E’ morta Margaret Thatcher, la lady di ferro
08 lunedì apr 2013
Pubblicato in Senza categoria
08 lunedì apr 2013
Pubblicato in Senza categoria
23 sabato mar 2013
Pubblicato in Indipendenza Scozzese, Politica Britannica
Tag
Alex Salmond, BBC, conseguenze economiche indipendenza, corona britannica, debito pubblico britannico, Douglas Fraser, elezioni Scozia Uk, gran bretagna e regno unito, incassi petrolio regno unito, indipendentismo UK, indipendenza scozzese, London, Londra, moneta in scozia, Nazionalismo scozzese, North Sea Oil, petrolio britannico, petrolio mare del nord, petrolio scozzese, referendum in scozia, referendum Scozia indipendenza, referendum scozzese, regno unito politica, Scotland, scozia secessione, situazione economica scozia, tasse in scozia, Winnie Ewing
Come abbiamo già avuto modo di specificare modalità e tempistiche qui, la Scozia sarà presto chiamata al voto per decidere il suo futuro. Ma quali sono le eventuali conseguenze sull’economia locale e su quella britannica in generale?
Sterlina che vai, Sterlina che trovi
Ovviamente i miasmi nazionalisti sono importanti per il popolo scozzese, ma non quanto la paura di non essere economicamente all’altezza del proprio passato fatto di benessere, crescita e welfare.
Un interessantissimo intervento di Douglas Fraser, editor BBC per la Scozia, ha messo in evidenza quanto il tema economico incida sulla scelta degli elettori. La prima preoccupazione per gli scozzesi (e non solo) rimane quindi quella economica.
Un’ipotetica indipendenza porterebbe sicuramente con se il cambio della valuta. Come si sa, la Scozia utilizza il British Pound anche se Edinburgo stampa delle versioni ‘locali’ della sterlina, al pari del Nord Irlanda. La sterlina scozzese è, attualmente, accettata in tutto il Regno Unito anche se ci sono stati alcuni casi nel passato in cui questo non è successo.
Ad onor del vero, la Scozia batte moneta in tre diverse tipologie: attraverso la Banca di Scozia, la Clydesdale e la più famosa RBS.
Sembra piuttosto sicuro che una Scozia indipendente dovrebbe necessariamente continuare ad usare la sterlina, almeno in un primo momento. Una volta riorganizzate le zecche, tuttavia, ci saranno tre opzioni praticabili per il nuovissimo governo: continuare ad usare la sterlina emessa da banca centrale, adottare una nuova valuta oppure l’opzione più papabile: ovvero unire il proprio paese all’area Euro (nonostante i tempi non siano dei più benevoli).
Ufficialmente il partito nazionale scozzese si è espresso a favore di un (ulteriore) referendum per decidere il futuro della moneta scozzese, ma il tema sembra caduto nell’ombra negli ultimi tempi, forse in attesa di tempi migliori. Sul Guardian, comunque, per chi volesse approfondire ci sono tutte le possibili conseguenze di un’importante scelta come quella valutaria riassunte da Katie Allen.
Petrolio scozzese
Un altro fondamentale argomento riguarda il famoso petrolio del Mare del Nord, già protagonista della massiccia campagna di propaganda lanciata dallo SNP negli anni 70′ (chiamata It’s Scotland’s oil). Le rivendicazioni federalistiche degli scozzesi portarono, non solo a incamerare i guadagni del North Sea Oil, ma anche fecero dello SNP il primo partito scozzese (fino ad arrivare al celeberrimo 30% del 74).
I nuovi nazionalisti ribadiscono che il petrolio scozzese, in caso di indipendenza, rimarebbe senza dubbio scozzese e verrebbero eliminate quelle odiose tasse centrali dovute alla produzione di greggio.
Winnie Ewing, navigata politica nazionalista, si è spinta a dire che gli inglesi dovrebbero pagare ben 30 miliardi di sterline per ‘rinfondere’ la Scozia delle tasse applicate ingiustamente sulle produzioni scozzesi (vedi qui). I nazionalisti però tendono a non considerare che una buona porzione di petrolio proviene dai mari di Orcadi e Shetlands che potrebbero in un secondo momento diventare indipendenti od unirsi al regno norvegese dimezzando così gli introiti produttivi scozzesi. Si tratta di ipotesi ancora lontane, ma certo Salmond dovrà tenere conto dei possibili scenari che si apriranno nel dopo voto.
Debito pubblico britannico
Ma c’è un ultimo e forse più importante punto da analizzare in seno ad un ipotetica economia scozzese orfana dell’Unione: il debito pubblico. Ovviamente Edinburgo non potrà voltare le spalle a Londra senza ereditare parte di quel debito che ha contribuito ad accrescere. Questo è sicuramente il deterrente più forte per gli indipendentisti.
Il debito nazionale britannico non è paragonabile a quello italiano, ma è certamente motivo di apprensione economica. Quali sarebbero dunque le soluzioni post-indipendenza avanzate per la spartizione di questo gigantesco fardello?
Non ce ne sono, in effetti. E’ molto probabile che il debito si divida per il numero degli abitanti, ma ancora la discussione tra i Si ed i No sono in alto mare.
Rimangono, oltre alla questione debito, molti interrogativi.
Recentemente sulle tv britanniche va’ molto di moda agitare lo spauracchio dei prestiti nazionali alle banche scozzesi (i cosiddetti bailout) che, in caso di indipendenza, dovrebbero essere restituiti a Londra. Si aprirebbe una lotta fratricida che non promette niente di buono.
