Genesi, sviluppo e decadenza delle realtà urbane in Britannia


 

Introduzione

E’ innegabile il ruolo ricoperto dagli insediamenti urbani nel processo espansionistico romano. Oltre ad essere il polo di gestione amministrativa e politica dei territori conquistati, le città erano anche uno straordinario veicolo di romanizzazione. Un ruolo che, troppo spesso, viene attribuito all’operato dell’esercito. Recenti studi hanno infatti evidenziato come i soldati di stanza in Britannia provenissero, a partire dal II secolo d.C, quasi esclusivamente dalle province, venendosi così a creare una sorta di “Melting Pot”, ben lontano dall’essere espressione di romanità.

Possiamo quindi considerare l’urbanizzazione della provincia uno degli aspetti più importanti di cui Roma si servì per incatenare i popoli sottomessi. E non rischiamo ad affidarci sinceramente all’analisi di straboniana memoria che individuava nella costruzione di città e infrastrutture un modo per rendere le popolazioni semi – barbariche della Britannia più vicine all’ideale di humanitas.

Certamente la questione non può, e non deve, essere ridotta ad un semplice assioma, valido per ogni epoca e per ogni provincia. Inavvertitamente è stato trascurato il ruolo che le realtà autoctone hanno giocato sul nuovo assetto urbanistico che l’impero romano ha esportato.

La Britannia, com’è noto, era la provincia più settentrionale dell’impero. Essa rappresenta non soltanto un difficile campo di ricostruzione topografica delle realtà urbane, ma soprattutto porta in se il germe del dubbio per quanto concerne alcune questioni tanto interessanti quanto di difficile interpretazione. E questa breve esposizione vuole proporsi, senza pretese di esaustività, di esplorare proprio una di queste delicate tematiche. Una sorta di percorso analitico il cui scopo ultimo non sia influenzato da preconcetti, ma sia frutto del paradigma imprestatoci da Doyle “Osservare, concatenare, dedurre”.


 

Le città in Britannia

Un fenomeno complesso come quello dello sviluppo urbano in una provincia non può essere completamente compreso senza i necessari assunti.

L’indagine sulle città romano – britanniche è stata spesso subordinata alle necessità ambientali del sito. Non raramente infatti, i siti indagati giacciono sotto il piano delle città moderne, offrendo agli archeologi inglesi uno straordinario campo di sfida per l’archeologia urbana, e di cui, non a caso, sono degni promotori.

Come già accennato nell’introduzione, la città romana, in tutti suoi aspetti era un tramite per rendere sicuro un determinato territorio, quindi sottometterlo e sfruttarlo. Basti pensare alle numerose coloniae fondate in zone di frontiera o conquistate poco prima della deductio. La nuova città fondata entrava a far parte dell’orbita amministrativa romana, adottandone le istituzioni canoniche che la prassi richiedeva. E sicuramente, queste nuove città avrebbero concorso allo sfruttamento sistematico del territorio.

Ma le coloniae sono solo una minima parte dell’avanzamento urbanistico romano. La maggior parte dei territori conquistati erano già costellati di agglomerati urbani che dovevano essere compresi nel sistema romano e che rappresentavano un ostacolo evidente per la riuscita della romanizzazione della provincia. Dovevano divenire “effigies parvae simulacraque” di Roma.

La Britannia post-bellica, in tal senso, doveva presentarsi agli occhi dei conquistatori come una terra facilmente plasmabile a propria volontà, proprio perchè erano poche le città esistenti che potevano fregiarsi di tal titolo.

L’apporto documentario epigrafico è stato essenziale per riconoscere i tre diversi status giuridico – amministrativi tra le città romano – britanniche: le coloniae, i municipia e le cosiddette civitates.

La colonia rappresenta, forse, l’esempio più fulgido di una realtà urbana che esercita una forte funzione pacificatrice; e non a caso, molto spesso, nascevano da iniziative pubbliche mirate a premiare i veterani legionari con terra coltivabile. Lo stesso Tacito conferma questa tesi, descrivendo la fondazione della più famosa colonia britannica ossia Camulodunum (odierna Colchester) come mezzo di controllo per un territorio particolarmente turbolento[1]. Considerati a tutti gli effetti cittadini romani, i coloni di Camulodunum sfruttavano non solo le risorse economiche del terreno prossimo alla città, ma opprimevano gli stessi indigeni. E certamente, questa, doveva essere una delle cause scatenanti della rivolta di Boudicca (60 d.C) che, non fortuitamente, si diresse proprio verso la colonia per la sua vendetta.

La città fu fondata nel 49 d.C, ma inizialmente, sviluppandosi da un campo legionario, era semplicemente ” little more than converted army camp“[2] lontano dall’essere quel sito di straordinaria estensione scavato nel 900′. La città si sviluppò rapidamente ed sarà, per molto tempo, l’emblema del potere politico romano nella provincia.

