Recensione del film ‘The Iron Lady’

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Nessun compromesso

Questo blog ha seguito per un lungo periodo i miei interessi nei confronti della politica anglosassone ed in particolare della figura della Lady di Ferro, Maggie Thatcher. Così il film di Phylidda Lloyd aveva creato in me aspettative davvero notevoli.

Già dal trailer (come avevo anticipato qua) spiccava la bravura di Meryl Streep nel ruolo della baronessa, ma soprattutto la sua straordinaria somiglianza. E la prima emozione che ho provato è stata proprio una profonda ammirazione per la truccatrice del film che è riuscita a ricreare gli anni mitici della Thatcher tramite un eccezionale make-up. Non per niente Marese Langan ha ricevuto una meritatissima candidatura agli Oscar.
D’altronde la bravura dei truccatori cinematografici era già emersa per la suggestione creata con altri personaggi storici (su tutti ricordo Bruno Ganz che impersonava Hitler nel magnifico film del 2004).
La stessa Meryl Streep è in attesa degli Oscar 2012 per questa interpretazione. Mi auguro, dunque, che entrambe ricevano l’ambito premio; nonostante le mie conoscenze in campo cinematografico rasentino il ridicolo. Le stesse Langan e Streep hanno ricevuto la candidatura alla British Academy. E’ probabile che la coppia farà incetta di premi nei prossimi mesi.

Molte sono state le recensioni notevoli su ‘The Iron Lady’, spicca su tutte quelle fortemente negative espresse dai figli della Baronessa Thatcher, i gemelli Mark e Carol. In particolare, quest’ultima, che nel film occupa un ruolo di primo piano nel supporto emotivo alla vecchia Thatcher, si è espressa duramente secondo quanto riportato dal Daily Telegraph: ‘Sembra una fantasia di sinistra’.
Insomma la famiglia Thatcher non sembra aver gradito molto la trasposizione cinematografica della sua più importante figura.

Ma che profilo esce dal film?

Innanzitutto dobbiamo riconoscere, oltre alla già citata bravura della Streep, il coraggio dimostrato dalla compagine della regia/produzione di aver portato sul grande schermo un tema ancora così dibattuto. Tra rischi di boicottaggio, di revisionismo e di ridimensionamento del valore di Maggie Thatcher, non deve essere stato affatto facile prendere una decisione simile.
Quello che è il risultato finale deve essere stato influenzato pesantamente dalle pressioni della società inglese, ancora divisa sul giudizio di una donna che li governò per undici lunghi anni. Tra i giovani britannici mi è capitato, pochi mesi fa, di sentire ancora discutere dell’operato della Lady di Ferro con schieramenti a favore di chi la definiva la più grande prime minister della storia del Regno Unito (e che probabilmente è rimasto deluso da questo film per l’assenza di grandeur) e chi la giudicava ‘a heartless bastard’ (deluso comunque per il dipinto a tinte dolci).
‘The Iron Lady’ potrebbe essere dunque definito un film che scontenta tutta la società civile britannica e non solo.

Non nascondo di appartenere al II° gruppo. Ad ogni modo sono entrato in sala, convinto e quasi spaventato che questo film avrebbe potuto farmi rivalutare alcuni aspetti storici della premiership della Thatcher (ad esempio lo sciopero dei minatori).

In effetti, tuttavia, nulla di tutto ciò è successo. Il mio sentimento e il mio giudizio critico verso la Thatcher è rimasto sostanzialmente inalterato. In bocca dopo 1.40 minuti di film, solo indifferenza storica-politica e una leggera malinconia per i destini di una donna che influenzò per undici anni le vita di 60 e oltre milioni di persone.