27 giovedì dic 2012
Pubblicato in Politica Britannica
Tag
act of union, Alex Salmond, Alistair Darling, atto di unione, battaglia di bannockburn, BBC, devolution gran bretagna, Elaine Murray, governo scozzese, gran bretagna e regno unito. regno unito politica, guerra indipendenza scozzese, indipendentismo UK, indipendenza scozzese, nazionalisti scozzesi, partiti scozzesi, posizioni politiche sull'indipendenza scozzese, referendum in scozia, referendum indipendenza, referendum scozzese data, robert the bruce, Scotland, Scottish National, scottish national party, scozia libera e indipendente, scozia nel regno unito, Sean Connery, SNP, unionismo scozzese, voto scozia, westminster, william wallace scozia
“La campagna per il Si è centrata su una visione positiva della Scozia. E’ radicata nell’inclusività, nell’uguaglianza e nel fondamentale valore democratico che le genti scozzesi siano i migliori custodi del loro stesso futuro.”
Sean Connery, attore scozzese pro indipendenza
Ormai è fatta. La data è fissata. Il conto alla rovescia è partito già da alcuni giorni. Nell’autunno del 2014, il popolo scozzese sarà chiamato alle urne per democraticamente decidere il proprio futuro. L’Unione con Inghilterra e Galles potrebbe finire nel giro di 24 ore se gli elettori del ‘Si’ all’indipendenza supereranno la fatidica soglia del 50%.
Tra meno di due anni si concluderà, in un verso o nell’altro, la lunga strada che ha portato la Scozia dall’Atto di Unione ad oggi. Fino a pochi anni fa tutto ciò era fantascienza; poi la vittoria elettorale del partito nazionalista (SNP) ha bruscamente svegliato i comunque numerosi lealisti che si oppongono all’emancipazione politica giurando fedeltà vita natural durante alla corona inglese. Nel 2007 Alex Salmond ha portato lo SNP a formare un governo in cui era ancora minoranza, poi nel 2011 la vittoria che ha segnato il futuro della Scozia.
Proprio grazie allo stesso SNP, la Scozia aveva ottenuto durante i governi Blair la celeberrima devolution comportando l’istituzione di Holyrood, il parlamento devoluto scozzese. Sicuri che la concessione avrebbe tarpato le ali ad eventuali altre rivendicazioni nazionaliste, i parlamentari e i governi britannici hanno liquidato la questione come mero capriccio di un gruppetto di nostalgici di Re Giacomo.
Oggi, dunque, Cameron ed i suoi si trovano a dover affrontare la spinosa questione costituzionale in un periodo, come sappiamo bene, di difficile congiuntura economica.

Alex Salmond (First Minister scozzese) e David Cameron (Prime Minister)
Sembra ormai siglato anche l’accordo tra Westminster e Holyrood per i quesiti del referendum. L’elettore scozzese si troverà a decidere il futuro del proprio paese barrando il SI o il NO. Il quesito suonerà qualcosa come ‘Sei d’accordo che la Scozia debba diventare una nazione indipendente?’.
Sembra invece caduta l’ipotesi di una seconda domanda, se vogliamo più edulcorata della YES-NO question, che prevesse un incremento della devolution
scozzese rispetto al parlamento di Londra (chiamata devo plus o devo max). I profili di questa ‘via di mezzo’ tra devolution odierna e indipendenza erano comunque ancora tutti da chiarire.
Ancora da sciogliere il nodo su chi potrà votare al referendum scozzese: mentre il governo devoluto vorrebbe ammettere al voto anche i sedicenni e i diciassettenni, i ministri ed il governo tutto britannico si oppone strenuamente all’ipotesi.
Non si tratta di una semplice questione ideologica: la maggiorparte degli adolescenti in odore di voto sembrerebbe, infatti, propenso a votare per l’indipendenza.
Ancora da decidere il giorno preciso della consultazione. Ci si è accordati su Autunno 2014 come dicevamo, comunque ottobre resta il mese più papabile. I conservatori britannici hanno accusato Salmond di voler ritardare il referendum per guadagnare tempo prezioso in una battaglia all’ultimo voto. Ci sono state perfino voci che i nazionalisti vogliano far coincidere il voto con il 700esimo anniversario della battaglia di Bannockburn (1314), dove le truppe di Robert Bruce travolsero quelle inglesi di Edoardo II nella prima guerra di indipendenza.
Ultima questione che intendiamo affrontare in questa prima parte dedicata al referendum scozzese riguarda la cosiddetta ‘eligibility’ ovvero chi può accedere al voto.
Elaine Murray, deputata del Labour alla Camera dei Comuni, ha sollevato l’ipotesi che gli scozzesi che abbiano la residenza all’estero possano comunque esprimere la propria preferenza (circa 700 mila nella sola Inghilterra). Si sta ancora discutendo, ma probabilmente nel 2014 potranno votare solo:
- i cittadini britannici residenti in Scozia,
- i cittadini del commowealth residenti in Scozia,
- i cittadini europei residenti in Scozia,
- Lords residenti in Scozia,
- personale della corona e membri dell’esercito occupati in missioni all’estero ma accreditati per il voto in Scozia.
Da sottolineare che nella prima categoria rientrano anche i 366 mila inglesi residenti in Scozia che potrebbero fare la differenza per il rigetto dell’indipendenza.
Recenti sondaggi sulle tendenze dell’elettorato non ne sono stati fatti, gli ultimi risalgono ad ottobre 2012 e sicuramente non arridono agli indipendentisti (solo il 30% si è detto convinto del SI all’indipendenza).
La verità è che il futuro della Scozia, il nostro futuro e quello delle nostre famiglie sarà economicamente, politicamente e socialmente più forte come partner nel Regno Unito.”
Alistair Darling, ex cancelliere del Governo Brown, per il No al referendum
Qui una dettagliata raccolta targata BBC sul ‘futuro della Scozia’
09 domenica dic 2012
Pubblicato in Sterili chiacchiere
Tag
anti natale, atmosfera natalizia, babbo natale ubriaco, canzoni natalizie americane, canzoni natalizie dissacranti, canzoni natalizie inglesi, canzoni volgari, canzoni volgari natale, Christmas, Christmas decoration, Christmas music, Christmas tree, drunk santa, Fiammetta, Government, Grandma Got Run Over by a Reindeer, Holidays, ironia natale, Italy, Natale, natale volgare, nonna uccisa da renna, Opinions, parolacce natalizie, patente slitta, renna babbo natale, renne babbo natale, Root beer, Santa, Santa Claus
Bene. Avevamo capito che i christmas carrols non fanno presa su di me. Dopo aver citato un capolavoro così splendidamente dissacratore come Fairytale of Newyork (clicca qui per l’articolo), mi ritrovo oggi a celebrare degnamente in Natale alle porte.
