L’Irlanda del Nord tra futuro e passato: una pace a metà.


IRLANDA DEL NORD

L’Irlanda del Nord è in pace. La guerra è finita. Si deve guardare avanti.
Centinaia di slogan hanno accompagnato i massicci cambiamenti politici in atto nelle sei contee del Nord Irlanda negli ultimi 10-20 anni. L’IRA si è fatta sempre più timida, Belfast si è riempita di turisti e studenti alle prese con programmi Erasmus e la ‘vecchia guardia’ è stata sempre di più emarginata e resa ininfluente.

Il futuro appartiene ormai ai giovani.

Normalizzazione la chiamano: manuale su come trasformare una nazione divisa e tribolata da una guerra pluridecennale in una moderna e pacifica comunità di quasi due milioni di abitanti. Il fiore all’occhiello dell’amministrazione britannica che governa il Nord Irlanda con liberalità e paternalismo.

Disoccupazione, immigrazione, criminalità ordinaria e degrado urbano sono i problemi più pressanti da affrontare per il governo di Stormont che lega assieme l’intellighenzia della defunta IRA, quella dei vecchi gruppi paramilitari lealisti e i disorientati cattolici moderati che una volta rappresentavano buona parte della compagine indipendentista. Una nazione di ex: ex soldati, ex volontari, ex poliziotti.

La base etnica-religiosa sulla quale si basava il blocco politico elettorale si sta disintegrando: gli antichi politici dell’IRA, lo Sinn Fèin, ha aperto le porte a protestanti e ‘nuovi repubblicani’ sbattendole a chi non ha voluto/saputo eliminare un passato troppo scomodo.

Prendiamo il caso di Martina Anderson: una solare donna di mezza età recentemente eletta al Parlamento Europeo con una tornata elettorale leggendaria per il suo partito, lo Sinn Fèin appunto. La Anderson è una pasionaria repubblicana della prima ora: non era raro negli anni 80′ trovarla in carcere per le sue ben note attività di guerriglia nella Provisional Irish Republican Army. E’ stato fatto ripetutamente il suo nome durante le indagini atte a trovare i bombaroli dell’84 a Brighton dove quasi ci rimise la testa Margaret Thatcher e tutto il gotha conservatore dell’epoca.

Oggi il suo partito governa il paese che si ostinava a non voler riconoscere, siede in un parlamento che doveva essere fatto saltare in aria e difende indefessamente l’operato di forze di polizia che fino a vent’anni fa rappresentavano il ‘dominio britannico in Irlanda’. La Anderson ha seppellito chissà dove il suo AK-47, la sua giacca camouflage e il passamontagna. E’ una delle più presenti europarlamentari di Strasburgo e sicuramente uno dei membri più attivi dello Sinn Fèin nel tacciare come traditori chi non si allinea alla nuova pace.

All’Irlanda Unita nessuno crede più. Neppure la Anderson. Le profonde e laceranti divisioni tra protestanti e cattolici riguardano oggi solo la chiesa in cui credono.

Eppure solo tre giorni fa, Paul Murphy ha sommessamente ammesso che il processo di pace ‘è più lento di quanto ci si aspettasse’. Ci si può credere se a dirlo è l’ex Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord, intrigante perifrasi per il governatore britannico delle sei contee dell’Ulster.

A cosa fa riferimento questa sincera, ma isolata, dichiarazione?

Murphy potrebbe certamente riferirsi all’ostinato persistere di gruppi paramilitari in Irlanda del Nord che non riconoscono la tregua del 1997. D’altronde ogni serio governo democratico prenderebbe sul serio le minacce di gruppi terroristici all’interno dei propri confini.

Fortunatamente per Londra, le poche centinaia di irriducibili romantici che ancora imbracciano il fucile sono sparpagliati in una miriade di sigle: ognuna a rivendicare l’autentica eredità dell’IRA degli anni di fuoco nordirlandesi. La loro strategia e i loro attacchi sono talmente deboli da non sollecitare neppure una leggina speciale anti-terrorismo: nel 2009 la Real IRA e la Continuity IRA fecero fuori rispettivamente due soldati britannici ed un poliziotto per poi tornare nell’oblio più totale fino ad oggi.

Anche la galassia paramilitare lealista non se la passa meglio: talmente infiltrata di criminalità che difficilmente si riesce a distinguere un nascente leader militare lealista da un signorotto della droga locale. Senza considerare il fatto che la guerra l’hanno vinta loro e tutti coloro che volevano il mantenimento dello status quo sotto la Corona. Nessun loro interesse dunque ad alzare il tiro.

La violenza paramilitare è stata sicuramente ibernata in attesa di tempi migliori, ma le comunità del Nord Irlanda sono ancora profondamente divise. Se i politici delle due ali – nazionalista e lealista – sono passati dalla guerra alla convivenza in pochissimi mesi; i cittadini invece stentano ancora a riconoscersi nella nuova, ritrovata unità.

Cifre alla mano: oltre il 90% dei bambini nord irlandesi in età scolare frequentano scuole confessionali (cattoliche o protestanti) con l’ovvio risultato che i nuovi cittadini cresceranno senza essersi mai davvero confrontati con la parte ‘nemica’. E’ sconvolgente pensare che nell’Europa del XXI° secolo esistano ancora forme indiscutibilmente segregazioniste, anche se non decretate e alimentate da governi (tant’è che quello nordirlandese viene definito ‘self-imposed apartheid‘).

La diffidenza tra le due comunità è chiara anche se osserviamo da vicino le scelte matrimoniali dei nordirlandesi: solo il 5% delle coppie sposate sono trans-comunità. L’endogamia rappresenta ancora una legge da rispettare fedelmente nelle famiglie nordirlandesi.

Permane così l’isolamento sociale delle due comunità, simboleggiato fisicamente dalla barriera divisoria beffardamente ‘peace line‘: di qua i buoni e al di là i cattivi. Non è permesso di superare l’antica diffidenza.
Sarebbe un’errore però ricondurre le divisioni ad un piano meramente religioso: quello che davvero importa non è la preferenza ad un credo diverso dal proprio, ma decisamente l’appartenenza all’altra comunità: quella ostile e fortemente sconosciuta.

Ogni anno in un quartiere cattolico e spudoratamente repubblicano chiamato Ardoyne (Belfast Nord) viene permessa l’orgogliosa sfilata della crème orangista. I membri dell’Ordine di Orange, tradizionalmente legati al più radicale mondo lealista, attirano le proteste (il più delle volte violente) dei locali che non vorrebbero la ‘bastards parade‘. Negli anni più fortunati le proteste causano ‘solo’ danni a vetture ed edifici e durano qualche giorno.

Short Strand subisce un destino simile a cadenza quasi annuale: gli abitanti di questa piccola enclave cattolica vengono regolarmente attaccati e costretti ad abbandonare le loro case durante quelli che hanno tutto il sapore di pogrom.

Murphy ha totalmente ragione: il processo di pace è molto lento. A volte talmente lento da apparire fermo. Resta la convinzione diffusa che in Irlanda si sia raggiunta faticosamente una pace politica, concepita e partorita dentro e per la politica. Mentre là fuori, per le strade, la guerra civile continua.

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