Il film si è rivelato un interessante spaccato sulla solitudine delle persone affette da demenza senile, soprattutto quelle che non si rassegnano alla perdita delle facoltà celebrali che le avevano aiutate a diventare ‘grandi’.
Ha anche il merito di scarnificare la forte componente sessista all’interno della House of Commons, come paradigma di una società (non solo quella anglosassone) ancora ancorata alla supremazia lavorativa e sociale degli uomini sulle donne.
La determinazione di Margaret/Meryl è illuminante sulla grigezza dei suoi colleghi maschili. La regista disegna una donna forte e intraprendente che è decisa a fare quello che lei crede ‘il bene’ per il suo paese. Nessun compromesso, nessuna morbidezza nei confronti di sindacati ed elettorato che chiedevano comprensione ed ascolto.
E da questo punto di vista, il film è riuscito a dipingere una Thatcher solerte e politicamente ineccepibile.
Ma le lacune storiche e sociali della pellicola non possono essere perdonate. Solo brevi accenni a famiglie intere ridotte sul lastrico per la cosiddetta ‘intransigenza’ dei governi Thatcher.
Morti e feriti per la mancanza di dialogo tra la baronessa e il suo popolo.
Dieci prigionieri irlandesi morti uno dopo l’altro per i secchi e ripetuti ‘NO’ della Thatcher.
Tutto questo il film appena lo cita. Così l’odio ed il risentimento di milioni di persone verso questa donna cessa di essere ragionevole.
La bomba dell’hotel di Brighton diventa un inutile spargimento di sangue di ignobili terroristi a cui non piegarsi.
I colleghi di partito che chiedono valutazioni più profonde diventano ‘traditori’.

Insomma il profilo è incompleto. Il rischio di umanizzare la Thatcher da un lato e di renderla troppo odiosa dall’altro ha fatto si che emergesse una Lady politicamente e storicamente trascurabile. Con il risultato di far discutere ancora di più i cittadini britannici su questa figura, adesso al termine della sua vita.

La Baronessa, la donna più odiata ammirata e amata al mondo, non è più viva e non è ancora morta. Eppure questo film, come la sua protagonista, ha il potere di dividere lo spettatore/elettore sul giudizio della donna più discussa degli ultimi 50 anni.

 

Il nuovo film su Margaret Thatcher

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Meryl Streep negli abiti della Thatcher

Il 27 gennaio p.v. uscirà nelle sale italiane il nuovo film sulla Lady di Ferro. Sebbene la presenza di Meryl Streep ben prometta per le sorti del film, ho paura che abbiano ‘umanizzato’ un po’ troppo una delle donne più odiate del mondo.
Staremo a vedere. Non giudichiamo frettolosamente. Ricordiamo soltanto che la Thatcher lasciò morire 10 prigionieri politici in Irlanda del Nord, autorizzò sanguinose repressione, annullò lo status sociale etc etc.
Il 27, comunque, sarò al cinema a vedere questo interessante documento, già farcito di pregiudizi e pronto a sputare veleno!

Per saperne di più sulla Thatcher:

Margaret Thatcher, lo sciopero dei minatori e la repressione

Margaret Thatcher e la guerra delle Falkland (Parte II)

Le rivelazioni degli Archivi Nazionali Britannici

Qua, invece, il trailer in italiano.

 

Viaggiare in economia ed esplorare il mondo con workaway

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Nelle scorse settimane, leggendo un quotidiano britannico, mi sono positivamente scontrato con un articolo estremamente rilassante. In pratica il giornalista spiegava come intendessero passare le vacanze la maggior parte dei giovani inglesi.
In effetti differenze palesi tra gli italiani e gli inglesi emersero già studiando attentamente le abitudini vacanziere e gli stili di vita dei miei amici e/o coinquilini britannici. Loro non davano molta importanza alla vacanza al mare, allo stare con il solito gruppo di amici e con il rilassarsi dopo una lunga stagione di studi (o di lavoro). Così, al termine dei miei studi, mi sono dato da fare per trovare qualcosa che mi permettesse di viaggiare senza spendere soldi che non possiedo.

Prima di incontrare il programma di workaway.info (qui il sito ufficiale) aspettavo di vincere il superenalotto per dedicarmi ad una delle mie più grandi passioni. In pratica il sito permette di mettersi in contatto con una serie di ‘datori di lavoro’ all’estero e in italia che offrono le più svariate opportunità per soggiorni in paesi lontani e vicini.
Diverse i campi in cui ci si può cimentare (sebbene il volontariato occupi una buona parte dell’offerta): tra cui giardinaggio, baby-sitting, cura degli anziani, cura degli animali, insegnamento delle lingue etc etc. Il ‘padrone’ di casa, soggetto a monitoraggi continui e feedbacks (da parte di chi ha usufruito dell’offerta), assicura vitto e alloggio a chi volesse aiutarlo in una particolare mansione: c’è infatti chi chiede un aiuto con i figli, chi con il giardino, chi per costruire casa. Ovviamente se l’avventore cerca di trovare lavoro all’estero con questo sito, può anche abbandonare immediatamente la pagina. Non ci si arrichisce con workaway, almeno non economicamente. Tuttavia permette, ad esempio, di partecipare alla gestione di orfanotrofi in India o in Nepal, o più egoisticamente di trascorrere qualche mese ai Caraibi pulendo le camere di un ostello in cambio di vitto e alloggio. Insomma il sito da l’opportunità di fare esperienze stupende a costo zero (o quasi, se non consideriamo il viaggio per arrivare in loco).

