Elezioni in Germania 2017: i più recenti sondaggi dopo l’attentato del 19 dicembre

La campagna elettorale tedesca per le prossime elezioni politiche era già entrata nel vivo quando, purtroppo, è stato portato a compimento un attentato a Berlino che ha ucciso 13 persone e ne ha ferite più di 50.

Episodi come questi, si sa, spostano migliaia di voti. E, infatti, un sondaggio condotto da INSA oggi stesso (23/12) dimostra che l’attentato ha radicalizzato le opinioni politiche di molti tedeschi.

Il sondaggio è stato condotto su un campione ponderato di 2083 persone. Risulta chiaramente che la Merkel affanna sempre di più, pur restando comunque la migliore scelta possibile per la maggior parte dei tedeschi.
Allo stato attuale, la Cancelliera di ferro non avrebbe la maggioranza, incalzata com’è sempre di più dal partito di estrema destra Alternativa per la Germania (Afd). Fermo invece il maggiore partito dell’opposizione, il Partito Socialdemocratico Tedesco, che non riesce neanche ad avvicinare il partito della Merkel.
Si avviano verso una buona performance i due maggiori partiti di sinistra tedeschi: i Verdi (Grune) e Die Linke che si spartiscono un bottino di oltre il 21% dell’elettorato attivo.

Sotto i risultati:

CDU 31,5%
SPD 20,5%
AFD 15,5%
LINKE 11,5%
GRUNE 10%
FDP 6%

Elezioni in Germania 2017: i sondaggi

Si profilano le forze e le leadership in campo per la sfida ad Angela Merkel. Obiettivo imperativo: disarcionare la Cancelliera di ferro.
Il compito sembra impossibile: decine di leader europei sono stati abbattuti e dimenticati, molti partiti si sono dissolti, eppure, lei, la Merkel rimane ben salda al suo posto dal 2005.

I sondaggi, tuttavia, sembrano strizzare l’occhio alle opposizioni del partito di maggioranza: la CDU pur rimanendo primo partito della Repubblica Federale sembra mostrarsi indebolita.
Nel 2015 i Cristiano Democratici potevano contare, almeno nominalmente, su un elettorato potenziale sopra il 40%, con l’avversario storico (i socialdemocratici) che non riuscivano a superare il 25%. Tutto ciò preannunciava, per il 2017, la rielezione plebiscitaria della Merkel.

Negli ultimi mesi le cose sono radicalmente cambiate: la CDU sta perdendo molti consensi. Ed è chiaro, dai risultati dei sondaggi, che li stia perdendo verso destra andando ad alimentare il bacino elettorale di un partito che fino a pochi anni fa non era riuscito neppure ad entrare al Parlamento. L’alternative fur Deutschland sembra ad essere, ad ora, il nemico principale della Merkel che potrebbe davvero mettere in pericolo la sua leadership nazionale e, magari, costringerla ad un’altra grande coalizione.

Di sotto i sondaggi dell’ultima settimana di novembre (INSA):

CDU 32,5%
SPD 22%
AFD 13,5%
LINKE 11,5%
VERDI 10%
FDP 5,5%

Qua sotto, invece, i risultati alle scorse elezioni federali degli stessi partiti:

CDU 37,2%
SPD 29,4%
LINKE 8,2%
VERDI 7,3%
FDP 2,4%
AFD 1,9%

Elezioni Germania 2017: chi sfiderà la Merkel.

Qualche giorno fa la cancelliera di ferro, Angela Merkel, ha ufficializzato la candidatura per le prossime elezioni alla Cancelleria di Berlino.
Prima donna ad essere eletta al più alto scranno tedesco, la Merkel è sorprendentemente al potere dal 2005, seppur con alterne vicende governative.

In realtà le prossime elezioni tedesche si terranno solo nel 2017, tra agosto e ottobre. Ancora, infatti, non è stata fissata alcuna data certa per l’appuntamento elettorale che deciderà le sorti politiche della cancelliera (e non solo). Quel che è certo, per ora, è che il partito della Merkel, la CDU,  si è trincerata dietro il suo nome senza proporre alternative possibili alla sua lunga leadership. Come si suol dire: cavallo che vince non si cambia!

Diverso il discorso per le opposizioni. La sinistra tedesca è ancora in alto mare nella scelta degli sfidanti alla Merkel.
Per il tradizionale sfidante della CDU, il Partito Socialista Democratico Tedesco (più famoso come SPD) non si è ancora confrontato sul futuro elettorale. Sembra però abbastanza chiaro che sarà Martin Schulz, attuale presidente del Parlamento Europeo,  il prescelto. C’è però chi scommette sull’outsider Sigmar Gabriel, attuale leader del partito e vicecancelliere del governo di coalizione con la Merkel.