Lo faccio riportando una delle canzoni meno natalizie del secolo, ma allo stesso tempo dannatamente divertente. Grandma Got Run Over by a Reindeer (ovvero nonna è stata investita da una renna) scritta da Randy Brooks negli anni 70-80′. Sotto il testo ed una mia traduzione:
Grandma got run over by a reindeer.
Walking home from our house Christmas eve.
You can say there’s no such thing as Santa,
But as for me and grandpa we believe.
She’d been drinking too much eggnog,
And we begged her not to go.
But she forgot her medication, and she
Staggered out the door into the snow.
When we found her Christmas morning,
At the scene of the attack,
She had hoof-prints on her forehead,
And incriminating Claus marks on her back.
Now we’re all so proud of grandpa,
He’s been taking this so well.
See him in there watching football,
Drinking root beer and
Playing cards with Cousin Mel.
It’s not Christmas without Grandma,
All the family’s dressed in black
And we just can’t help but wonder:
Should we open up her gifts,
Or send them back?
Now the goose is on the table
And the pudding made of fig
And the blue and silver candles
That would just have matched
The hair on grandma’s wig.
I’ve warned all my friends and neighbours
Better watch out for yourselves,
They should never give a license
To a man who drives a sleigh and plays with elves
Traduzione in italiano
Nonna è stata investita da una rennatornando a casa per la vigilia di Natale
potrai dire che non c’è niente come Babbo Natale
ma non per me e nonno.
Aveva bevuto troppo zabaione
l’abbiamo pregata di non andare,
ma aveva scordato la sua medicina
e ha barcollato dalla porta alla neve.
Quando l’abbiamo trovata la mattina,
sulla scena dell’attacco,
aveva impronte di zoccoli sulla fronte
e segni incriminanti di Babbo Natale sulla schiena
Nonna è stata investita da una renna
tornando a casa per la vigilia di Natale
potrai dire che non c’è niente come Babbo Natale
ma non per me e nonno.
Adesso siamo tutti fieri di nonno,
si è ripreso molto bene
lo vediamo guardare partite
bere birre e giocare a carte con il cugino Mel.
Non è Natale senza nonna
tutta la famiglia è vestita in nero,
non può aiutare ma ci domandiamo
dovremmo aprire i regali o rimandarli indietro?
Nonna è stata investita da una renna
tornando a casa per la vigilia di Natale
potrai dire che non c’è niente come Babbo Natale
ma non per me e nonno.
L’oca è sul tavolo,
così come il budino di fichi,
e le candele blu e d’argento
avrebbero fatto pendant con la parrucca di nonna
Ho messo in guardia tutti i vicini e gli amici:
‘State attenti’
Non avrebbero mai dovuto dare la patente
ad un uomo che porta la slitta e gioca con gli elfi.
Nonna è stata investita da una renna
tornando a casa per la vigilia di Natale
potrai dire che non c’è niente come Babbo Natale
ma non per me e nonno.
09 domenica dic 2012
Pubblicato in Film, Notizie dal mondo, Sterili chiacchiere
Tag
belfast, cantieri navali Belfast, cantieri navali britannici, cattolici e protestanti lavoro, condizioni di lavoro cattolici e protestanti, film sul titanic, H&W, Harland and Wolff, irlanda del nord, James Cameron, lavoro inizio XX secolo, mostre sul Titanic, musei irlandesi, navi XX secolo, oggetti dal Titanic, recensioni Titanic Belfast, Robert Ballard, Titanic, Titanic esposizione, Titanic museo, titanic trail belfast, transatlantici, White Star Line, Wolff
Sono da poco tornato dall’ultima (ennesima) vacanza a Belfast. Vacanza si fa per dire, s’intende. Non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di visitare la nuova, chiacchierata mostra sul transatlantico più famoso della storia.
Premetto che non sono un grande fan del lato ‘romantico’ del Titanic. Voglio dire: chi non ha visto il famoso film o fantasticato sulla storia della nave. Certamente però non mi definirei un ‘fissato’ come ce ne sono molti a piede libero. Ero e resto potentemente affascinato dal lato ‘storico-sociale’ del Titanic: le divisioni classiste, lo stile di vita a bordo della traversata, i motivi dell’emigrazione etc.
Mi sono quindi preso 3-4 ore libere da proteste, murales e dibattiti sulla guerra civile irlandese e mi sono diretto verso il nuovissimo Titanic Quartier di Belfast.
Il quartiere, che in realtà è l’area occupata dai vecchi cantieri della Harland & Wolff, si estende notevolmente lungo il famoso fiume Lagan. Pavimentazioni luccicanti, nuovi ponti e passaggi, note storiche e riferimenti al transatlantico fanno del ‘Titanic Trail’ (letteralmente ‘Sentiero del Titanic’) un interessante percorso per arrivare al famoso e pionieristico edificio che ospita l’esibizione.
Non fidatevi troppo dei segnali turistici e/o stradali che vi indirizzano al main building perchè, probabilmente, chi li ha ideati doveva avere come antenato Dedalo di Atene. Ovviamente, i pianificatori hanno voluto sfruttare al massimo l’area, ma davvero non c’è necessità di farsi km di lungofiume se non si è mossi da interesse ornitologico. Consiglio, vivamente, a chi non ha tempo da perdere di prendere la linea 26 del Translink.

La costruzione dell’imponente Titanic Belfast (si è il suo nome ufficiale: gli irlandesi non brillano certo di creatività) è costato qualcosa come 78 milioni di sterline (circa 96 milioni di euro) e si è prolungato per soli 3 anni (altro che la Salerno-Reggio).