Piccola postilla: ovviamente non sono in alcun modo coinvolto con l’attività del sito e neppure voglio fare della ‘pubblicità internautica’. Solo credo sia un’ottima iniziativa che merita di essere promossa, soprattutto tra noi pigri italiani tutta ‘mamma e televisione’. E’ pertanto benvenuto qualsiasi tipo di commento e/o di recensione riguardo il tema, soprattutto da parte di chi lo avesse provato sulla propria pelle.

Hugo Chavez e il suo nuovo alleato Mahmoud Ahmadinejad

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La stampa internazionale sembra aver dimenticato Hugo Chavez. Il presidente venezuelano viene oggi citato solo per descriverne una presunta parabola discendente. Il 14 febbraio p.v. gli oppositori eleggeranno lo sfidante da contrapporre a Chavez nelle prossime elezioni presidenziali di ottobre. Ed il risultato non è certamente scontato.
Il tumore di Chavez sembra avere la meglio sulle sue politiche interne e estere, le immagini di un presidente malato, afflitto da mesi di chemioterapia e calvo, sembrano entusiasmare più delle sue iniziative.
In realtà il presidente venezuelano è attivissimo anche in questi mesi di ‘convalescenza’ (anche se non è chiaro ne il tipo di cancro che lo tormenta, ne i risvolti del trattamento sanitario).

Un evento trascurato dalla stampa internazionale (e non parliamo di quella di casa nostra) è stata proprio la visita del discusso presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a Caracas.
Accomunati dalla visione anti-imperialistica e da un odio profondo nei confronti dell’amministrazione americana, i due leaders non sembravano poi così simili. Eppure il 10 gennaio scorso è andato in scena un siparietto molto divertente tra i due.

Da una parte abbiamo un presidente iraniano terrorizzato di fare la fine di Gheddafi, Mubarak e Ben Alì spazzati via dalla ‘primavera araba’, isolato diplomaticamente e sull’orlo di un embargo economico non trascurabile (anche se la Russia sembra giocare a nascondino nelle bilancie diplomatiche). La scelta di tirare dritto nelle sue politiche nucleari lo hanno costretto a cercare alleati agli antipodi del suo paese, cercando di spezzare quell’asse diplomatico che Obama sta cercando di ricostituire dopo le follie dell’ex Bush (che considerava gli alleati come pedine su una scacchiera).
L’odio verso gli americani si fa sentire anche all’interno degli stessi confini iraniani: recentemente, infatti, è stato condannato a morte Amir Mirzaei Hekmat, accusato di essere una spia della CIA.

Dall’altro lato abbiamo un Hugo Chavez molto ambiguo. I suoi numerosi contatti con i tradizionali nemici degli Stati Uniti stanno scemando molto velocemente. Gheddafi è stato ucciso lo scorso anno dalla rivoluzione, il siriano Assad è pronto a cadere e lo stesso presidente iraniano è indebolito dall’isolamento economico-diplomatico di cui parlavamo prima. Eppure il sentimento anti-americano che sembra apparentemente infuocare ancora Chavez, è smentito da alcuni incontri che recentemente hanno avuto luogo tra il Venezuela Bolivariano e alcuni presidenti non proprio socialisti.

Juan Santos e Hugo Chavez

Juan Manuel Santos, il presidente della vicina Colombia, ha ottenuto l’alleanza di Chavez nella lotta contro le temibili squadriglie delle Farc che hanno recentemente rialzato la testa. Chavez ha interrotto l’apologia della Farc (e probabilmente anche gli ingenti afflussi di denaro venezuelano diretto ai ribelli colombiani). Lo stesso incontro con il presidente peruviano, Ollanta Humala, ha fatto capire che, nonostante la facciata di irriducibile guerriero anti-imperialista, stia cercando di ritagliarsi un maggiore spazio in America Latina, anche tra i moderati.

