Guerra a Belfast


L’estate irlandese non sembra poi molto estate.

Verso l’imbrunire avevo la strana impressione di trovarmi in una trincea della Grande Guerra. In uno di quei rari momenti di tregua, corrosi dall’incertezza. Belfast era diventata una città al fronte.

Ironico, pensavo, come la città venga venduta ai turisti. La città del Titanic veniva chiamata, come se secoli di lotta non fossero mai esistiti. Lì, davanti a me, la vera Belfast, quella che si rivela solo a pochi prediletti.

Mi trovavo a quel bivio senza sapere davvero cosa aspettarmi dalla parata orangista. Tra un misto di curiosità e paura saltellavo con lo sguardo di volto in volto per decifrare i pensieri dei presenti. Indescrivibile la trepidante attesa. I giornalisti più lungimiranti occupavano i posti migliori per la solita routine di violenza e scontri. Era il mio primo giorno di scuola.

Decine di camionette blindate della polizia scaricavano agenti in tuta antisommossa. L’effetto era quello di trovarsi in qualche avvicente film holliwoodiano.

A coronare il quadro, crocchi di adolescenti e ragazzi che sfidano, per adesso solo con occhiate rapaci, la polizia.

Un epifania. La pace, tanto ostentata dalla politica, poteva essere infranta per qualche ora e ricostituita nell’indifferenza generale. Lì, su quel campo di battaglia, notai per la prima volta i veri umori del popolo nordirlandese. Un mantice che soffia su brace apparentemente spenta.

La mia disorientata attenzione venne attirata dalle persone situate sui tetti piatti dei negozi, immediatamente affacciati sulla strada. Pensai, ingenuamente, fossero manifestanti. Facevano, in realtà, parte del siparietto della politica, che cercava in tutti i modi di non perdere la faccia.

Mi tornò a mente l’immagine della guerra, incalzata dall’avvicinarsi di flauti con melodie inintelligibili. Non parevano comunque musiche annunciatrici di sventure.

L’atmosfera cambia. Si smette di parlare l’un con l’altro. Mi sale un brivido per la schiena. Dentro me la presuntuosa sensazione di vivere la storia.

Le fazioni consolidano le posizioni. Da una parte i repubblicani irlandesi separati dalla polizia solo da qualche metro. Qualche ragazzetto spezza lo statuus quo avvicinandosi pericolosamente a quelle macchine di repressione. Si cerca di mantenere la calma più a lungo possibile, forse per coglierne meglio il trapasso.

Nel frattempo i flauti degli orangisti si fanno comprensibili ai più. “Suonano la sash, i bastardi” tuonò un vecchietto che si teneva in disparte; forse ansioso di protestare, ma troppo vecchio per farlo.

Stavo letteralmente fremendo, e la mia eccitazione salì ancora di più riconoscendo tra gli altri, il giornalista della BBC che tante volte avevo seguito.

A sorpresa comparì ai lati del bivio un terzo ospite inatteso. Un fiume di lealisti, avvisati della protesta, si riversano per sostenere la parata e difenderla eventualmente a son di pugni.

Solo ora mi rendo conto della presenza tra i repubblicani di facce conosciute come Gerry Kelly, parlamentare dello Sinn Fein, storico partito irlandese.

All’inizio della breve discesa spuntano pian piano i primi orangisti. In poco tempo la folla accoglie la parata musicale con pietre e bottiglie di ogni tipo. Un nugolo di oggetti da far impallidire i più coraggiosi. Diversi orangisti vengono colpiti. Un uomo sanguina vistosamente. Non c’è pietà che regga. La parata avanza e la musica non cessa. E’ una gara di orgoglio. La polizia preme sulla folla. I lealisti sul lato opposto si limitano a gridare slogan ingiuriosi contro i repubblicani. Riesco perfino a superare le difficoltà dell’accento di Belfast per capirli. I fotografi, in preda ad un cinismo antico, corrono per catturare la notizia. Io vengo colto da una paura mai provata. Poche scaramucce contro la polizia concludono la parata. In pochi minuti tutto sembrava finito.

Tutti tornano a casa, paradossalmente in ordine, come appena usciti dallo stadio.

Bilancio della giornata: “solo” qualche ferito.

Le violenze non si limitarono al giorno della parata. Per tutta la settimana si susseguirono i cosiddetti “riots”, rivolte urbane con incendi d’auto.

Le solite, quotidiane quattro chiacchiere al pub fugarono i miei dubbi.

L’accordo del Venerdì Santo aveva dato, per la prima volta, una tangibile nota di normalità ad un popolo martoriato da decenni di guerra civile. All’apparenza erano stati abbattuti muri secolari tra le comunità unioniste e quelle nazionaliste, sotto lo scettico sguardo del governo britannico negli anni di Tony Blair.

Quel giorno di luglio, undici anni dopo lo storico accordo, quell’immagine idilliaca si era lentamente incrinata.

Avevo visto bene. Esisteva una parte d’Irlanda che ancora lottava per la riunificazione e i diritti civili. Profondamente delusa dal processo di pace, aveva messo le basi per i recenti successi della nuova IRA.

I recenti attacchi in marzo a Massereene e Craigavon hanno dimostrato che RIRA e CIRA non sono semplicemente slogan nostalgici. Nel giro di quarantotto ore sono riusciti a freddare due soldati della corona ed un poliziotto.

Un momento di grave imbarazzo per la leadership dello Sinn Fein, costretto a sconfessare un passato scomodo fatto di bombe e attentati proprio come quelli dei nuovi gruppi paramilitari.

Un risultato eclatante che ha riportato l’IRA, o meglio la nuova IRA, alla ribalta internazionale.

“Sono solo traditori dell’isola d’Irlanda”, queste le parole all’indomani degli attacchi del numero due dello Sinn Fein.

Perfino gli omicidi settari non si sono placati. Ed è forse l’aspetto che più sconvolge. Lo scorso maggio, un quarantanovenne è stato picchiato a morte da una gang di lealisti. Un duro colpo per la società civile nordirlandese che si è vista privata di un padre di famiglia, colpevole solo di essere cattolico.

Il quadro non è dei più ottimisti.

Ma d’altronde lo stesso Gerry Adams, in veste di massimo artefice del processo di pace ammise “ Ho scoperto che costruire la pace è molto più difficile che fare la guerra”.Nulla di più vero. Le sei contee del Nord hanno ancora molta strada da fare.

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