La mia personalissima impressione è che sia un gioiello modernistico dal gusto un po’ di kitsch che con il Titanic ha poco a che fare. Ma le mie nozioni architettoniche sono più legate alle capanne protostoriche che non al XXI secolo.
L’atrio dell’edificio è di sicuro effetto scenico e l’esibizione può iniziare al I° piano, ovviamente dopo aver pagato un costosissimo biglietto di 13 sterline (quasi 21 euro). Per la gioia di giapponesi (e non solo), rilasciano anche un ‘biglietto ricordo’, la cui utilità mi sfugge tutt’ora.Le gallerie sono nove in tutto e si snodano su diversi livelli: si inizia con un interessante finestra sulla Belfast agli albori del XX secolo, ovvero quando la nave è stata costruita. Si citano nomi, cifre e personaggi della White Star Line resa universalmente nota dal film. L’impatto iniziale è sicuramente ‘diverso’ dalle mostre nostrane: ologrammi, filmati e giochi di luce vorrebbero far calare il visitatore nell’atmosfera dei tempi.
La Harland & Wolff (le cui gru gemelle Sansone e Golia svettano ancora a Belfast come testimoni di una storia lontana) e la storia dei suoi cantieri è ricostruita grazie a dettagliati pannelli esplicativi. Tutte le creazioni navali della H&W sono citate dai pannelli interattivi e le foto d’epoca lasciano solo intuire la grandezza del bacino di carenaggio più grande al mondo.
La galleria ricorda solo alcuni dei 35 mila volti che lavoravano al cantiere per pochi soldi. Nessun accenno nell’esposizione alle condizioni sociali dei lavoratori, alla mancanza di garanzie, di sicurezza e soprattutto nessun riferimento alle discriminazioni religiose che subivano i cattolici sul lavoro (le percentuali di lavoratori cattolici alla Harland & Wolff erano bassissime).
Il percorso ci porta poi a conoscere i locali della nave: dalle gigantesche caldaie ai lussuosissimi alloggi di prima classe. Molto interessanti sono le ricostruzioni delle cabine di I, II e III° classe (vedi foto) che avvicinano il visitatore a quello che era davvero l’uso dello spazio all’interno del translatlantico più grande dell’epoca. Un po’ amareggiato dai silenzi della prima parte della galleria, mi aspettavo almeno qua qualche riferimento sulla tragedia degli emigranti (irlandesi e non) verso l’America. Niente di tutto questo per Titanic Belfast.
La sezione dedicata all’affondamento è ricca e dettagliata, anche se la fama della nave ridimensiona il divertimento della scoperta. Nulla di nuovo aggiunge a quanto detto finora da libri, film e documentari.
Lasciata la parte ‘storica’ dell’esposizione si entra infine in quella ‘moderna’: il ritrovamento del relitto e la costruzione del mito del Titanic. Mentre sulla prima parte vale decisamente la pena investire del tempo, la sala con poster, foto e locandine di film sul Titanic può essere saltata dal visitatore senza particolari rimorsi. In definitiva, essa non offre niente di più di Google Immagini o di un buon libro illustrato sull’argomento.
I vestiti originali e le riproduzioni delle apparecchiature di bordo usate da James Cameron per il suo kolossal hanno sicuramente impressionato molti (a giudicare dalle foto scattate in quei 2 metri quadrati dai turisti), ma hanno lasciato indifferente il sottoscritto.
Il piccolo e ipertecnologico ROV usato per la riscoperta del Titanic da Robert Ballard è sicuramente il pezzo forte dell’ultima sezione, così come la (ennesima) possibilità di interagire con i fondali su cui giace il Titanic. Il visitatore, con le sue manine, può decidere di spostarsi sul fondale interattivo di un fittizio Atlantico ed esplorare gli oggetti dal Titanic, ripresi dalle diverse escursioni in sito.
Proprio relativamente ai reperti dal relitto si muove la mia seconda critica. Ho letto in diversi articoli di aste dedicate agli oggetti (più o meno ricchi) recuperati dal Titanic. La scena iniziale del film di Cameron mostrava occhiali, bambole, scarpe. Ed era quello per cui ho speso ben 13 sterline. Volevo capire come vestissero i nostri antenati, come passassero il tempo durante il viaggio, la loro mentalità. Insomma incontrarmi e scontrarmi con la storia degli uomini e delle donne protagonisti del disastro più che con la storia della nave in se stessa. E sono rimasto irremediabilmente deluso.
Si abbandona la mostra con la sensazione di aver letto metà delle informazioni offerte dalle installazioni interattive, pur avendoci passato in compagnia alcune ore. Non c’è alcun oggetto ‘protagonista’ della storia. Solo foto, ricostruzioni e quelle maledette diavolerie tecnologiche che mi hanno lasciato l’amarezza di essere stato sapientemente ingannato.
A giudicare dalle recensioni d’oltremanica, il Titanic Belfast sembra un’esperienza da non perdere assolutamente. Forse le mie aspettative erano troppo alte o forse non sono al passo con i tempi (e soprattutto con la pionieristica maniera anglosassone di ‘fare cultura), o più semplicemente avrei dovuto visitare il tutto con uno spirito diverso, meno umanitario e più distaccato. Mea culpa.
Per non farmi la reputazione da inflessibile castigatore, voglio citare un sito che ho conosciuto diversi anni fa, gestito da Claudio Bossi (che, se non erro, ha scritto recentemente anche un libro sul Titanic). Ecco, laggiù, in quel sito, ho trovato la Storia che cercavo del Titanic. Più che a Belfast. Manco a dirlo, vi invito a visitarlo (cliccando qui).
Sono davvero curioso di sapere se Bossi abbia visitato o meno il Titanic Belfast che, rimane, una tappa obbligata per gli appassionati.
Qua il sito ufficiale dell’esposizione. E, qua, una recensione (in inglese) più entusiasta della mia.