Così Hugo e Mahmoud si sono trovati, ancora una volta, spalla a spalla, incensandosi a vicenda e promettendosi amore eterno. Perfino si permettono di scherzare sul nucleare iraniano: Chavez sorride affermando che sotto la collina dinnanzi al palazzo presidenziale sono nascosti missili atomici, pronti per essere diretti contro gli States.
Ma dietro gli scherzi e i sorrisi dei due, si cela la consapevolezza di entrambi che l’asse Caracas-Teheran non è sufficiente per sconfiggere la ragnatelica diplomazia americana. Non solo per la distanza che separa i due leaders, ma per la debolezza interna che contraddistingue i loro due paesi.

Gli ultimi socialisti: Hugo Chavez e il Venezuela

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Hugo Chavez con l'usuale camicia rossa

Dobbiamo reinventare il socialismo. Non può essere il tipo di socialismo che abbiamo visto nell’Unione Sovietica, ma sarà chiaro che svilupperemo nuovi sistemi basati sulla cooperazione, non sulla concorrenza.

H.Chavez, 2005

L’argomento richiede la mia più profonda schiettezza. Sono sempre stato affascinato dai nuovi modelli socialisti, soprattutto quelli latinoamericani, ispirati dagli esempi di Che Guevara e Simon Bolivar, ma in molti versi distanti dai loro insegnamenti. Allo stesso tempo, tuttavia, rimango fortemente perplesso dinnanzi alle palesi privazioni delle libertà civili e alle dubbie condotte politiche dei governi neo-socialisti (Fidel Castro, Hugo Chavez, Lula, etc.)

Hugo Chavez è una figura indubbiamente interessante e per certi versi misteriosa. Sale e scende dalla ribalta internazionale solo quando prende posizioni contro l’imperialismo americano e insulta i suoi avversari mondiali (gli Stati Uniti certo, ma anche Gran Bretagna e Spagna tra molti altri). Difficile comprendere realmente lo spessore politico del presidente venezuelano senza essere influenzati dal filtro dei media e delle politiche ‘occidentali’. Chavez è variamente descritto come un despota ed un guerrafondaio amico di Ahmadinejad.

Il passato di Chavez è noto alla maggior parte dei cronisti: nasce in una famiglia umile della provincia di Barinas e si arruola nell’esercito appena raggiunta la maggiore età.
La dilagante corruzione dei governi venezuelani, ed in particolare di quello di Carlos Andres Perez, portano il paracadutista Chavez ad imbracciare le armi contro il potere politico e a partecipare ad una rivolta militare che investì tutto il paese.
Il golpe contro Perez fallì per la resistenza incontrata a Caracas, nella capitale, e Chavez passò alcuni anni nelle prigioni venezuelane per esservi poi liberato solo alla caduta del suo carceriere che venne sostituito da Rafael Caldera.

In pochissimo tempo, dal 1997 al 1999, Chavez riesce a fondare e far vincere un cartello di forze di sinistra che gli garantiranno il primo mandato da presidente del Venezuela. Il Movimiento Quinta República riuscì, infatti, a strappare il 56% dei consensi alle elezioni facendo leva su argomenti particolarmente sentiti dall’elettorato: analfabetismo, povertà, conflitti sociali e l’accessibilità del cibo ad ampi strati della popolazione.
Appena eletto istituì delle piattaforme (le famose missioni bolivariane) che si impegnarono per l’emancipazione sociale dei cittadini più indigenti del Venezuela. A tal proposito, sono molto interessanti le cifre e i grafici resi pubblici dopo i vari censimenti che si sono susseguiti durante il periodo Chavez. Essi dimostrano che i risultati raggiunti sono impressionanti: sia per le politiche sanitarie e educative (Chavez ha dichiarato sconfitto l’analfabetismo), sia per la lotta alla disoccupazione e alla diffusa povertà. Ovviamente l’altissimo status sociale fu finanziato con la nazionalizzazione delle risorse petrolifere del Venezuela.

Che si creda o meno alle cifre fornite dal governo (perchè di fonti governative si trattano), il popolo venezuelano ha dimostrato la sua riconoscenza al leader socialista in più di un’occasione.
Durante un duro sciopero infatti, una congiura ordita dall’ex presidente Perez e dalle gerarchie cattoliche (ed ovviamente con il beneplacito della comunità internazionale) creà una situazione di scontri che costrinsero Chavez a consegnarsi ai golpisti per evitare la guerra civile. Carmona Estanga si fregiò del titolo di presidente cancellando qualsiasi riferimento a Chavez ed al suo movimento. Curiosamente gli Stati Uniti non persero neanche un secondo a riconoscere il nuovo governo che avrebbe dovuto sostituire l’arcinemico socialista.
Un’impressionante mobilitazione popolare che chiese a gran voce la liberazione di Chavez portò il golpe al fallimento totale, restituendo così al leader socialista la carica di presidente.