Lo status di colonia era certamente un titolo ambito dalle realtà urbane della provincia poiché poche ne potevano beneficiare. Sono state individuate tre coloniae di genesi militare: la succitata Camulodunum, Colonia Lindensium(Lincoln) e Colonia Nervia Glevensium (Gloucester). Più arduo la definizione di Londinium (Londra) e di Colonia Eburacensis (York) che sembrano frutto di una promozione successiva.

I municipia, per molti versi, erano simili alle colonie. Entrambi dovevano, ad esempio, adottare leggi e magistrature romane, ma certamente la cittadinanza non era estesa all’intera popolazione, bensì riservata al gruppo dirigente cittadino.Una differenza superata successivamente con la Constitutio Antoniniana.

Curiosamente solo una città si è vista riconoscere lo statuus di municipium (che pure era così diffuso in Italia) ossia Verulamium (odierna St Albans). Ad onore di verità, la stessa Eburacum venne definita municipium in più di una fonte, ma la sua etichetta è ben lungi dall’essere delineata.

La civitas è generalmente intesa come un centro egemone all’interno di una costellazione di centri minori. L’accezione, che trova applicazione nel panorama delle province nordiche, mal si ravvisa nel mondo mediterraneo. A differenza della genesi delle coloniae, che mette pressochè universalmente d’accordo gli archeologi, sulle civitates la scuola britannica si è divisa. Frere fa risalire l’atto di nascita della civitas alla conquista romana e al forte impulso dalla componente militare, mentre Rivet preferisce legarle a retaggi dell’età del Ferro. Quest’ultima ipotesi spiegherebbe, effettivamente, il motivo per cui questo tipo di realtà rispondano più a criteri di aggregazione etnico – tribale che non a cause economiche o politiche. Degna di citazione è pure la diplomatica posizione di Wacher:”The truth probably lies, as always, somewhere between these two extremes(…) it will have depended on the Roman ability to adopt and compromise”.[3]

Esula sicuramente dagli scopi della nostra trattazione, prendere una posizione netta sull’argomento, tuttavia non possiamo esimerci dal superare alcune distorsioni nelle tesi in questione. Lo facciamo citando la risposta critica di Martin Millet alla posizione di Frere, ben rappresentata nella sua pubblicazione degli scavi a Verulamium. Egli, passando in analisi l’insula XIV, è sicuro di riconoscere nelle botteghe scavate un prototipo di struttura del tutto diversa da quelle pre – invasione . In particolare, vuole riconoscervi la mano di maestranze romane portate dai nuovi padroni che avrebbero dato alle botteghe di I d.C. la pianta e l’aspetto delle baracche militari.

Millet nega la pianificazione e la copertura degli ambienti nella stessa cronologia sulla base dell’assenza di un tracciato lineare in fronte come sulla parte posteriore degli edifici. E questo avrebbe reso impossibile, secondo Millet, la costruzione di un tetto coerente con la struttura. Dunque ci invita a riconsiderare le botteghe dell’Insula XIV di Verulamium come un assemblaggio di ambienti di diversa cronologia ed a riflettere sull’origine della civitas.

Una domanda sorge spontanea per chi si accinge a studiare questo tipo di dinamiche: quale metodologia di classificazione si adotta per distinguere i centri?

Si tratta sicuramente di una distinzione arbitraria, ma utile ai fini della ricostruzione della densità urbana e dei rapporti gerarchici tra i vari centri. Le colonie non risultano particolarmente ostiche nella catalogazione: in quanto centri di potere politico e amministrativo hanno prodotto generose quantità diverse di fonti che riescono facilmente a definire lo status giuridico della città. L’impresa si complica quando, però, dobbiamo riuscire a distinguere una civitas da un villaggio, magari con alcune caratteristiche urbane. Quali sono le discriminanti valide?

L’estensione del centro non sembra essere una costante valida, così come non lo è la presenza di un determinato edificio tipicamente romano, sia esso il foro o la basilica. Un criterio valido, che comunque non è sottoscritto da tutti gli studiosi, può essere dunque la presenza associata di una serie di edifici tipicamente urbani che in altre realtà non si trovano. Tra essi, certamente, il binomio foro – basilica, terme e relativi acquedotti, teatri ed anfiteatri.


Forma Urbis Verulamii

Il sito di Verulamium offre l’occasione di addentrarsi nelle dinamiche di sviluppo urbano in Britannia. In certe problematiche, come la suddetta, è appropriato abbandonare facili generalizzazioni e preferire un approccio più metodico al problema. Ivi emerge chiaramente l’iter che portò una piccola città britannica con radici nell’età del ferro ad essere un importante polo urbano nell’orbita dell’impero. E sono fermamente convinto che ciò sia più facilmente avvertibile se si segue passo per passo questo caso eccezionale.

