La Juve ha vinto lo scudetto e decine di palestinesi stanno morendo


Le notizie odierne non mancano. Dall’elezione di Hollande, alla paura per le borse europee, passando dalle amministrative italiane. I quotidiani versano fiumi di inchiostro per rendere comprensibile questa maledetta crisi economica, alimentando la paura e quindi le vendite.

Ma la notizia che campeggia su ogni testata è ovviamente la vittoria della Juventus. Per i quasi sessanta milioni di italiani, ovviamente, il calcio rappresenta una priorità imprescindibile. Stamani, presso l’edicola sotto casa, il corriere dello sport e la gazzetta erano ovviamente terminati alle prime luci dell’alba.
Sui social networks gli juventini (ferventi, blandi o opportunisti non importa) postano status trionfanti sull’impresa ed i detrattori invocano macumbe e vendette sulla squadra vincente, mossi da invidia o semplicemente da campanilismo.

Non me ne vogliano gli sportivi dell’ultima ora, anche il sottoscritto è appassionato di calcio e un tifoso distratto della sua squadra. Eppure, vorrei portare alla luce una notizia forse un tantino più importante (ovviamente secondo il mio punto di vista).

Prigionieri Palestinesi

Il 17 aprile scorso, in una terra chiamata Palestina, tra le migliaia di prigionieri politici, alcune decine hanno intrapreso uno sciopero della fame ad oltranza per protestare contro le dure condizioni di vita nelle carceri israeliane.
Lungi da me giudicare i motivi per cui sono stati imprigionati, processati (a volte) e condannati; ma certamente anche il più efferato delitto non può e NON DEVE mettere le autorità israeliane nelle condizioni di privare i palestinesi dei più fondamentali diritti umani.
Da moltissimi anni, moltissimi prigionieri non possono essere visitati dai parenti che spesso percorrono anche moltissimi chilometri (considerate anche il costo economico oltreche umano di questo sacrificio) per vedersi rifiutati i visti di ingresso per abbracciare o anche solo vedere un proprio caro.
Perquisizioni invasive e percosse sono ovviamente all’ordine del giorno, come pure l’isolamento psicologico a cui devono sottostare i prigionieri.

‘Lo sciopero della fame per la dignità’

Così i prigionieri hanno iniziato l’unica forma di protesta disponibile per un prigioniero: il rifiuto del cibo. Tutto ciò per attirare l’attenzione internazionale e per ribadire la dignità personale del condannato.
Spontaneo, chiaramente, il parallelo con gli scioperi della fame irlandesi, dove trovarono la morte moltissimi prigionieri dell’IRA (tra cui il più famoso, Bobby Sands, il cui anniversario ricorreva l’altro ieri). Le richieste erano pressochè le stesse e il silenzio e le umiliazioni quotidiane a cui erano costretti sono le medesime dei prigionieri palestinesi (qui alcune delle loro rivendicazioni).

Mi viene in mente uno slogan che campeggiava su uno dei famosi murales cattolici di Falls Road a Belfast: ‘Oppression breeds resistance‘, l’oppressione nutre la resistenza. E’ ora che gli israeliani, i britannici e chiunque altro calpesti i diritti individuali della persona impari questa lezione.

I dieci prigionieri irlandesi morti di inedia nel 1981 nelle carceri britanniche

Alcuni di loro hanno superato due mesi di sciopero e stanno letteralmente morendo di inedia senza che il mondo muova un dito. Bilal e Thaer hanno raggiunto il macabro risultato di 70 giorni senza cibo, Hassan e Omar ‘solo’ 64 e 62 giorni. Le loro condizioni di salute sono, come possiamo immaginare, estreme. I risultati ottenuti? Scarsi.

Chissà se questi ragazzi abbiano saputo dello scudetto della Juventus.

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