In tutti questi anni Chavez ha potuto mettere su una sorta di alleanza politica tra paesi dell’America Latina, emancipandosi così dal dominio morale ed economico di Washington. Un progetto che non sembra essersi arrestato neppure con la malattia del presidente (attualmente soffre di tumore).

Hugo Chavez e Lula

Il Brasile di Lula (ora di Roussef), il Venezuela di Chavez e l’Argentina di Kirchner e perfino la Cuba di Castro formarono un asse economico che tutt’oggi minaccia la supremazia statunitense nell’area. Senza dimenticare l’appoggio di Chavez ai governi di Gheddafi e Ahmadinejad.

I paesi del Commonwealth si assottigliano

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La bandiera giamaicana

Per tutti gli inglesi, la Giamaica è sempre stata un fiore all’occhiello dell’impero. Fin dal XVII secolo, l’isola è stata dominata dai re di Inghilterra e sfruttata come colonia strategica.
Nonostante molte nazioni si smarcarono dal dominio britannico già a partire degli anni 50′, l’isola che dette i natali a Bob Marley e Marcus Garvey (i due eroi nazionali giamaicani per eccellenza) dovette aspettare il 6 agosto 1962 per potersi dichiarare indipendente grazie ad un plebiscito nazionale. La trasformazione delle colonie britanniche nel Commonwealth (1949) facilitò il trapasso e la Giamaica, al pari di molti altri paesi (tra cui Australia e Canada) riconobbero la regina Elisabetta II come capo di stato, legittimando così una sorta di continuazione del legame coloniale. La presenza di un governatore ufficiale, nominato dalla regina per rappresentarla, rafforzò sicuramente la percezione che la presenza britannica.

Il 29 dicembre scorso, tuttavia, la vittoria del People’s National Party giamaicano con il 53,4% dei voti (42 seggi su 63 totali) ha portato al potere Portia Simpson-Miller.

Il nuovo premier della Giamaica

Il nuovo premier ha posto subito l’accento sulla questione costituzionale dell’isola e ha promesso una nuova fase di trasparenza: ‘Saprete tutto. Non vi nasconderemo niente. Adesso avete un governo di cui potersi fidare’.
All’insegna di questa sbandierata sincerità, la signora Simpson-Miller ha promesso la repubblica in tempi brevi, spezzando così ogni vincolo di fedeltà agli ex padroni coloniali.
Sir Patrick Alley, attuale governatore della Jamaica per conto della regina Elisabetta, avrebbe così le ore contate per l’arrivo della nuova repubblica giamaicana che dovrà nascere al seguito di un referendum. Certamente i giamaicani non sentiranno la mancanza di questa figura tanto inutile quanto odiosa: un intermediario nominato da un monarca lontano migliaia chilometri per una mera rappresentanza politica (i poteri del governatore sono pressochè nominali).
Staremo a vedere cosa ha in mente Londra per fermare quello che potrebbe essere il primo sintomo di un’emorragia.

 

Il revisionismo rivaluta anche Pinochet

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Il Generale Pinochet

Che di matti a giro ce ne fossero a migliaia, lo sapevamo. Dell’esistenza di persone come il revisionista David Irving che negano l’olocausto e il sistematico sterminio nazista ne tenevamo conto. D’altronde non si può essere tutti normodotati. Ed è giusto, a mio parere, dare a queste persone (come pure a quel raccapricciante Ahmadinejad) la possibilità di dire le loro sciocchezze: perchè la repressione genera la diffusione della menzogna.