La sinistra radicale, Die Linke, ha messo molti nomi in campo. Per adesso, capofila rimane la giovane carismatica leader dei parlamentari di sinistra Sahra Wagenknecht.

Ancora nessun nome neppure per il partito che più fa paura in Europa: Alternative fur Deutschland. Descritto talvolta come un partito di estrema destra, talvolta come un semplice partito euroscettico, in realtà quello che sembra sicuro dai sondaggi è che Afd supererà tranquillamente la soglia del 10%.

Per sondaggi aggiornati sulle elezioni politiche tedesche clicca qui.

Le conseguenze del terremoto Brexit: cosa succederà in Scozia

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Nicola Sturgeon

A sorpresa il popolo britannico ha espresso il suo (risicato) assenso all’uscita dall’Unione Europea. Se non fosse che 2 dei 4 stati costitutivi del Regno Unito hanno votato in modo diametralmente opposto (Scozia e Irlanda del Nord). Oggi ciascuno di loro rivendica il proprio spazio in Europa.

Se il dato sovranazionale è risicato per il Leave, in SCOZIA non ci sono stati tentennamenti. Gli europeisti capeggiati dal movimento indipendentista SNP ha traghettato il Remain verso il 62% discostandosi nettamente dai risultati dell’Inghilterra.

Il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon, eroina della generazione indipendentista risorta subito dopo la sconfitta costituzionale del 2014 (clicca qui), non ha dubbi: “L’assemblea scozzese non darà mai il consenso parlamentare alla Brexit”. Tradotto: il governo scozzese farà di tutto per aggirare il risultato del referendum.

Peccato che la Scozia non sia (ancora) un paese indipendente bensì parte del Regno Unito. Il governo britannico e il parlamento di Westminster gestiscono i rapporti con l’Europa. La Sturgeon e la Scozia non potranno quindi prendere decisioni autonome sull’argomento rispetto a quello deciso a Londra.

Se Edinburgo vorrà restare parte dell’Unione Europea dovrà necessariamente uscire dall’altra Unione: quella britannica. E proprio l’europeismo scozzese potrebbe fornire la scusa per un nuovo referendum: passaggio obbligato per la Sturgeon e per tutti gli indipendentisti.

Solo in caso di vittoria del fronte indipendentista, la Scozia potrà negoziare termini favorevoli per la permanenza in Europa. Tutto il resto rimangono chiacchiere da bar.

 

Referendum Brexit: il Regno Unito esce dall’Europa. I risultati in dettaglio

Dopo una notte turbolenta fatta di colpi di scena, l’alba ha reso definitivo un dato inoppugnabile: il Regno Unito è uscito dall’Unione Europea.

Di seguito i risultati nazionali in dettaglio:

Affluenza totale: 72,1%
Voto per restare nella UE: 48,2%
Voto per lasciare la UE: 51,8%

Questo è il risultato del referendum sulla Brexit in Inghilterra (compresa Gibilterra):

Affluenza totale: 72,9%
Voto per restare nella UE: 46,5%
Voto per lasciare la UE: 54,5%

Questo è il risultato del referendum sulla Brexit in Scozia:

Affluenza totale: 67,2%
Voto per restare nella UE: 62%
Voto per lasciare la UE: 38%

Questo è il risultato del referendum sulla Brexit in Galles:

Affluenza totale: 71,7%
Voto per restare nella UE: 47,5%
Voto per lasciare la UE: 52,5%

Questo è il risultato del referendum sulla Brexit in Irlanda del Nord:

Affluenza totale: 62,9%
Voto per restare nella UE: 55,8%
Voto per lasciare la UE: 44,2%

Referendum britannico sull’uscita dall’Europa (BREXIT): ultimissimi sondaggi

Domani milioni di elettori britannici giocheranno una partita importantissima per i destini del loro paese. Non solo. L’esito del voto porterà con sé ripercussioni gigantesche sulla politica comunitaria e nazionale e avrà conseguenze imprevedibili sui mercati di tutto il mondo.

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Una simpatica vignetta da Voxeurop.eu

A differenza degli stereotipi sulla temperatura oltremanica, il clima è rovente in Gran Bretagna. Il barbaro assassinio della deputata laburista Jo Cox ha rivelato candidamente fin dove si può spingere la rabbia e la frustrazione popolare arrivando perfino a fomentare folli idee criminali.