13 mercoledì giu 2012
Pubblicato in Notizie dal mondo, Politica Britannica
Tag
abitanti falkland, Argentina, argentina falkland, autorità coloniali, dittatura argentina, Falkland, Falkland Islanders, Falkland Islands, Gavin Short, governatore impero britannico, governo falklands, guerra delle falkland, guerre e petrolio, guerre latino americane, invasione britannica, isole malvinas, London, Margaret Thatcher, margaret thatcher governo, neocolonialismo britannico, Oggi, petrolio falkland, petrolio nell'atlantico, rivendicazioni coloniali oggi, rivendicazioni falkland, thatcher falklands, William Hague
I tempi della Thatcher sembrano così lontani, così pure quelli dell’Argentina militarizzata della giunta, di Galtieri e dell’imperialismo sulle isole Malvinas. Oggi, a distanza di trent’anni, le relazioni tra i due paesi (Argentina e Gran Bretagna) stentano a cementificarsi. L’uno provoca l’altro e la diplomazia non riesce a mettere la parola fine alla lunga disputa che coinvolge il possesso delle isole Falklands-Malvinas. Perfino le olimpiadi (vedi qui) diventano un occasione per ravvivare il contenzioso.
La guerra del 1982 ha provocato non solo una sonora batosta per gli argentini, ma anche l’inizio di una sorta di ‘guerra fredda’ tra i due governi. Entrambi, con fasi alterne, continuano ad accusarsi reciprocamente di imperialismo e neocolonialismo.
Improvvisamente i britannici si accorsero di quelle piccole e lontane isole che talvolta non erano pure annoverate tra i domini della corona. Solo dopo la vittoria della Thatcher, infatti, venne estesa la cittadinanza agli isolani che vennero considerati solo allora cittadini britannici a tutti gli effetti.
Ieri è stato scritto un ulteriore capitolo sulla questione delle Falklands: propio nel trentesimo anniversario della vittoria (1982-2012), il governo delle isole ha indetto un referendum per dimostare al mondo (e soprattutto all’Argentina) che la cittadinanza è e vuole restare sotto la Corona dei Windsor.
Manco a dirlo, il premier Cameron (che ha più volte citato la Lady di Ferro come suo modello) si è detto da subito entusiasta del progetto. E qualche maligno potrebbe aggiungere che proprio il governo di Londra avrebbe ‘consigliato’ (se non imposto) al governo isolano il suddetto referendum. Così William Hague, ministro degli esteri inglese, non ha perso un attimo e ha chiesto al mondo di ‘ascoltare quello che gli abitanti delle Falklands hanno da dire’.
La Kirchner, carismatica presidentessa dell’Argentina democratica, continua a raccogliere consensi in America Latina e rivendica con testardaggine le isole.
Ne fanno una questione di principio e di giustizia dicono, ma siamo davvero sicuri che i giacimenti di petrolio sottomarino non facciano gola? Le assidue e regolari visite di reali, ministri e personaggi in vista della compagine britannica vogliono solo riaffermare il principio di autodeterminazione o, piuttosto, ravvivare l’identità britannica di una sparuta comunità a migliaia di miglia da Londra?
Vedremo come andrà il referendum, fissato per adesso nella seconda metà del 2013. Quello che è sicuro, comunque, che le tensioni tra i due paesi non si risolveranno con una stretta di mano o con un voto.
Per saperne di più sulla guerra, clicca qui.
05 martedì giu 2012
Pubblicato in Libri
Tag
america anni 40, amore tra razze diverse, bobby sands, campi di concentramento americani, campi di concentramento nella II guerra mondiale, campi di prigionia, cinesi e giapponesi, cinesi in america, giapponesi e cinesi in america, giapponesi in america, gusto proibito della zenzero, henry keiko, hotel corner bitter sweet, internamento durante la II guerra mondiale, internamento giapponese in america, jamie ford, japantown seattle, jazz seattle, libri 2012, libri storici, libri su rapporto padre figlio, libri sulla cultura cinese, libri sulla cultura giapponese, narrazione a flashback, Nihonmachi, romanzi ambientati in america, romanzi storici da leggere, romanzi storici giappone, Seattle, seconda guerra mondiale in america, segregazione razziale

La copertina del libro di Ford
Deve essere una specie di maledizione. Ogni volta che ‘investo’ innumerevoli ore della mia vita nella scelta di un libro, l’avventura storia finisce quasi sempre con una cocente delusione.
Stavolta, costretto da tempi brevi, mi sono lanciato su un romanzo da leggere in pochi giorni e (diciamocelo con franchezza) sono stato attirato dal basso costo. Mai avrei speso venti euro ad occhi chiusi per un libro di cui non avessi mai sentito parlare.
Eppure, come già per ‘Un giorno della mia vita’ di Bobby Sands, la fretta e la superficialità della scelta mi hanno coinvolto in una lettura appassionante e quasi magnetica.
Raramente è capitato ad un accanito ed esoso lettore come il sottoscritto. Il mio gusto, lo ammetto, è talmente particolare da non incontrare (quasi) mai la soddisfazione scaturita da un ottimo libro.
Questa volta mi è andata egregiamente bene. Non mi sono affidato alle recensioni dei lettori su IBS.it, non mi sono fatto consigliare da amici e conoscenti e soprattutto mi sono allontanato dalle consuetudini che tanto mi avevano annoiato negli ultimi mesi.
Mi sono lanciato sul best-seller di Jamie Ford con la velocità di un ghepardo e, senza pensarci due volte, ho preso quei nove euro e novanta dal mio polveroso portafoglio da studente per darli alla commessa della libreria.
Beh Ford mi ha letteralmente stupito. Il libro si è rivelato, già fin dalle prime pagine, un fiume in piena. La prosa pulita certo aiuta il lettore a calarsi nella narrazione e la complessità psicologica dei personaggi (su tutti spiccano certamente il padre di Henry sospeso tra identità culturale e amore per il figlio e la signora della mensa) funge da perfetto sfondo alla struggente storia d’amore tra un adolescente cinese ed la sua compagna giapponese.