Certo però che in taluni casi, il revisionismo raggiunge davvero livelli inauditi. Oggi sono rimasto scioccato dalla notizia che, in Cile, il governo conservatore di Sebastian Piñera ha ordinato di cancellare la parola dittatura accanto alla storia del periodo di Pinochet.
Il suo ministro dell’Istruzione, Harald Beyer, ha infatti dato disposizioni di revisionare i libri di storia cileni per rivalutare il generale, definendo il suo governo solo come ‘regime militare’. Come per dire che la feroce soppressione delle libertà civili individuali e le torture furono legittimate dal ‘pericoloso’ governo socialista democraticamente eletto di Salvador Allende.
La destra conservatrice cilena, rimasta lontana dal potere per oltre 20 anni, dimostra così di non aver fatto totalmente i conti con il proprio passato dittatoriale. Come storici, potremmo dare un’infinita di definizioni alla parola dittatura ed ognuna di esse avrebbe dei difetti e delle forzature. Ciascuno di noi interpreta la storia singolarmente e la contestualizza a proprio modo.
Alcune cifre, tuttavia, aiuteranno ad etichettare il periodo che va dal golpe della Moneda del 1973 e l’assassinio di Salvador Allende fino al plebiscito del 1989 e alle dimissioni di Pinochet nel 1990. Il rapporto Retting (Informe Rettig) fu stilato al fine di quantificare le malefatte dei diciasette anni di Pinochet (qui il testo completo originale del rapporto):

- 2.279 persone persero la vita per mano della dittatura
- di queste, 164 sono classificate come vittime di violenza politica e ben 2.115 palesano violazioni dei diritti umani.

Le fredde cifre aiutano senza dubbio a chiarire l’efficacia dell’apparato di repressione golpista di Pinochet; ma non rendono giustizia alle barbarie avvenute in luoghi resi tristemente famosi (Villa Grimaldi e Colonia Dignidad, solo per citare i più famosi).
Emblematica in tal senso l’allocuzione di Thor Halvorssen Mendoza, paladino delle libertà civili e presidente della Human Rights Foundation che si espresse duramente nei confronti di Pinochet e dei suoi scagnozzi:

‘Egli (Pinochet ndt) ha reso inerme il parlamento, soffocato la vita politica, censurato i sindacati, e ha fatto del Cile il suo sultanato. Il suo governo fece sparire nel nulla 3,000 oppositori, arrestò 30.000 persone (torturandone migliaia)…il nome di Pinochet sarà per sempre legato ai Desaparecidos e ai voli della morte, alla tortura istituzionalizzata che avvenne nel complesso di Villa Grimaldi.’

 

'Qui si tortura': i cileni denunciano nel 1983

Che Pinera cerchi in ogni modo di rivalutare forzatamente il passato cileno, da parte mia continuerò a considerare Pinochet un violento dittatore e Salvador Allende una vittima del terrorismo di stato. Con la complicità della onnisciente CIA.

Il discorso di fine anno di Alex Salmond

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Il primo ministro scozzese, Alex Salmond

Alex Salmond, leader dello Scottish National Party (vedi qui e qui per più info) si è rivolto alla nazione scozzese, come di consueto, per la fine dell’anno. Riportiamo la versione parziale da BBC News (per originale, clicca qui) e relativa traduzione in italiano.

ENGLISH

First Minister Alex Salmond called on Scots to live up to their country’s international reputation as a land of technological and scientific innovation and take control of their own destiny, in his New Year message.

But he said the country needed “the political and economic power to make the most of these strengths and resources”.

“The Scottish people have shown a hunger for more powers in order to secure a fairer, as well as a more prosperous future, and I believe optimism has been chosen over pessimism,” he said.

“My priority as First Minister as we go into 2012 is to ensure all Scots have the security and fulfilment that comes from the opportunity to work.

“That’s why we are investing in a range of capital projects to create jobs, guaranteeing an education or training place for every 16-19 year old and delivering 25,000 modern apprenticeships a year.

“With greater powers we could do so much more and we would be much less at risk from the UK’s counterproductive obsession with austerity at all costs.

“Next year will mark a further shift in the debate on Scotland’s future as we move towards a referendum on independence in the second half of the parliament.

“I am confident that Scotland will decide to take full control of our own destiny and join the international community in our own right.”

ITALIANO

Il primo ministro Alex Salmond ha invitato gli scozzesi, nel messaggio per l’anno nuovo, ad essere all’altezza della reputazione internazionale del loro paese, come terra di innovazione tecnologica e scientifica e a prendere il controllo del loro stesso destino

Ma ha anche riferito che il paese ha bisogno del “potere politico ed economico per avere il massimo da queste forze e risorse”

“Il popolo scozzese ha mostrato fame per maggiori poteri al fine di assicurarsi un più giusto, così come più prosperoso, futuro, e, credo, che l’ottimismo abbia prevalso sul pessimismo”, ha detto.

