L’Irlanda e l’Europa: di nuovo al voto


L’Irlanda al voto

In queste ore sono aperte le urne nelle ventisei contee del sud per lasciar esprimere il popolo irlandese sul cosiddetto ‘fiscal pact‘.
Nonostante le aspettative di affluenza siano molto limitate, il voto avrà ripercussioni sulla vita politica irlandese ed europea. Nei giorni scorsi, infatti, politici di diversa estrazione si sono dati battaglia su due fronti opposti: gli uni per invitare gli elettori a ratificare il trattato, gli altri a respingerlo in funzione anti-austerità e antigovernativa.
Cosa prevede dunque il trattato?
Il ‘Fiscal Pact‘ è un accordo raggiunto da 25 stati membri dell’Unione Europea che prevede un maggiore coordinamento tra le nazioni europee in materia economica. Sarà richiesto ai governi più attenzione ai giganteschi deficit che stanno piagando l’Europa (quello irlandese è oltre il 13%) e soprattutto di ridurre il debito pubblico tramite ulteriori misure di austerità.

Nonostante gli altri stati membri abbiano ratificato il trattato senza ricorso alle urne (tramite semplice voto parlamentare per lo più), l’Irlanda prevede nella sua costituzione la consultazione popolare per ogni decisione che vada ad inficiare sulle politiche nazionali. Come già per il Trattato di Lisbona, il voto di oggi rischia nuovamente di presentare l’Irlanda come la ‘pecora nera’ dell’Unione.
In caso di vittoria del ‘No’, il trattato entrerà comunque in funzione per gli altri stati e verrà probabilmente ripresentato in Irlanda un nuovo referendum sulla stessa materia in breve tempo (sulla scia di quanto accadde per il trattato di Lisbona). In effetti, Richard Bruton, attuale ministro del lavoro ha riferito alla radio la fondatezza di un secondo voto referendario.

Come sempre accade, il voto è utilizzato dal governo per misurare il consenso e dai partiti di opposizione per tentare di dare una spallata al governo, impegnandolo su più fronti.

Enda Kenny

Enda Kenny, il Taoiseach irlandese, si è fatto personalmente promotore per la ratifica e ha chiesto un ‘Si alla stabilità, agli investimenti, alla ripresa e all’Irlanda del lavoro’. Il partito del premier si è schierato senza sosta per diffondere un immagine positiva del trattato, necessario per spingere la ripresa ed evitare l’isolamento politico-economico dall’Europa.
Anche il partner di governo del Fine Gael, il Labour, si è detto convintamente per il Si.

Il premier Kenny e Joan Bruton (Labour)

Joan Burton, vicesegretaria del partito e ministro del Welfare (Social Protection) si è così espressa: ‘Dobbiamo essere sicuri che il governo continuerà ad avere soldi per pagare il sistema di stato sociale, perchè la disoccupazione non scomparirà da un giorno all’altro nonostante i molti annunci di lavoro negli ultimi mesi’.

Il Fianna Fàil, partito di opposizione dell’ex ministro degli esteri Micheal Martin, ha comunque invitato i suoi elettori al Si: ‘Votando Si, manderemo il giusto segnale ai nostri mercati di esportazione riguardo il futuro dell’Irlanda in Europa. Potenzieremo la confidenza internazionale sul futuro economico irlandese, potenziando dunque le esportazioni dall’Irlanda’. Il partito, comunque, non manca di voci dissidenti al suo interno di contrasto posizione ufficiale. Éamon Ó Cuív, ex ministro e vice segretario del Fianna Fàil si è dimesso dalle sue funzioni perchè si è detto indisponibile a votare Si al referendum.

Lo Sinn Fèin, invece, non si è risparmiato per chiamare il suo crescente pubblico a votare contro il fiscal pact. Rivolgendosi all’accordo come ‘trattato di austerità’, Gerry Adams (numero uno del partito e parlamentare per il seggio di Louth) ha detto che ‘una vittoria del Si renderebbe istituzionalizzate le fallimentari politiche che hanno creato tante privazioni in Irlanda’. Ancora una volta, Adams chiede agli elettori di non privarsi delle loro prerogative democratiche e della loro voce sulle materie economiche nazionali.
Lo Sinn Fèin fa dunque leva (come già per Lisbona) sul ruolo dell’elettorato attivo nella vita politica ed economica del paese, rifiutando quelle che sono descritte come ‘ingerenze esterne’.

Il Presidente (Adams) e la vicepresidente (McDonald) dello Sinn Fèin

Mary Lou McDonald, altra punta di diamante della scuderia Sinn Fèin, ha attivamente partecipato a quasi tutti i dibattiti TV ed ha ribadito l’assoluta necessità di opporsi al trattato e ha accusato il governo di adottare una ‘politica della paura’. Il No, seconda la McDonald, non porterebbe come conseguenza un isolamento economico dell’isola bensì allineerebbe l’Irlanda al crescente numero di stati contro l’austerità (tra cui la Francia del neopresidente François Hollande e l’Italia di Mario Monti).
A fianco dello Sinn Fèin in questa battaglia, alcune voci indipendenti (come Shane Ross) e il Socialist Party of Ireland il cui segretario , Joe Higgins, ha ribadito le accuse di ‘eccessivo allarmismo’ da parte del governo. Anche il cartello elettorale di estrema sinistra, la United Left Alliance, si è schierato per il No.

Oltre tre milioni di elettori sono chiamati al voto oggi e i sondaggi della vigilia regalavano al fronte del Si una vittoria di misura (39% vs 30%), ma il partito degli indecisi (circa il 22%) potrebbe rivelarsi decisivo per un ribaltamento.

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