Due sono, tuttavia, gli elementi che davvero inchiodano il lettore e annoverano ‘Il gusto proibito dello zenzero’ (Hotel on the Corner of Bitter and Sweet il titolo orginario) tra i più bei libri che abbia mai avuto tra le mani.
L’alternanza a piani temporali sdoppia il flusso degli eventi in maniera magistrale: così possiamo seguire ‘in diretta’ l’evoluzione del personaggio Henry come un tredicenne ribelle e Henry come un barboso padre in età avanzata. Il gigantesco flashback permette a Ford di tracciare idealmente un confronto tra la società americana degli anni 40′ e quella contemporanea. Da una parte un ragazzetto costretto ad indossare un adesivo sulla giacca per ribadire la sua identità cinese allontanando la paura degli occhi a mandorla, dall’altra uno studente modello (il figlo Marty) così ben inserito nel tessuto sociale americano da quasi dimenticarsi dei suoi ‘diversi’ tratti somatici.
Il secondo elemento forte dello sforzo letterario di Jamie Ford è la sua accurata descrizione della Seattle cosmopolita degli anni della guerra e l’ambientazione storica in cui evolvono i personaggi e, con loro, gli eventi della Storia.
Il grande merito dell’autore rimane quello di portare a galla (anche a noi poveri europei) la tragedia dei giapponesi (o meglio degli americani con identità, background o anche solo nomi giapponesi) internati in campi di prigionia per il solo peccato di essere tali.
Non importa quanto la famiglia Okabe fosse americana e patriota, non importa se la figlia Keiko sapesse parlare nient’altro che l’inglese, tutti furono accomunati a quei giapponesi che bombardavano Pearl Harbour e davano fuoco alle città americane nel Pacifico.
La storia di Keiko ed Henry rimane per me un’ingegnosa scusa per raccontarci un’altra storia, per farci riflettere sulla correttezza della versione ‘canonica’ della storiografia (da cui il lungo titolo di questo post).
La prova che accanto agli orrori del nazismo venivano perpetrate profonde ingiustizie anche al di là dell’oceano. Certo in misura minore, certo spinte dalla tesa atmosfera bellica e certo con minore sistematicità; ma davvero siamo sicuri di avere gli strumenti giusti per giudicare?
Ford non lo fa mai: in effetti la sua mano e il suo pensiero è quasi impercettibile. Egli, facendo tesoro delle sue radici cinesi (come il protagonista del suo romanzo) e del suo ‘essere diverso’ dallo stereotipo tutto americano, racconta la storia degli emarginati, della segregazione razziale (significativo a tal proposito, l’episodio del nero Sheldon costretto a sedere sul bus lontano dai bianchi) e dei rastrellamenti dell’esercito americano.
La trama leggermente scontata, il finale affrettato e alcune lacune nel ritrarre le identità culturali dei suoi personaggi non sminuiscono certo il riuscito tentativo di ridare voce agli oltre centomila giapponesi privati della libertà in nome di una patria ingiusta.
Per saperne di più sull’internamento giapponese in America, clicca qui.
Sulle extraordinary renditions clicca invece qui.
Qui, infine, uno scampolo di documentario sull’argomento (in inglese).
31 giovedì mag 2012
Pubblicato in Irlanda & Politica Irlandese, Notizie dal mondo
Tag
Éamon Ó Cuív, destra irlandese, enda kenny, estrema sinistra britannica, europa al voto, fine gael, gerry adams, governo irlandese, Ireland, Italy, Joan Burton, Labour, laburisti irlandesi, Mario Monti, Mary Lou McDonald, maryLou McDonald, partito socialista irlandese, patto fiscale europeo, politica irlandese, politica nazionale irlandese, politiche economiche irlanda, politiche sociali irlanda, premier irlandese, primo ministro irlandese, questione irlandese, ratifica accordi internazionali, referendum irlandese, Richard Bruton, Shane Ross, sinistra irlandese, Sinn Fein irlandese, socialisti irlandesi, voto in Irlanda, voto Irlanda 2012

L’Irlanda al voto
In queste ore sono aperte le urne nelle ventisei contee del sud per lasciar esprimere il popolo irlandese sul cosiddetto ‘fiscal pact‘.
Nonostante le aspettative di affluenza siano molto limitate, il voto avrà ripercussioni sulla vita politica irlandese ed europea. Nei giorni scorsi, infatti, politici di diversa estrazione si sono dati battaglia su due fronti opposti: gli uni per invitare gli elettori a ratificare il trattato, gli altri a respingerlo in funzione anti-austerità e antigovernativa.
Cosa prevede dunque il trattato?
Il ‘Fiscal Pact‘ è un accordo raggiunto da 25 stati membri dell’Unione Europea che prevede un maggiore coordinamento tra le nazioni europee in materia economica. Sarà richiesto ai governi più attenzione ai giganteschi deficit che stanno piagando l’Europa (quello irlandese è oltre il 13%) e soprattutto di ridurre il debito pubblico tramite ulteriori misure di austerità.
Nonostante gli altri stati membri abbiano ratificato il trattato senza ricorso alle urne (tramite semplice voto parlamentare per lo più), l’Irlanda prevede nella sua costituzione la consultazione popolare per ogni decisione che vada ad inficiare sulle politiche nazionali. Come già per il Trattato di Lisbona, il voto di oggi rischia nuovamente di presentare l’Irlanda come la ‘pecora nera’ dell’Unione.
In caso di vittoria del ‘No’, il trattato entrerà comunque in funzione per gli altri stati e verrà probabilmente ripresentato in Irlanda un nuovo referendum sulla stessa materia in breve tempo (sulla scia di quanto accadde per il trattato di Lisbona). In effetti, Richard Bruton, attuale ministro del lavoro ha riferito alla radio la fondatezza di un secondo voto referendario.
Come sempre accade, il voto è utilizzato dal governo per misurare il consenso e dai partiti di opposizione per tentare di dare una spallata al governo, impegnandolo su più fronti.