“La mia priorità come Primo Ministro entrando nel 2012 è di assicurare che tutti gli scozzesi abbiano la sicurezza e l’appagamento che viene dall’opportunità del lavoro.

“Ecco perchè stiamo investendo in un gamma di importanti progetti per creare posti di lavoro, garantendo un educazione o un luogo di formazione per ogni 16-19enne e consegnando 25,000 moderni apprendistati all’anno.

“Con maggiori poteri potremmo fare molto di più e potremmo essere molto meno a rischio per la controproduttiva ossessione della UK per l’austerità ad ogni costo.

“Il prossimo anno segneremo un ulteriore passo nel dibattito sul futuro della Scozia mentre ci muoviamo verso il referendum sull’independenza nella seconda metà della legislatura.

“Sono fiducioso che la Scozia deciderà di prendere il totale controllo del proprio destino e si unirà alla comunità internazionale nel nostro stesso diritto.”

Le rivelazioni degli Archivi Nazionali Britannici

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Come avevamo anticipato in questo post, sono trascorsi i trent’anni che separano l’archiviazione di un documento ufficiale segreto dalla sua possibile pubblicazione. Dico ‘possibile’ perchè, ovviamente, esistono files che devono rimanere secretati ad kalendas graecas. 

I documenti resi pubblici hanno creato scompiglio tra i media oltremanica, ma non sembrano aver inciso più di tanto sugli eredi politici di quel lungo corso politico che fu il thatcherismo. I conservatori non sembrano, infatti, aver dato molta importanza alle informazioni uscite dagli archivi nazionali britannici. Vediamone qualche punto riguardante i primi degli undici anni del governo Thatcher, molti dei quali risalenti al 1981:

Censura di stato: Che Margaret Thatcher non fosse uno spregiudicato difensore delle libertà individuali era cosa certa, ma i cables sottolineano come l’ingerenza della Lady di ferro fosse più profonda di quanto ci si aspettasse. Margaret Thatcher, infatti, minacciò di censurare integralmente una trasmissione televisiva destinata a rivelare il modus operandi dei servizi segreti di Sua Maestà (MI5 e MI6).
Il Premier ha, infatti, il potere di censura sui media per interessi ritenuti ‘superiori’ e il segretario della Thatcher, Sir Robert Armstrong, le consigliò in una lettera strettamente privata di esercitare questo suo diritto di veto sulla trasmissione in programmazione della BBC. Seppure il segretario si diceva ‘preoccupato’ sugli effetti di un’ipotetica censura di tale gravità, le raccomandò di sincerarsi che il programma non potesse avere effetti negativi sull’immagine pubblica dei servizi segreti, particolarmente attivi in quegli anni.

La Thatcher al 10 di Downing Street

Tagli delle spese: un interessante cable dagli archivi riguarda il riammodernamento dell’appartamento presidenziale, al celeberrimo 10 di Downing Street. Il Parlamento domandò trasparenza per le note spese di quell’episodio e venne delineato un costo totale di oltre 1.800 sterline. Tuttavia le annotazioni personali della Thatcher tagliarono alcune note come le lenzuola e la lucidatura dei mobili. Esse, infatti, recitano in inschiostro blu:’ Usiamo una sola stanza, il resto può tornare al negozio’. Particolarmente interessante è l’appunto che la baronessa Thatcher fece riguardo la tavola per il ferro da stiro: ella si offrì di comprarla a sue spese, così come il lino necessario alla camera da letto.

Anche nei rapporti con il segretario di Stato per il Galles, Nicholas Edwards, emerge l’oculata gestione delle risorse pubbliche da parte della Thatcher. Il segretario viene infatti rimproverato di voler spendere 26 mila sterline per un piccolo appartamento a Cardiff. La Thatcher, pur definendo la proposta ‘una buona idea’ non si lascia incantare e invita a cercare altri preventivi perchè ‘non può credere che un appartamento con un bagno ed una camera possa costare 26 mila sterline’. E, con il solito inchiostro blu, perentoriamente chiude: ‘Cerca altre stime!’.
Un’idea della gestione pubblica così lontana dagli sprechi personalistici odierni.