La crisi economica e sociale degli ultimi anni ha foraggiato i partiti euroscettici che individuano nell’Unione Europea il nemico pubblico numero 1. Farage e l’UKIP, membri di prima linea di questo vasto movimento di opinione, descrivono le decisioni europee (prima fra tutte la sacrosanta difesa dell’individuo e il rispetto dei diritti umani) come diktat ai governi locali e minacce alla sovranità nazionale.

Domani i britannici non decideranno solo se rimanere parte dell’Unione o lasciare il tavolo da gioco. La crepa potrebbe allargarsi ad altri paesi ‘titubanti’ (gli episodi austriaci e francesi ne sono un mero assaggio) e i rampanti leader nazionali delle destre euroscettiche potrebbero trovare conforto in un possibile successo in Gran Bretagna.

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Facsimile della scheda elettorale per il referendum di domani.

Anche Londra comunque trema. Una magra consolazione per noi europei, ma il successo della Brexit potrebbe aiutare gli indipendentisti scozzesi, gallesi e nord irlandesi e accelerare dunque il processo disgregativo del Regno Unito.

Dai sondaggi sembra infatti palese che soltanto l’Inghilterra voterà massicciamente per l’uscita dall’Unione, allargando così il divario politico tra i quattro diversi stati governati da Sua Maestà.

Potrebbe davvero essere un sassolino che da inizio ad una frana di proporzioni epiche.

Domani sera (23 giugno 2016) la risposta arriverà. Nel frattempo riportiamo qua sotto gli ultimi 3 sondaggi di oggi (22 giugno) che sanciscono una sostanziale parità tra chi vorrebbe restare e chi, invece, vorrebbe andare per la propria strada. Decideranno, come spesso accade, gli indecisi.

Committente: Number Cruncher Politics
Tipologia: Sondaggio online e telefonico a campionature
A favore della permanenza nell’Unione: 45%
A favore dell’uscita dall’Unione: 43%
Indecisi:
12%

Committente: Financial Times
Tipologia: Media degli ultimi 5 sondaggi nazionali
A favore della permanenza nell’Unione: 44%
A favore dell’uscita dall’Unione: 45%
Indecisi: 11%

Committente: The Telegraph
Tipologia: Media degli ultimi sei sondaggi, esclusi gli indecisi
A favore della permanenza nell’Unione: 51%
A favore dell’uscita dall’Unione: 49%

 

 

Elezioni Irlanda del Nord 2016: risultati definitivi e analisi del voto

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Parlamento nordirlandese di Stormont

Con la lenta e snervante assegnazione dei 108 seggi nordirlandesi al parlamento devoluto di Stormont si conclude questa eccitante tornata elettorale. In 3 giorni si sono susseguite conferme, crisi e successi personali dei partiti britannici.

In Scozia gli indipendentisti dello Scottish National Party hanno sfiorato la soglia del 50% di consensi. Forti di un consenso senza precedenti, si avviano non solo a governare lo stato più a nord del Regno Unito, ma, probabilmente, anche ad indire un secondo referendum sull’indipendenza.

In Galles il Labour arretra notevolmente e perde la maggioranza parlamentare. Gli indipendentisti del Plaid Cymru, pur non emulando il successo dei fratelli scozzesi, riescono comunque a registrare notevoli avanzamenti.

Gli occhi erano puntati ieri sui risultati provenienti dalle sei contee dell’Irlanda ancora parte del Regno Unito e, come tali, elettori in quest’ultimo appuntamento elettorale.

La storia turbolenta dell’Irlanda del Nord ha portato, come sappiamo, alla stipula di diversi trattati alla fine degli anni 90′ per garantire la pace e il cosiddetto power-sharing (condivisione del potere) tra i maggiori partiti locali.
Pertanto le elezioni politiche sono fondamentali per conoscere non chi governerà (perché governeranno più o meno tutti i partiti nordirlandesi) ma in quale quota. 

Dall’anno della prima formazione del governo, l’ufficio del First Minister è sempre stato occupato da un esponente unionista (chi vuole la conservazione dello status quo con il Regno Unito), mentre quello del vice da un nazionalista (che, invece,  vorrebbe la riunificazione con l’Eire). Questo è dovuto, essenzialmente, al fatto che le posizioni di premier e vice vengono assegnate al primo e secondo partito a livello nazionale.
Gli altri ministeri vengono distribuiti in quota a seconda delle performance elettorali degli altri partiti.

