Elezioni in Irlanda 2016: i risultati definitivi


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Ci crediate o no, i 158 seggi del parlamento irlandese non sono ancora stati assegnati. Certamente i bilanci delle elezioni politiche 2016 sono già ampiamente emersi, ma lo spoglio e il riconteggio delle schede elettorali è ancora in corso a diversi giorni dall’election day.

I risultati, come da copione ultimamente, hanno sconfessato incredibilmente i sondaggi della vigilia e apriranno inediti scenari. Prima di leggerli, tuttavia, qualche informazione e qualche numero sono d’uopo per capire la politica irlandese.

Com’è noto l’isola di Irlanda è divisa in due: le sei contee del Nord fanno ancora parte del Regno Unito e non sono ovviamente state interessate da questa tornata elettorale e le 26 contee del Sud (Eire).

La popolazione irlandese si aggira intorno ai 4 milioni e 600 mila cittadini di cui solo poco più di 3 milioni e mezzo gode del suffragio. Nelle elezioni generali della scorsa settimana si è registrata una delle affluenze al voto più basse di sempre: solo il 65% degli aventi diritto è andato a votare il 26 febbraio. Dal dopoguerra ad oggi è andata peggio solo nel 2002 quando votò uno sparuto 62%.

I seggi in palio al XXXII° Dáil Éireann (il parlamento irlandese) erano 158 distribuiti su 40 circoscrizioni elettorali. Per formare un governo sarebbero appunto bastati 79 TD’s (Teachta Dála: una sorta di titolo onorifico per i parlamentari irlandesi): una quota non raggiunta per queste elezioni.

gaelico irlandese

Ecco i risultati definitivi:

Fine Gael 25,52% 49 seggi

Fianna Fail 24,35% 44 seggi

Labour 6,61% 6 seggi

Sinn Fèin 13,85% 23 seggi

Indipendenti 17,83% 23 seggi

AAA-PBP 3,95% 6 seggi

Verdi 2,72% 2 seggi

Socialdemocratici 3% 3 seggi

Emergono dunque dati importanti da cifre e percentuali:

1 Il governo targato Fine Gael – Labour è arrivato al capolinea. Enda Kenny molto probabilmente non sarà riconfermato Taoiseach (premier) e si dovrà optare per una grande coalizione alla tedesca o per nuove elezioni. Tutto questo in barba ai sondaggi della vigilia che davano si il Fine Gael in affanno, ma comunque vicino alla maggioranza assoluta.

2 Se il grande sconfitto rimane il partito di governo Fine Gael, ancora peggio è andata ai suoi partner laburisti che in 5 anni hanno perso 27 seggi e quasi il 13% in termini assoluti di consenso elettorale. Perfino la leader del Labour, Joan Burton, ha rischiato di non essere rieletta al Dáil Éireann. Una storia molto simile a quello che è capitato ai libdems britannici cui gli elettori non perdonarono all’alleanza con i Tories.

3 Se i consensi per il governo è crollato non è certo per merito dell’opposizione. Il maggiore sfidante di Kenny, il Fianna Fáil di Micheal Martin, ha guadagnato solo il 6,9% contro più del 23% perso dai partiti governativi. Dove sono andati tutti questi voti?

4 Grandi attese erano su Gerry Adams e lo Sinn Féin. Ad inizio 2015, il partito nazionalista ex braccio politico dell’IRA, era quotato al secondo posto e insidiava addirittura il primo. Si parlava già di rivoluzione nazionalista. Ma i risultati, seppur sicuramente positivi per un partito che fino ad otto anni fa aveva il 6%, si sono rivelati ben sotto le aspettative. Lo Sinn Féin ha in effetti guadagnato solo il 4% e una truppa di 9 seggi al Dáil.

5 I veri vincitori sono in effetti gli indipendenti: ovvero candidati non allineati con nessun partito che hanno raccolto la quota necessaria per essere eletti. Pensate che se tutti gli indipendenti si riunissero sotto una sola sigla sarebbero il terzo partito di Irlanda con oltre il 17% dei consensi elettorali.

Cosa succederà adesso?

Anche nel caso di una grande coalizione è poco probabile che Enda Kenny venga rieletto premier. Più realisticamente verrà identificata una figura meno invisa al Fianna Fail e che possa mettere insieme più consensi.
La grande coalizione eviterebbe un nuovo, rischioso appuntamento elettorale ma l’immobilismo che ne deriverebbe potrebbe consegnare il prossimo governo (vicino o lontano) allo Sinn Fèin.

Entrambi i partiti, comunque, per adesso giurano e spergiurano di non voler formare una grande coalizione. Ma per discussioni e compromessi è ancora presto: l’urna elettorale è ancora calda.

 

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