L’epoca Giulio – Claudia

 

Verulamium era la città principale della tribù dei Catuvellauni. Le prime indagini sul sito limitarono la città ad una piccola area, coincidente pressappoco con la zona di “Prae Wood”. In realtà i numerosi scavi di Sheppard Frere hanno evidenziato un’estensione maggiore, praticamente lungo tutta la valle fluviale formata dal Ver, che correva a nord ed a ovest di quello che sarà il foro della città. Difficile definire l’area della città originaria, che sicuramente aveva un rapporto diretto con i popoli tribali dell’Eta del ferro. Un indizio proviene dallo scavo di un fossato, aperto probabilmente proprio nella fase pre – invasione, perchè sigillato da uno strato con ceramiche di I metà del I secolo d.C. Questo fossato, profondo circa 1 metro e mezzo, sembra che definisca una porzione di terreno piuttosto ampia che sarà poi occupata dal foro di epoca Flavia. E’ accettare la suggestione di cogliere un forte fattore di continuità politico – amministrativa nella zona: precedentemente occupata da una struttura palatina, infine dal foro. Un ulteriore e possibile ipotesi è stata avanzata dal Wacher che individua una sorta di temenos sacro in questa zona, già come alla Gosbecks Farm a Colchester. In realtà, ad oggi, nuove ricerche hanno permesso un preciso terminus post quem del fossato grazie al ritrovamento di due monete di Traiano e Adriano (rispettivamente 103-111 e 118-119) che mettono in serio dubbio la datazione del fossato al solo I secolo.[4]

Qualsiasi interpretazione si accetti, pare chiaro che il passato di Verulamium sia indissolubilmente legato a qualche tipo di insediamento precedente.

Le prime costruzioni post – invasione risalgono a non prima del 49 d.C. , probabilmente dopo lo smantellamento di un piccolo forte che occupava una zona molto vicina al fiume Ver, nell’area che verrà occupata successivamente dalle Insulae XVII e XIX.

La città era difesa fin dalle sue prime fasi da un terrapieno e da un fossato, il cui percorso è stato ricostruito quasi integralmente sia dagli scavi sia dai magnetometri. Il fosso racchiudeva una vasta area di circa 48 ettari e si interrompeva, almeno da un lato, sfruttando il fiume come difesa naturale.

E’ curioso notare come il punto di incontro del fossato con la Watling Street fosse stato monumentalizzato in tardo II° secolo da due archi di accesso, probabilmente dovuto a una sorta di commemorazione degli antichi confini, fenomeno non molto dissimile da quello che accadeva a Roma.

E’ essenziale per la fase precedente al sacco di Boudicca analizzare il foro o la sua ipotetica mancanza. Il professor Frere suggerì che la zona del foro di epoca Flavia fosse suddivisa in questa prima fase in due parti, e che, appunto, in quella di nord est trovasse posto un più piccolo foro ed una basilica. Nonostante i modesti resti di murature trovati dal Page nell’angolo sud – ovest, l’ipotesi del Frere rimarrebbe una mera speculazione teorica. Un valore probatorio però viene concesso all’esistenza di una area religiosa od amministrativa ben delimitata dal fosso che resterà pressoche invariata per il foro successivo e di cui abbiamo già parlato.

Tuttavia, personalmente, tratterei l’argomento con tutta la cautela del caso; evitando pregiudizi e distorsioni; ossia considerando l’assenza del foro nel periodo claudiano non come sorprendente, ma come sintomo rivelatore di un’area religiosa caratterizzata da strutture di natura deperibile.

Il saccheggio e la distruzione da parte degli Iceni non furono certamente fermate dal fossato ed evidenze di incendi lo testimoniano uniformemente per tutti gli edifici della prima fase.

La ricostruzione sembra essere stata lenta, probabilmente per le scarse risorse di cui disponeva un amministrazione romana già messa a dura prova pochi anni dopo l’invasione.

Segnali di ripresa provengono dalle botteghe nel contesto dell’Insula XIV, datate ca 75 d.C e dalla costruzione di un nuovo tempio, in stile romano – celtico, dall’Insula XVI e ascritto a fine secolo. La pianta romano – celtica prevedeva una cella poligonale o circolare, sviluppata intorno ad un ambulacro concentrico. Dal punto di vista architettonico combinava elementi tipicamente classici (ad esempio le colonne) con la pianta concentrica di retaggio celtico – britannico. Si muove in questa direzione la struttura dell’edificio in questione, circondato da un temenos rettangolare poi contrassegnato da un muro pochi anni dopo. L’area del temenos verrà poi occupata da un teatro nel II secolo.

Non si può escludere la presenza di un luogo di culto precedente alla costruzione di questo tempio, ma, per i nostri propositi, rimane ininfluente. E’, invece, fondamentale ascrivere questo tempio nel contesto delle molte iniziative prese negli anni successivi alla rivolta per ricostruire la città. Coevo al tempio è, per esempio, il grande macellum che si trova nelle vicinanze e il relativo quartiere commerciale. Ritengo leggermente azzardata l’ipotesi di Wacher che vuole individuare nella vicinanza del macellum al tempio una sorta di legame tra il ruolo commerciale e la divinità tutelatrice dell’edificio sacro che potrebbe essere appunto Mercurio.


 

[1] Annales XII.32

[2] Millet, p.87

[3] Wacher p. 24

[4] Hartley p. 87

[5] Mattingly p. 278

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