Bobby Sands, leader e primo hungerstriker

Il problema Nord Irlandese: Nonostante quel che si possa leggere, sembra che il problema del nazionalismo irlandese fosse una costante spina nel fianco del governo Thatcher. Com’è noto, il 1981 fu un annus horribilis per le sei contee dell’Irlanda del Nord e per coloro i quali sostenevano la causa di un’Irlanda unita e libera dal controllo britannico (che perdura tutt’oggi).
Il 1981 vide l’inizio dell’evento mediaticamente più favorevole all’IRA e ai nazionalisti irlandesi: molti giovani prigionieri politici rinchiusi nel famoso carcere Maze (o Long Kesh) nelle vicinanze di Lisburn si lasciarono morire di inedia per protestare contro le condizioni carcerarie a cui erano sottoposti. Ben 10 ragazzi (per lo più tutti ventenni) morirono uno dopo l’altro per ottenere lo status di prigioniero politico e le famose cinque richieste (The Five Demands, che è anche il nome del sito di approfondimento con cui collaboro). Le cinque richieste, avanzate dai prigionieri e supportate dallo Sinn Fèin e dai nazionalisti erano:

1) Il diritto di non indossare le uniformi carcerarie
2) L’astensione dai lavori carcerari
3) Il diritto di libera associazione con altri prigionieri
4) Il diritto di organizzare occupazioni ricreative ed educative,
5) Il diritto a ricevere una visita, una lettera ed un pacco a settimana.

La discussione sull’atteggiamento tenuto dal governo Thatcher potrebbe occupare pagine e pagine. Preferisco dunque descrivere l’inflessibilità con cui la baronessa trattò la questione con una sua stessa citazione: ‘Crime is a crime is crime, it’s not political’ (vedi video). Quest’approccio, davvero poco umano, nei confronti di giovani che stavano lentamente morendo l’hanno trasformata nel nemico pubblico n°1 degli irlandesi. Un odio che ancora non si placa e che spinge moltissimi irlandesi ad invocare la morte della ‘bastarda senza cuore’ (uno dei tanti epiteti usati a Belfast per indicarla).
In realtà le verità emerse dalla pubblicazione dei files segreti rivelano un’altra faccia della medaglia. Dietro l’apparente durezza della posizione intransigente britannica, la Thatcher autorizzò per ben due volte l’apertura di un canale tra il suo governo e gli scioperanti della fame nel carcere di Maze. Non solo. Sembra infatti che ella fosse pronta a piegarsi ad alcune delle richieste, confermando la tanto contestata versione di Richard O’Rawe.

Una Liverpool devastata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le rivolte urbane di Liverpool: la Thatcher annota il suo stato d’animo dopo aver visitato Liverpool all’indomani degli scontri urbani di Toxteth (Toxteth riots) occorsi nel luglio del 1981 contro le forze di polizia. Nonostante la Baronessa fosse rimasta molto impressionata dai sentimenti anti-polizia delle comunità locali, ridimensionò il problema di una Liverpool devastata. La Thatcher infatti rifiutò in parte il piano di Micheal Heseltine per la ricostruzione di alcuni quartieri della città e gli stessi cables rivelano parallelismi tra la gestione delle rivolte di Liverpool e quelle di Londra dell’anno appena trascorso. La Thatcher rifiutò categoricamente l’invio dell’esercito per le strade di Liverpool e promise un’adeguata fornitura di equipaggiamento alla polizia che avrebbe dovuto, da sola, far fronte ad altre, ulteriori, rivolte.

Certamente il film incentrato sulla figura della Thatcher che sarà interpretato dalla bravissima Meryl Streep dovrà fare i conti con queste nuovissime e rivoluzionarie rivelazioni sulla figura della Baronessa di Ferro.

Margaret Thatcher nei files segreti dell’Archivio Nazionale Britannico

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La terza parte degli interventi dedicati alla complessa figura della Thatcher (vedi Parte I e Parte II) avrebbe dovuto vertere sul ruolo che la ‘Lady di Ferro’ ebbe nello sciopero della fame irlandese del 1981 in cui perirono 10 prigionieri. Tuttavia, il rilascio di files segretati per 30 anni dell’Archivio Nazionale Britannico hanno richiesto una revisione. In effetti, la pubblicazione di questi cables ha creato un piccolo terremoto in stile Wikileaks, anche se nel nostro caso il rilascio è stato autorizzato dalle autorità e largamente atteso dall’opinione pubblica.

Pian piano esce dai files un immagine inedita della Thatcher che cercheremo di raccontare nelle prossime ore.

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