserciti per alcuni mesi e causato più di mille morti e migliaia di feriti. In effetti, prima ancora di parlare delle fasi belliche, dovremmo cercare di comprendere i motivi politici (o geo-politici) e finanche economici che accessero la miccia della violenza.

Generale Galtieri

Le voci tradizionali della storiografia (seria o frivola che sia) incolpano la giunta militare argentina, guidata dal generale Galtieri, di aver ordito una ingiustificata invasione delle Falkland al fine di ottenere una veloce vittoria (che poi non c’è stata) e riconquistare preziosi consensi perduti nella crisi economica dei primi anni 80′.
Effettivamente l’Argentina stava attraversando una disastrosa recessione in termini economici ed il Processo di riorganizzazione nazionale, nome autoimpostosi dalla Giunta Militare al potere, ne era sicuramente consapevole. Inoltre la lotta, senza esclusione di colpi, tra la feroce dittatura militare e le formazioni para-terroristiche della sinistra stavano esacerbando la società e la politica, mettendo le basi per la teorizzazione di quella che sarà poi nominata la Teoria dei due demoni (Theory of the two demons in inglese, Teoría de los dos demonios in spagnolo). Da una parte stavano i guerriglieri antigovernativi dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo (ERP: Ejército Revolucionario del Pueblo) e i peronisti dei Montoneros (MPM), dall’altra la Giunta Militare che governava l’Argentina con il pugno di ferro.
La repentina invasione delle Malvinas poteva essere dunque una ghiotta occasione per il presidente Galtieri per distogliere l’opinione pubblica dai numerosi problemi interni ed, eventualmente, salvare una dittatura sull’orlo del baratro (effettivamente la Giunta verrà spazzata via l’anno successivo alla guerra delle Falkland).
In realtà, come spesso accade, fa la sua comparsa in queste dirty wars anche il petrolio e le risorse naturali presenti sull’isola e che spiegherebbero non solo l’interesse della vicina Argentina, ma anche la ferocia con cui la Thatcher si riprese le isole.

Ad ogni modo, un’analisi sui motivi e le colpe della guerra non possono essere risolte in poche righe e, rischiando l’incompletezza, dobbiamo attraversare l’Atlantico e tornare alla nostra protagonista: Margaret Thatcher.

Lo sbarco delle truppe - Falklands 1983

Nei momenti successivi all’operazione Rosario in cui un manipolo di soldati argentini piantò la bandiera con il sole sul suolo delle Falklands, l’opinione pubblica britannica non credeva che una guerra così lontana potesse risolversi con una vittoria inglese. Probabilmente la Lady era l’unica, perfino nel suo stesso governo, ad essere determinatamente convinta di stroncare quella che vedeva come un’illegittima occupazione del suolo britannico.
Eppure alla Thatcher bastarono tre soli mesi (da marzo a giugno) per dichiarare la vittoria e la riconquista dei territori persi all’inizio di quella che doveva essere per l’Argentina una blitzkrieg.

La Thatcher, grazie alla provocazione bellica dell’Argentina, riuscì a ristabilire la geopolitica ante bellum ma soprattutto a reinserire la Gran Bretagna nel consesso delle nazioni militarmente pericolose. Che tradotto significava far valere i propri diritti anche in tempo di pace. La nazione comandata dalla Thatcher stava perdendo lo smalto internazionale, sia per i problemi legati alla violazione dei diritti umani in Irlanda del Nord (di cui parleremo nella III° parte) sia e soprattutto per il ruolo marginale che aveva avuto in importanti processi diplomatici dell’anno precedente all’attacco:

“Un anno (il 1981, ndt) che iniziò con un governo radicale islamico che aveva preso il potere a Teheran e che finì con l’Unione sovietica dell’Afghanistan.
Nel frattempo, il presidente americano Jimmy Carter dette un contributo a negoziare l’imperfetto trattato di pace di Camp David tra l’Egitto e Israele che, nonostante avesse fermato le ostilità tra Gerusalemme ed Il Cairo, non aveva compiuto seri passi per la risoluzione della grave situazione dei Palestinesi, un omissione che continua a perseguitarci anche oggi.

Il ruolo della Gran Bretagna in questi importanti eventi fu quello di un debole spettatore che guarda impotente eventi concatenati fuori dal suo controllo.
In Iran i rappresentanti britannici furono così compiacenti che fallirono dal prevedere che la radicalizzazione del clero della nazione avrebbe portato al rovesciamento di un alleato chiave pro-occidentale, mentre le proteste del governo britannico per l’invasione sovietica dell’Afghanistan furono a malapena registrate al Cremlino.”

Le parole di Con Coughlin, in un articolo del 2008 al Telegraph, ben descrive la situazione di marginalizzazione internazionale di cui soffriva il Regno Unito. Dalla disastrosa Crisi di Suez del 1956, gli inglesi non erano più riusciti ad imporre la loro egemonia senza subire l’ombra di Washington. Scott Lucas individua proprio nella vittoria delle Falkland il vittorioso tentativo della Thatcher di riprendersi autonomia internazionale dai tempi di Suez:

“(Suez, ndt) fu l’ultimo significativo tentativo della Gran Bretagna di imporre la sua volontà militare all’estero senza il supporto degli Stati Uniti, fino alla guerra delle Falklands nel 1982.”

La Thatcher potè così presentarsi alle elezioni dell’anno seguente con una spilla sulla giacca che diceva: ‘io ho vinto la guerra con l’Argentina, io ho scacciato i nemici e io ho riportato la Gran Bretagna in primo piano’. Quello che però la spilla non citava era il galoppante tasso di disoccupazione che non si arrestava, complice le sanguinose politiche interne del governo conservatore.
La vittoria alle Falklands furono certamente uno dei pilastri su cui poggiò la rielezione dell’83. La Thatcher riuscì a strappare oltre il 42% dei suffragi ottenendo una maggioranza di 144 MPs alla Camera dei Comuni.

Margaret Thatcher

Il ‘Fattore Falkland’ (Falklands Factor) aveva dato i suoi frutti: un’ondata di nuovo nazionalismo invase il Regno Unito e ipotecò la rielezione di Margaret Thatcher al numero 10 di Downing Street.

Alcuni links:

Il trionfo della Thatcher nel 1983. BBC News

Sleepless Margaret Thatcher ‘stayed up for the entire Falklands War’. Daily Mail

Video-Documentario sulla guerra delle Falkland, in italiano (4 parti).

L’annuncio della guerra di Margaret Thatcher alla Camera dei Comuni.