Ecco perché in Nord Irlanda è importante sì vincere (per esprimere il primo ministro) ma è ancora più importante incrementare i propri consensi e i seggi al parlamento di Stormont.

Dal 2007 ad oggi il partito unionista radicale DUP domina le scene politiche ed esprime il primo ministro. Il 5 maggio il popolo ha confermato la sua fiducia nel partito creando una truppa di ben 36 seggi e un consenso assoluto del 29,2%. Arlene Foster potrà quindi tranquillamente occupare la carica più alta del Nord Irlanda per i prossimi anni.

In realtà la performance del Democratic Unionist Party non è stata particolarmente birllante: 36 seggi aveva e 36 ne ha confermati e, in termini di consensi, ha perso uno 0,8%. Ma questo grigio risultato è bastato.

Il maggiore avversario del DUP e più grande partito nazionalista è lo Sinn Fèin. Favorendo per decenni la lotta armata dell’IRA per la liberazione dell’isola dal giogo britannico era relegato a percentuali ininfluenti. Con il processo di pace, il partito è diventato invece un fondamentale punto di riferimento non solo per i nazionalisti più radicale (i repubblicani) ma anche per chi non si riconosce certamente nelle politiche unioniste e neppure in quelle timide nazionaliste dello SDLP.

Lo Sinn Féin, inoltre, negli ultimi anni sta vertiginosamente accrescendo i propri consensi anche oltre il confine. Proprio quest’anno si è confermato terzo partito in Eire.

Allo Sinn Féin, però, non è andata molto bene in Irlanda del Nord: ha perso 1 seggio (ora ne ha 28) e ben il 2,9% dei consensi rispetto al 2011. Un dato che non sarebbe particolarmente drammatico se non fosse che alle scorse elezioni europee si era imposto come primo partito alimentando dunque le aspettative sulle elezioni dello scorso 5 maggio. Il famoso esponente dell’IRA Martin McGuinness sarà di nuovo Deputy First Minister e con la sua riconferma si ribadirà lo status quo nel governo tra unionisti e nazionalisti.

Negativi anche i trend degli altri 2 maggiori partiti nordirlandesi: l’unionista moderato UUP riconferma 16 seggi ma perde l’0,6% dei consensi e i nazionalisti dello SDPL possono contare solo su 12 seggi (ne avevano 14) e perdono il 2,2%.

Chi ha guadagnato quindi da queste elezioni?

In pratica tutti i consensi persi dai partiti tradizionali sono finiti nel computo totale dei verdi, di un indipendente ma soprattutto di un relativamente nuovo movimento chiamato People Before Profit.

PBP è un esperimento molto originale per l’Irlanda definito ‘a leadership collettiva’ ovvero senza una struttura partitica ben definita e chiaramente ispirato a idee marxiste. Un movimento di sinistra radicale insomma.

gerry carroll
Un felicissimo Carroll (PBP)

In queste elezioni è riuscito a bissare il successo ottenuto nella Repubblica conquistando ben 2 seggi e consensi oltre il 2% (si presentava solo in poche circoscrizioni). Risultato eccezionale ottenuto grazie e soprattutto alla vittoria a sorpresa di Gerry Carroll, primo nelle preferenze di West Belfast storico feudo dello Sinn Fèin.

 

QUA SOTTO I RISULTATI DEFINITIVI DELLE ELEZIONI 2016 IN IRLANDA DEL NORD

108 SEGGI TOTALI

Democratic Unionist Party (DUP) 38 seggi (=)

Sinn Fèin 28 seggi (-1)

Ulster Unionist Party (UUP) 16 seggi (=)

Social Democratic Labour Party (SDLP) 12 seggi (-2)

Alliance Party (APNI) 8 seggi (=)

Green 2 seggi (+1)

People Before Profit (PBP) 2 seggi (+2)

Traditional Unionist Party (TUV) 1 seggio (=)

Percentuali di voto in termini di consenso (prima preferenza elettorale):

Democratic Unionist Party (DUP) 29,2% (-0,8%)

Sinn Fèin 28 seggi 24% (-2,9%)

Ulster Unionist Party (UUP) 12,6% (-0,6%)

Social Democratic Labour Party (SDLP) 12% (-2,2%)

Alliance Party (APNI) 7% (-0,7%)

Green 2,7% (+1,8%)

People Before Profit (PBP) 2% (+1,2%)

Traditional Unionist Party 3,4% (+1%)