Il gusto proibito dello zenzero e l’internamento giapponese in America


La copertina del libro di Ford

Deve essere una specie di maledizione. Ogni volta che ‘investo’ innumerevoli ore della mia vita nella scelta di un libro, l’avventura storia finisce quasi sempre con una cocente delusione.
Stavolta, costretto da tempi brevi, mi sono lanciato su un romanzo da leggere in pochi giorni e (diciamocelo con franchezza) sono stato attirato dal basso costo. Mai avrei speso venti euro ad occhi chiusi per un libro di cui non avessi mai sentito parlare.
Eppure, come già per ‘Un giorno della mia vita’ di Bobby Sands, la fretta e la superficialità della scelta mi hanno coinvolto in una lettura appassionante e quasi magnetica.

Raramente è capitato ad un accanito ed esoso lettore come il sottoscritto. Il mio gusto, lo ammetto, è talmente particolare da non incontrare (quasi) mai la soddisfazione scaturita da un ottimo libro.

Questa volta mi è andata egregiamente bene. Non mi sono affidato alle recensioni dei lettori su IBS.it, non mi sono fatto consigliare da amici e conoscenti e soprattutto mi sono allontanato dalle consuetudini che tanto mi avevano annoiato negli ultimi mesi.
Mi sono lanciato sul best-seller di Jamie Ford con la velocità di un ghepardo e, senza pensarci due volte, ho preso quei nove euro e novanta dal mio polveroso portafoglio da studente per darli alla commessa della libreria.

Beh Ford mi ha letteralmente stupito. Il libro si è rivelato, già fin dalle prime pagine, un fiume in piena. La prosa pulita certo aiuta il lettore a calarsi nella narrazione e la complessità psicologica dei personaggi (su tutti spiccano certamente il padre di Henry sospeso tra identità culturale e amore per il figlio e la signora della mensa) funge da perfetto sfondo alla struggente storia d’amore tra un adolescente cinese ed la sua compagna giapponese.
Due sono, tuttavia, gli elementi che davvero inchiodano il lettore e annoverano ‘Il gusto proibito dello zenzero’ (Hotel on the Corner of Bitter and Sweet il titolo orginario) tra i più bei libri che abbia mai avuto tra le mani.

L’alternanza a piani temporali sdoppia il flusso degli eventi in maniera magistrale: così possiamo seguire ‘in diretta’ l’evoluzione del personaggio Henry come un tredicenne ribelle e Henry come un barboso padre in età avanzata. Il gigantesco flashback permette a Ford di tracciare idealmente un confronto tra la società americana degli anni 40′ e quella contemporanea. Da una parte un ragazzetto costretto ad indossare un adesivo sulla giacca per ribadire la sua identità cinese allontanando la paura degli occhi a mandorla, dall’altra uno studente modello (il figlo Marty) così ben inserito nel tessuto sociale americano da quasi dimenticarsi dei suoi ‘diversi’ tratti somatici.

Istruzioni per l’internamento giapponese

Il secondo elemento forte dello sforzo letterario di Jamie Ford è la sua accurata descrizione della Seattle cosmopolita degli anni della guerra e l’ambientazione storica in cui evolvono i personaggi e, con loro, gli eventi della Storia.
Il grande merito dell’autore rimane quello di portare a galla (anche a noi poveri europei) la tragedia dei giapponesi (o meglio degli americani con identità, background o anche solo nomi giapponesi) internati in campi di prigionia per il solo peccato di essere tali.
Non importa quanto la famiglia Okabe fosse americana e patriota, non importa se la figlia Keiko sapesse parlare nient’altro che l’inglese, tutti furono accomunati a quei giapponesi che bombardavano Pearl Harbour e davano fuoco alle città americane nel Pacifico.

La storia di Keiko ed Henry rimane per me un’ingegnosa scusa per raccontarci un’altra storia, per farci riflettere sulla correttezza della versione ‘canonica’ della storiografia (da cui il lungo titolo di questo post).

Scritte antinipponiche in America

La prova che accanto agli orrori del nazismo venivano perpetrate profonde ingiustizie anche al di là dell’oceano. Certo in misura minore, certo spinte dalla tesa atmosfera bellica e certo con minore sistematicità; ma davvero siamo sicuri di avere gli strumenti giusti per giudicare?
Ford non lo fa mai: in effetti la sua mano e il suo pensiero è quasi impercettibile. Egli, facendo tesoro delle sue radici cinesi (come il protagonista del suo romanzo) e del suo ‘essere diverso’ dallo stereotipo tutto americano, racconta la storia degli emarginati, della segregazione razziale (significativo a tal proposito, l’episodio del nero Sheldon costretto a sedere sul bus lontano dai bianchi) e dei rastrellamenti dell’esercito americano.

La trama leggermente scontata, il finale affrettato e alcune lacune nel ritrarre le identità culturali dei suoi personaggi non sminuiscono certo il riuscito tentativo di ridare voce agli oltre centomila giapponesi privati della libertà in nome di una patria ingiusta.

Bambini giapponesi giocano in un campo di prigionia

Per saperne di più sull’internamento giapponese in America, clicca qui.
Sulle extraordinary renditions clicca invece qui.
Qui, infine, uno scampolo di documentario sull’argomento (in inglese).

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