La strana storia di due sopravvissuti


Non molti conoscono la storia di St Pierre, la città completamente distrutta da un’eruzione vulcanica nel 1902.

Qualcuno la chiamava la Parigi delle Indie Occidentali. Oggi è una delle tante piccole cittadine che costellano i Caraibi e la Martinica in questo caso. Il vulcano del Mount Pelèe uccise in pochi minuti le 30,000 persone di St Pierre; un risultato che neppure il Vesuvio riesce a superare.

Alle 7:52 del mattino , la montagna alta lanciò sulla città una densa nube nera, oscurando il cielo nel raggio di cinquanta chilometri. La zona di St Pierre fu immediatamente raggiunta  dalla nube piroclastica composta da vapore surriscaldato e da gas vulcanici e polveri, con temperature che raggiungono oltre 1000 ° C. Tutti gli edifici della città furono rasi al suolo e l’intera popolazione morì bruciata o soffocata a morte.

Il Mount Pelèe non graziò nessuno tra gli abitanti tranne due fortunati (o secondo una versione non accertata tre): Léon Compère-Léandre e Ludger Sylbaris. Dire che sono stati baciati dalla dea bendata, è dire poco…

Lèon era un calzolaio di St Pierre e questa è la sua terribile descrizione di quel maledetto 8 maggio 1902:

Ho sentito un terribile vento che soffiava, la terra cominciò a tremare, e il cielo divenne improvvisamente scuro. Feci per  entrare in casa, con grande difficoltà superai le tre o quattro scale che mi separavano dalla camera, mentre sentivo le braccia e le gambe che bruciavano, infine tutto il mio corpo. Mi lasciai cadere su un tavolo. In questo momento altre quattro persone cercarono rifugio nella mia stanza, piangendo e contorcendosi dal dolore, anche se i loro vestiti non mostravano alcun segno bruciature. Dopo 10 minuti uno di questi, una bambina, Delavaud, di  circa 10 anni, cadde morta. Mi alzai e andai in un’altra stanza, dove ho trovato il padre di Delavaud, ancora vestito e disteso sul letto, morto. Egli era viola e gonfio, ma l’abbigliamento era intatto. Quasi Impazzito, mi buttai sul letto, inerte e in attesa della morte. Ma i sensi tornarono, forse un’ora dopo, quando notai che il tetto si era incendiato. Con forza sufficiente lasciai la casa con le gambe sanguinanti e coperto di ustioni, corsi a Fonds-Sait-Denis, a sei chilometri da St. Pierre.”

Lèon fu inizialmente additato come pazzo, infine mandato dalla polizia a vegliare sulle rovine della città fantasma per evitare evenutali saccheggi. Comprensibilmente, il calzoliere di St Pierre lasciò la città dopo una settimana. Si racconta che lo stesso sopravvisse ad altre due nuvole ardenti e che morì soltanto nel 1936. Quando si dice non è il tuo destino…

L’altro superstite attestato, Ludger, aveva 27 anni all’epoca dell’eruzione e lavorava come operaio a St Pierre. La notte prima della tragedia, fu arrestato (pare per una rissa o altri dicono per omicidio) e gettato nelle prigioni comunali in isolamento. La cella era seminterrata, con spesi muri di pietra e fu questo che lo salvò dall’asfissia della nube tossica. La cella è tutt’oggi visitabile nella ricostruita St Pierre.

Quattro giorni dopo l’eruzione, una squadra di salvataggio sentì le sue grida dalle macerie della prigione. Anche se orribilmente ustionato, è sopravvissuto ed è stato in grado di fornire un resoconto dell’accaduto. Secondo il suo racconto, intorno all’ora di colazione il giorno dell’eruzione,tutto si è fatto molto scuro. Aria calda mescolata con cenere fine è entrato nella sua cella attraverso la porta.  Il calore è durato solo un attimo, sufficiente a causare ustioni profonde sulle mani, braccia, gambe e schiena, ma i suoi vestiti non presero fuoco, e evitò, fortunatamente, di respirare l’aria calda bruciante.

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