Alcune rime di Michelangelo


Ecco qui una stupenda ballata (anche se la definizione, dal punto di vista metrico, è impropria) di Michelangelo.
L’artista in questi struggenti versi riprende uno dei tempi più sviscerati: ovvero quello di un amore in età matura, un amore quasi impossibile.
La poesia, scritta nel 1524 all’inizio di una lettera per Francesco Fattucci, si sviluppa come un drammatico dialogo con Eros. Si vengono qui a perdere, pertanto, l’ironia e la leggerezza che Michelangelo dimostrò in altre poesie.

Che fie di me? che vo’ tu far di nuovo
d’un arso legno e d’un aflitto core?
Dimmelo un poco, Amore,
acciò che io sappi in che stato io mi truovo.
Gli anni del corso mio al segno sono,
come saetta c’al berzaglio è giunta,
onde si de’ quetar l’ardente foco.
E’ mie passati danni a·tte perdono,
cagion che ‘l cor l’arme tu’ spezza e spunta,
c’amor per pruova in me non ha più loco;
e s’e tuo colpi fussin nuovo gioco
agli occhi mei, al cor timido e molle,
vorria quel che già volle?
Ond’or ti vince e sprezza, e·ttu tel sai,
sol per aver men forza oggi che mai.
Tu speri forse per nuova beltate
tornarmi ‘ndietro al periglioso impaccio,
ove ‘l più saggio assai men si difende:
più corto è ‘l mal nella più lunga etate,
ond’io sarò come nel foco el ghiaccio,
che si distrugge e parte e non s’accende.
La morte in questa età sol ne difende
dal fiero braccio e da’ pungenti strali,
cagion di tanti mali,
che non perdona a condizion nessuna,
né a·lloco, né tempo, né fortuna.
L’anima mia, che con la morte parla,
e seco di se stessa si consiglia,
e di nuovi sospetti ognor s’attrista,
el corpo di dì in dì spera lasciarla:
onde l’immaginato cammin piglia,
di speranza e timor confusa e mista.
Ahi, Amor, come se’ pronto in vista,
temerario, audace, armato e forte!
che e’ pensier della morte
nel tempo suo di me discacci fori,
per trar d’un arbor secco fronde e fiori.
Che poss’io più? che debb’io? Nel tuo regno
non ha’ tu tutto el tempo mio passato,
che de’ mia anni un’ora non m’è tocca?
Qual inganno, qual forza o qual ingegno
tornar mi puote a·tte, signore ingrato,
c’al cuor la morte e pietà porti in bocca?
Ben sare’ ingrata e sciocca
l’alma risuscitata, e senza stima,
tornare a quel che gli diè morte prima.
Ogni nato la terra in breve aspetta;
d’ora in or manca ogni mortal bellezza:
chi ama, il vedo, e’ non si può po’ sciorre.
Col gran peccato la crudel vendetta
insieme vanno; e quel che men s’aprezza,
colui è sol c’a più suo mal più corre.
A che mi vuo’ tu porre,
che ‘l dì ultimo buon, che mi bisogna,
sie quel del danno e quel della vergogna?

Michelangelo Buonarroti, Rime, Milano 1998

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