Enda Kenny, il Taoiseach irlandese, si è fatto personalmente promotore per la ratifica e ha chiesto un ‘Si alla stabilità, agli investimenti, alla ripresa e all’Irlanda del lavoro’. Il partito del premier si è schierato senza sosta per diffondere un immagine positiva del trattato, necessario per spingere la ripresa ed evitare l’isolamento politico-economico dall’Europa.
Anche il partner di governo del Fine Gael, il Labour, si è detto convintamente per il Si.
Joan Burton, vicesegretaria del partito e ministro del Welfare (Social Protection) si è così espressa: ‘Dobbiamo essere sicuri che il governo continuerà ad avere soldi per pagare il sistema di stato sociale, perchè la disoccupazione non scomparirà da un giorno all’altro nonostante i molti annunci di lavoro negli ultimi mesi’.
Il Fianna Fàil, partito di opposizione dell’ex ministro degli esteri Micheal Martin, ha comunque invitato i suoi elettori al Si: ‘Votando Si, manderemo il giusto segnale ai nostri mercati di esportazione riguardo il futuro dell’Irlanda in Europa. Potenzieremo la confidenza internazionale sul futuro economico irlandese, potenziando dunque le esportazioni dall’Irlanda’. Il partito, comunque, non manca di voci dissidenti al suo interno di contrasto posizione ufficiale. Éamon Ó Cuív, ex ministro e vice segretario del Fianna Fàil si è dimesso dalle sue funzioni perchè si è detto indisponibile a votare Si al referendum.
Lo Sinn Fèin, invece, non si è risparmiato per chiamare il suo crescente pubblico a votare contro il fiscal pact. Rivolgendosi all’accordo come ‘trattato di austerità’, Gerry Adams (numero uno del partito e parlamentare per il seggio di Louth) ha detto che ‘una vittoria del Si renderebbe istituzionalizzate le fallimentari politiche che hanno creato tante privazioni in Irlanda’. Ancora una volta, Adams chiede agli elettori di non privarsi delle loro prerogative democratiche e della loro voce sulle materie economiche nazionali.
Lo Sinn Fèin fa dunque leva (come già per Lisbona) sul ruolo dell’elettorato attivo nella vita politica ed economica del paese, rifiutando quelle che sono descritte come ‘ingerenze esterne’.

Il Presidente (Adams) e la vicepresidente (McDonald) dello Sinn Fèin
Mary Lou McDonald, altra punta di diamante della scuderia Sinn Fèin, ha attivamente partecipato a quasi tutti i dibattiti TV ed ha ribadito l’assoluta necessità di opporsi al trattato e ha accusato il governo di adottare una ‘politica della paura’. Il No, seconda la McDonald, non porterebbe come conseguenza un isolamento economico dell’isola bensì allineerebbe l’Irlanda al crescente numero di stati contro l’austerità (tra cui la Francia del neopresidente François Hollande e l’Italia di Mario Monti).
A fianco dello Sinn Fèin in questa battaglia, alcune voci indipendenti (come Shane Ross) e il Socialist Party of Ireland il cui segretario , Joe Higgins, ha ribadito le accuse di ‘eccessivo allarmismo’ da parte del governo. Anche il cartello elettorale di estrema sinistra, la United Left Alliance, si è schierato per il No.
Oltre tre milioni di elettori sono chiamati al voto oggi e i sondaggi della vigilia regalavano al fronte del Si una vittoria di misura (39% vs 30%), ma il partito degli indecisi (circa il 22%) potrebbe rivelarsi decisivo per un ribaltamento.
25 venerdì mag 2012
Pubblicato in Notizie dal mondo, Politica Britannica
Tag
Alex Salmond, atto di unione, Boris Johnson, devoluzione scozia, futuro scozia, governo scozia, indipendentismo UK, indipendenza scozzese, movimento indipendentista scozzese, petrolio mare del nord, primo ministro scozzese, referendum indipendenza, referendum Scozia indipendenza, risultati elettorali scozia, Scotland, scozia libera e indipendente, scozia unione europea, Situazione politica uk, SNP, sterlina scozzese, turismo scozzese, unionisti scozzesi, william wallace
Abbiamo già parlato delle passate elezioni locali in Gran Bretagna, dell’ottima rimonta dei laburisti, del collasso della coalizione di governo Tories-LibDems e della inaspettata (ma cercata) rielezione di Boris Johnson alla carica di sindaco di Londra.
Uno degli argomenti che questo blog segue con crescente interesse è il processo di devoluzione scozzese e il tanto ventilato referendum per l’indipendenza della nazione di William Wallace da Westminster.
E’ sicuramente difficile riassumere e soprattutto comprendere la difficile situazione politica d’oltremanica, soprattutto per gli stranieri. Purtroppo, quindi, è indispensabile una piccola introduzione al panorama politico scozzese prima di affrontare i risultati emersi nel 2012 a nord del Vallo di Adriano.
Negli ultimi anni, sotto la spinta del partito nazionalista scozzese (lo SNP di Alex Salmond), i consensi per un’ipotetica indipendenza si sono moltiplicati. E’ recente, infatti, la notizia del lancio della campagna ‘Yes Scotland’, ovvero la gigantesca operazione messa in atto da Salmond e i suoi per portare Edinburgo verso l’indipendenza.
Ovviamente, la vittoria del si non è scontata. Come in Irlanda, la comunità unionista scozzese è numerosa e farà tutto il possibile per allontanare lo spettro della fine del Regno Unito.
Si discute su tutto. Sondaggi a parte (che smentiscono oggi quello che affermavano ieri), i fatti sembrano suggerire che il popolo scozzese non sia ancora totalmente convinto dall’indipendenza. Salmond ed il partito nazionalista tutto spingono, infatti, per posticipare il referendum costituzionale verso autunno 2014; mentre i movimenti unionisti lo vorrebbero indire immediatamente. Probabilmente, questi ultimi (e i conservatori britannici) sono sicuri, al momento, di poter conservare la maggioranza di ‘No’ e archiviare così l’umiliante pagina indipendenza.
L’incertezza in cui versano i nazionalisti sembrerebbe confermata anche dalle loro pressanti richieste di inserire nella scheda elettorale una terza opzione equidistante dal si e dal no all’indipendenza. Potrebbe infatti presentarsi per gli elettori la possibilità di scegliere anche una devoluzione portata agli estremi, come alternativa all’indipendenza.
Questo escamotage ha tutto il sapore della paura di una sonora sconfitta per i repubblicani che potrebbe dilaniare il movimento una volta per tutte.
Sorgono poi una serie di questioni che mettono in dubbio i reali vantaggi di una scissione scozzese. D’altronde i due paesi sono legati dall’Atto di Unione da oltre tre secoli e non sarà facile per il Salmond di turno ottenere oltre che l’indipendenza geografica e politica, quella psicologica.
Che fine farà ad esempio l’unione monetaria? Quale conio adotterà una Scozia indipendente, se non avrà più la sterlina?
Sicuramente molti scozzesi adotterebbero l’euro come moneta corrente nel loro paese. Il momento economico non sembra tuttavia essere particolarmente propizio per un avvicinamento economico all’Unione Europea che versa in condizioni disastrose. Plausibilmente, dunque, la Scozia indipendente userebbe per un certo periodo di tempo il pound britannico per poi smarcarsene in periodi meno burrascosi.
Questa e molte altre domande (ad esempio a quale paese andranno i diritti di estrazione petrolifera nel Mare del Nord) assillano le menti dei politicanti e di chi dovrà dichiararsi a breve per il salto nel buio o per la continuità con la monarchia. Una cosa è sicura: se la Scozia è stata parte dell’Unione per così tanto tempo, è certo che gli unionisti, il governo britannico e soprattutto la famiglia reale tutta faranno salti mortali per evitare o far fallire il referendum costituzionale.
Non sarà facile per gli eredi di Wallace ottenere la tanto sospirata libertà.
Per approfondire:
La Scozia, Alex Salmond e gli ostacoli all’indipendenza
07 lunedì mag 2012
Pubblicato in Notizie dal mondo
Tag
AC Milan, attenzione dei media internazionali, belfast, bobby sands, crimini israeliani, Derby della Madonnina, diritti dei prigionieri palestinesi, facebook scudetto, Italy, Juventus, Juventus F.C., motivi sciopero della fame, oppressione e resistenza, palestinesi, palestinesi in sciopero della fame, prigionieri palestinesi, questione palestinese, resistance and oppression, rivendicazioni palestinesi, sciopero della fame irlandese, scudetto Juventus, Serie
Le notizie odierne non mancano. Dall’elezione di Hollande, alla paura per le borse europee, passando dalle amministrative italiane. I quotidiani versano fiumi di inchiostro per rendere comprensibile questa maledetta crisi economica, alimentando la paura e quindi le vendite.
Ma la notizia che campeggia su ogni testata è ovviamente la vittoria della Juventus. Per i quasi sessanta milioni di italiani, ovviamente, il calcio rappresenta una priorità imprescindibile. Stamani, presso l’edicola sotto casa, il corriere dello sport e la gazzetta erano ovviamente terminati alle prime luci dell’alba.
Sui social networks gli juventini (ferventi, blandi o opportunisti non importa) postano status trionfanti sull’impresa ed i detrattori invocano macumbe e vendette sulla squadra vincente, mossi da invidia o semplicemente da campanilismo.
Non me ne vogliano gli sportivi dell’ultima ora, anche il sottoscritto è appassionato di calcio e un tifoso distratto della sua squadra. Eppure, vorrei portare alla luce una notizia forse un tantino più importante (ovviamente secondo il mio punto di vista).
Il 17 aprile scorso, in una terra chiamata Palestina, tra le migliaia di prigionieri politici, alcune decine hanno intrapreso uno sciopero della fame ad oltranza per protestare contro le dure condizioni di vita nelle carceri israeliane.
Lungi da me giudicare i motivi per cui sono stati imprigionati, processati (a volte) e condannati; ma certamente anche il più efferato delitto non può e NON DEVE mettere le autorità israeliane nelle condizioni di privare i palestinesi dei più fondamentali diritti umani.
Da moltissimi anni, moltissimi prigionieri non possono essere visitati dai parenti che spesso percorrono anche moltissimi chilometri (considerate anche il costo economico oltreche umano di questo sacrificio) per vedersi rifiutati i visti di ingresso per abbracciare o anche solo vedere un proprio caro.
Perquisizioni invasive e percosse sono ovviamente all’ordine del giorno, come pure l’isolamento psicologico a cui devono sottostare i prigionieri.
Così i prigionieri hanno iniziato l’unica forma di protesta disponibile per un prigioniero: il rifiuto del cibo. Tutto ciò per attirare l’attenzione internazionale e per ribadire la dignità personale del condannato.
Spontaneo, chiaramente, il parallelo con gli scioperi della fame irlandesi, dove trovarono la morte moltissimi prigionieri dell’IRA (tra cui il più famoso, Bobby Sands, il cui anniversario ricorreva l’altro ieri). Le richieste erano pressochè le stesse e il silenzio e le umiliazioni quotidiane a cui erano costretti sono le medesime dei prigionieri palestinesi (qui alcune delle loro rivendicazioni).
Mi viene in mente uno slogan che campeggiava su uno dei famosi murales cattolici di Falls Road a Belfast: ‘Oppression breeds resistance‘, l’oppressione nutre la resistenza. E’ ora che gli israeliani, i britannici e chiunque altro calpesti i diritti individuali della persona impari questa lezione.
Alcuni di loro hanno superato due mesi di sciopero e stanno letteralmente morendo di inedia senza che il mondo muova un dito. Bilal e Thaer hanno raggiunto il macabro risultato di 70 giorni senza cibo, Hassan e Omar ‘solo’ 64 e 62 giorni. Le loro condizioni di salute sono, come possiamo immaginare, estreme. I risultati ottenuti? Scarsi.
Chissà se questi ragazzi abbiano saputo dello scudetto della Juventus.